MAX DU VEUZIT.
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MIO MARITO.
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1959. Casa Editrice A. Salani, FIRENZE.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Una lettera dallo stranissimo contenuto segna per Simona Montagnac l'inizio di una serie di imprevedibili vicende. E la domanda della quale cerca disperatamente la risposta  la pi inaudita che pu porsi una donna:  o non  sposata?
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L'AUTRICE.
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Max du Veuzit  il pseudonimo di Alphonsine Zphirine Vavasseur, nata a Petit-Quevilly il 29 ottobre 1876 e morta a Bois-Colombes il 15 aprile 1952. 
 stata una scrittrice di lingua francese, autrice di molti romanzi sentimentali di grande successo. 
Nel 1902, fu ammessa alla Socit des Gens de Lettres. Sempre nel 1902 fu membro della Society of Dramatic Authors e della Society of Geography.
Fu nominata cavaliere della Legione d'Onore con decreto del 9 aprile 1952. Un premio letterario che porta il suo nome viene assegnato dalla Socit des Gens de Lettres all'autore del romanzo pi riprodotto degli ultimi quattro anni.
Si tratta di unautrice dalla produzione numerosa e di successo, anche se la critica ha dato poco lustro alle sue opere. 
Il suo pi appassionato lettore fu il marito, Franois Simonet, che la incoraggi sempre a scrivere e fu anche colui che le sugger lo pseudonimo con cui Alphonsine divent poi famosa. Scrisse oltre 40 romanzi e alcune opere teatrali e, pur essendo una fervente cattolica scrisse opere giudicate allepoca quasi audaci, al punto da venir messe allindice dallabate Bethlem nel 1932 con laccusa di amoralit  accusa alla quale Alphonsine rispose intentando una causa, che vinse, contro il religioso.
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Capitolo 1.
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Quel giorno Anna Maria, la cameriera della
signora Nordin, entr in camera mia con una
lettera in mano.
Quella ragazza era poco affabile con me. Mi
trovavo al castello da due mesi, e bench le
usassi tutti i riguardi, non ero ancora riuscita
a vincere quella sorda antipatia con la quale
ella mi perseguitava.
Ho pensato, in seguito, che il motivo di quella
ingiustificata animosit dovesse essere l'invidia.
Mangiavo alla tavola dei padroni, facevo
compagnia alla signora Nordin, la quale mi confidava
tutti i suoi affari; e pi che altro avevo
le mie stanze appartate, al piano riservato agli
ospiti. Anna Maria non poteva perdonarmi di
essere trattata al castello in maniera diversa
da quella usata normalmente coi domestici.
- Poca posta, stamattina, ma interessante!
- disse, mostrandomi da lontano una lettera.
Rigirando tra le mani la busta, la ragazza
si mise a ridere in modo pungente e sardonico,
e lesse ad alta voce la soprascritta:
- Signora Walter Anderson, nata Simona
Montagnac, lettrice presso la signora Nordin,
al castello di Fresnes, Clavigny (Eure)...
Siete proprio voi, non c' dubbio!... Dunque
siete maritata?... Rallegramenti, signorina Simona
Montagnac, come vi fate chiamare qui;
quando si ha gi un passato di donna sposata
e si tien nascosto, vuol dire che non  molto
pulito. Quanto a me, preferisco mostrare apertamente
l'innamorato che mi sposer in primavera,
che tenere un marito nell'ombra, come
pare facciate voi. -
Sbalordita, guardavo la ragazza il cui riso
insolente m'insultava pi delle parole.
- Che storia  questa? - dissi senza capire,
ma messa sulla difensiva dal suo tono sarcastico.
- Datemi quella lettera se  indirizzata
a me, e occupatevi dei fatti vostri. -
Ma ella, felice di ci che credeva potesse darle
un motivo d'insolenza, non aveva fretta di finirla
e non mi tese la lettera sovversiva.
- Maritata! - continuava. - E si fa passare
per una signorina appena uscita di collegio,
che non ha mai visto il lupo. Per una parola
un po' ardita fa il viso rosso come un'innocente!...
C' da morir da ridere... signora
Walter Anderson! Questa  nuova... ma vera!
Non potete negarlo: la busta porta l'intestazione
ufficiale del signor Dargile, notaro a
Evreux. E il signor Dargile deve ben sapere
come stanno le cose! -
Scoppi di nuovo in una risata e, pi che
porgermela, mi gett da lontano la lettera.
- Ecco la vostra posta, signora Walter Anderson
! Tante cose a vostro marito quando gli
scriverete! -
Gir sui tacchi, ed io la udii sghignazzare
anche dopo che ebbe chiuso la porta.
La sorpresa, il turbamento di quell'attacco
inaspettato, mi avevano inchiodata al suolo, e
non avevo neanche il coraggio di toccare quella
misteriosa missiva, cagione prima della strana
scena.
Alla fine presi la busta e, subito, come aveva
fatto anche la cameriera, mi misi a esaminarla.
La prima cosa che colp il mio sguardo fu
la busta intestata:
Dargile, notaro a Evreux (Eure).
Questa sola riga bastava infatti a togliere
alla lettera ogni apparenza di scherzo.
Il signor Dargile esisteva davvero. Era il notaro
della mia padrona, e mi pareva di ricordare
che un tempo fosse stato anche quello della
mia povera mamma, troppo presto rapita al
mio affetto. Per, da molti anni non ricordavo
che egli si fosse dovuto occupare di me, giacch
alla morte di mia madre era stato nominato
mio tutore il signor Bertheim, ragioniere.
Dall'intestazione della busta i miei occhi passarono
alla soprascritta, di cui soltanto la prima
riga mi sorprendeva:
Signora Walter Anderson, nata Simona
Montagnac.
Era uno scherzo di cattivo genere!
Anna Maria poteva credere quel che voleva,
ma io sapevo benissimo di non essere maritata
e di portare soltanto il nome che mi avevano
lasciato i miei genitori. Simona Montagnac ero
nata, e Simona Montagnac ero rimasta fino a
quel giorno.
Soltanto uno sbaglio poteva aver associato il
mio nome a quello di un Walter Anderson.
Errore di qualche copista, forse.
Probabilmente costui aveva dovuto scrivere
lo stesso giorno alla signora Walter Anderson
e a me; in seguito a uno stupido errore aveva
riunito i nostri due nomi; e da questa semplice
disattenzione, Anna Maria aveva dedotto subito
quella ridicola e rocambolesca storia.
Cos ragionando, seguitavo a rigirare la busta
da tutte le parti, senza osare di aprirla.
Infatti, una domanda s'imponeva alla mia
lealt; il contenuto di quella lettera era proprio
per me, oppure il copista distratto, continuando
nell'errore, vi aveva messo un documento della
signora Anderson di cui senza tanti complimenti
mi affibbiava la personalit?
Dopo molte incertezze, mi convinsi che avevo
il diritto, e anche il dovere, di aprire quella
lettera.
Se il contenuto mi apparteneva, l'errore sarebbe
stato soltanto nella busta. Se, invece, concerneva
un'altra persona, mi sarei potuta scusare
facilmente dello sbaglio involontario, col
dubbio che la strana soprascritta aveva fatto
sorgere in me.
Aprii dunque la lettera.
Ne tolsi un foglio per met stampato e per
met manoscritto, come una circolare in cui gli
spazi vuoti fossero stati riempiti a mano.
E con stupore sempre crescente presi conoscenza
del testo.
La signora Simona Luisa Montagnac, sposa
di Walter Anderson,
nata a Parigi
il 27 novembre 19...
 pregata di passare dallo studio
pi presto possibile
per un affare che la riguarda.
Firmato: Dargile
Notaro a Evreux.
Rilessi due volte lo scritto, ripetendo tra me:
- Il mio cognome, i miei nomi, il mio stato
civile di ragazza! -
Ma come mai il nome di quel Walter Anderson
era accoppiato col mio?
Non conoscevo costui. Anzi, potevo anche affermare
di non aver mai udito n letto il suo
nome prima di allora.
- Bisogna metter subito in chiaro questo malinteso.
Scriver al signor Dargile! Non posso
permettere che un errore cos grossolano abbia
a durare. -
Stavo gi per slanciarmi verso la scrivania
per buttar gi la mia protesta, quando un'idea
mi attravers la mente.
- Con o senza Walter Anderson, il notaro
ha bisogno di vedermi... di vedere Simona Luisa
Montagnac... -
Invece di scrivere, non era meglio andare allo
studio? L'errore verrebbe riconosciuto e riparato
molto pi presto che per lettera. E nello
stesso tempo sarei informata subito dell'affare
che mi riguardava.
Siccome l'idea mi pareva effettuabile senza
difficolt, decisi di metterla in esecuzione il
giorno stesso.
Scesi dunque per andare a chiedere alla signora
Nordin di concedermi qualche ora di libert
nel pomeriggio.
Alla porta del suo appartamento m'imbattei
in Anna Maria che ne usciva.
Quella ragazza pareva di buon umore e il suo
sguardo canzonatorio s'indugi su me.
Capii che doveva aver gi raccontato alla sua
padrona la faccenda di quella strana lettera.
E, a un tratto, la cosa mi parve divertente.
Maritata! Ella mi credeva maritata!
Ottenni con facilit dalla signora Nordin il
permesso di uscire.
Quella buona signora, del resto, pareva indignata
della mistificazione di cui ero vittima.
- Una ragazza che mi  stata raccomandata
dalle suore!... Che esse hanno allevata! Quel
notaro della malora meriterebbe tutti gli anatemi! -


Capitolo II.

Erano appena le due del pomeriggio quando
entrai nello studio del signor Dargile.
Era una stanza lunga e triste, con le pareti
ricoperte di cartelle polverose e con alcuni banchi
neri ingombri di carte, disposti senza alcun
ordine.
Davanti agli sguardi curiosi e sfrontati degli
scrivani fissi su me, mi sentii un po' intimidita.
Per fortuna una voce simpatica m'interpell
dal fondo della stanza.
- Che cosa desiderate, signora? - mi chiese
gentilmente un uomo di una certa et che occupava
un banco a parte, dietro un reticolato
- Posso vedere il signor Dargile?
- In questo momento  molto occupato, signora,
e temo che non vi possa ricevere senza
un appuntamento.
- Eppure mi ha convocata nel suo studio
pi presto possibile, ha scritto lui stesso.
- Allora il caso  diverso. Volete dirmi il
vostro nome, signora? -
L'insistenza di quell'uomo nel chiamarmi signora
mi urtava i nervi, bench sapessi che
egli mi dava quel titolo soltanto per gentilezza,
non conoscendo la mia identit.
Ma avevo ancora nell'orecchio la voce di Anna
Maria che mi diceva in tutti i toni:
Signora Walter Anderson!
Detti dunque il mio nome, calcando sul qualificativo
signorina.
- Simona Montagnac? - egli ripet come se
cercasse nella memoria.
Nello stesso tempo scorreva con lo sguardo
una lista di nomi che aveva sulla tavola.
Mi parve che le sue ricerche riuscissero vane,
e ne rimasi un po' delusa perch temevo (a causa
dello sbaglio del nome) di aver fatto una gita
inutile.
- Non vedo per quale affare... - mormor.
Poi a voce alta mi chiese:
-  molto tempo che vi  giunto questo invito?
- Stamattina, signore.
- Strano! - egli disse maravigliato; poi,
alzandosi: - Accomodatevi un momento, signorina;
vado a vedere se il signor Dargile 
nel suo studio. -
Restai l pensierosa, mentre l'uomo scomparve
per ritornare dopo pochi minuti.
- Se volete entrare, signora, il signor
Dargile vi aspetta. -
Perch mi parve di leggere nei suoi occhi una
curiosit che prima non c'era? Perch osservai
quella parola signora che egli mi dava di
nuovo?
Ne provai un senso di malessere che si avvicinava
molto al timore.
Eppure, che cosa potevo temere?
Mi pare di aver gi detto che non conoscevo
affatto il signor Dargile; la sua persona, infatti,
non risvegli in me nessun ricordo.
Era proprio la prima volta che mi trovavo
in sua presenza.
Era un uomo d'una sessantina d'anni, di
aspetto molto serio, molto calmo, ma anche
molto simpatico.
Con un gesto cortese, mi fece sedere e, da vero
uomo d'affari che ha i minuti contati, espose
subito il motivo per il quale mi aveva fatta
chiamare.
- Vi ho pregata di passare da me senza ritardo
per sistemare regolarmente, se  possibile,
tutti gli affari pendenti che vi concernono nell'inventario
del signor Bertheim.
- L'inventario del signor Bertheim?... -
chiesi.
- S, di Bertheim, che fu ragioniere in questa
localit per circa trentaquattro anni. Era
vostro tutore, non  vero?
- S.
- Ebbene, Bertheim  morto qualche mese
fa, dovete saperlo...
- No, non lo sapevo.
- Da allora, io sono stato incaricato, insieme
col signor Lecourt, avvocato in questa
citt, di fare l'inventario e di sistemare tutt
gli affari ancora pendenti. Devo aggiungere,
signora, che ci non v'impegna affatto con
me, per l'avvenire: potrete sempre scegliere un
altro amministratore a vostro piacere. Anche
ora, anzi, se non voleste occuparvi personalmente
della cosa, non avete che da indicarmi
un mandatario di vostra scelta. -
Il tono del signor Dargile era molto cortese
e naturale, ma da quelle sue parole mi parve
che non ambisse affatto d'avermi per cliente.
Un sorriso un po'triste spunt sulle mie labbra,
- Non ho ricchezze... n parenti. Non posso
aspettarmi niente all'infuori che dal mio lavoro.
Non  dunque il caso di nominare un mandatario.
I miei affari non devono davvero essere
complicati. Se la morte del signor Bertheim mi
concerne in qualche modo, vi sarei molto grata
se voleste informarmene, e anche occuparvene
per me.
- Mio Dio, s, ci vi concerne; non tanto
per i conti di tutela, giacch il matrimonio vi
ha emancipata di diritto, ed essendo voi maggiorenne,
le formalit sono semplici... n soltanto
perch il signor Walter Anderson pare
che da quattro anni abbia trascurato di sistemare
questa faccenda; ma soprattutto perch
la morte di Bertheim vi priva di un consiglio
da opporre al procuratore di Londra... -
Credetti opportuno interrompere il signor
Dargile.
- Non capisco niente. -
Con fare gentile, egli mi spieg calcando sulle
parole:
- Voglio dire che il vostro interesse v'impone
di non restare disarmata di fronte a vostro
marito.
- Mio marito?... Ma io non ho marito, signore!
- E il signor Walter Anderson?
- Non lo conosco! Vi sbagliate; non sono io!
- Eppure...
- No, no, voi confondete. -
Sorridevo, divertita nel vedere che lo sbaglio
continuava.
Il notaro invece mi guardava sorpreso.
- Voi non siete la signora Simona Montagnac,
sposata Anderson?
- Sono la signorina Simona Montagnac,
e basta. Non sono sposata, e oggi per la prima
volta ho udito parlare di questo Walter Anderson. -
Gli occhi del signor Dargile mi avvolsero in
uno sguardo di stupore. E la sua voce parve
prendere un tono di severit:
- Via, via, figliuola!... Che scherzo  questo?
Quattro anni fa...
- Ma non  uno scherzo, ve lo assicuro, non
sono maritata. E un errore di nome... di stato
civile. Quattro anni fa! Sono uscita da pochi
mesi dal collegio dove sono stata allevata. Le
suore potranno assicurarvi che io ho sempre
vissuto con loro fino dall'infanzia. -
Tacqui, non sapendo pi quale altra prova
fornire, turbata anche dallo sgomento che leggevo
sul viso del notaro.
I suoi occhi semichiusi parevano accusarmi
di menzogna. Le mie spiegazioni dovevano apparirgli
stravaganti, perch sulle sue labbra
spunt un sorriso d'incredula ironia.
- Mio Dio! - risposi. - Non mi credete?
- Proprio ieri ebbi tra le mani il vostro atto
di matrimonio, - egli disse con calma, per
tutta risposta.
- Ieri!... Il mio atto di matrimonio! -
E mi misi a ridere in modo irriverente.
Davvero, era una cosa troppo buffa!
L'insistenza di quell'uomo nel dichiararmi
maritata diventava ridicola, alla fine! Da principio
l'avventura mi aveva infastidita, perch
di solito non fa piacere di esser presa per un'altra...
Ma ora, vedevo soltanto il lato comico
della cosa: un notaro, un notaro molto serio
che prendeva un granchio simile!
Ma mentre la mia risata intempestiva turbava
il silenzio della stanza, il signor Dargile,
imperturbabile, aveva sonato per chiamare il
suo segretario.
- Portatemi l'inserto della signora Walter
Anderson, - egli comand.
- Subito, signore. -
Poco dopo il notaro aveva tra le mani i documenti
necessari per spiegarmi la situazione.
- Voi sembrate molto sicura del fatto vostro, -
egli mi disse - ma anch'io sono sicuro
del mio. Cerchiamo insieme la soluzione.
- Vi assicuro che si tratta di un errore... -
Egli m'interruppe:
- Va bene! Ammettiamo per un istante l'errore,
e per scoprirlo risaliamo a qualche anno
addietro. Vi chiedo soltanto di rispondermi con
tutta sincerit, bench io non sia un giudice
istruttore! Ma l'affare  troppo grave per essere
trattato alla leggera. Mi auguro, data la vostra
giovane et e la mia lunga esperienza, di essere
per voi un amico paterno, e di potervi guidare
sulla buona via.
- Vi ringrazio, - risposi commossa, sentendo
sparire a un tratto la mia fittizia gaiezza di
fronte alla gravit del mio interlocutore.
- Interrogatemi; vi risponder con precisione. -
Egli si aggiust gli occhiali sul naso, sfogli
alcune carte, poi col mio inserto in mano, cominci:
- I vostri cognomi e i vostri nomi sono proprio
quelli scritti sulla lettera che avete ricevuta
stamani?
- S, tutto  esatto, salvo il nome di Walter
Anderson.
- Bene, bene!... Non precipitiamo le cose;
procediamo con ordine. Siete orfana di padre
e di madre?
- S, signore. Mio padre mor poche settimane
dopo la mia nascita. Perdetti mia madre
dieci anni or sono.
-  esatto. Ho qui gli atti di nascita dei vostri
genitori e anche il vostro. Li ho trovati
nello studio di Bertheim. Costui non era molto
scrupoloso negli affari che intraprendeva, ma
devo riconoscere che aveva un ordine ammirevole
e che gl'inserti sono completi.
- Le vostre ricerche saranno quindi pi facili.
- Speriamolo... Oltre a questi due certificati,
ecco un estratto dei conti pi importanti
pagati per voi, al collegio...; questi conti si fermano
a quattro anni addietro.
-  strano, perch io lasciai le suore soltanto
tre mesi fa.
- Esamineremo ci a parte. Ecco un altro
foglio che concerne un certo Carlo di Florent...
- Il mio padrino, - interruppi.
- Il vostro padrino, precisamente. Questo
Carlo di Florent mor nel millenovecento...?
- Cinque anni fa.
- S, nel mese di febbraio. Ora, in quello
stesso anno osservo, tra i conti pagati per le
spese della vostra educazione, un foglio a parte
che si riferisce a una somma di cinquemila franchi
destinata a pagare un viaggio in Inghilterra.
Dunque, voi andaste in Inghilterra nel
millenovecento... vale a dire quattro anni e
mezzo fa?
- Infatti il mio tutore volle questo viaggio
che aveva lo scopo di perfezionarmi nella lingua
inglese.
- Vi andaste sola?
- No, mi accompagn una suora.
- Ah! Andaste accompagnata?
- S... ma, perch?
- Ecco, ecco, ci siamo. Vi ricordate verso
che mese faceste quel viaggio?
- Durante le vacanze estive, cio dal venti
luglio al quindici settembre circa.
- Ne siete sicura?
- Sicurissima.
- Ebbene, - egli esclam con aria di trionfo
- fu proprio il ventitr luglio di quell'anno che
voi sposaste il signor Walter Anderson, come
ne fanno fede questi due documenti: l'atto di
trascrizione del vostro matrimonio sui registri
dello stato civile francese (atto registrato e
perfettamente autentico) e quest'altro: una copia
di un atto ufficiale rilasciato nello studio
del signor Curnett procuratore a Londra. Da
questa copia vedo che vi  stata riconosciuta
come dote una somma di diecimila sterline.
-  impossibile, non sono io!... - ripetei
come un automa, per niente commossa dall'enormit
della somma attribuitami.
- Guardate voi stessa, - egli prosegu tendendomi
i due fogli. - Tutto  regolare e in
ordine. Se capite l'inglese, vi sar facile convincervi
che si tratta proprio di voi. -
In preda a un vero sbalordimento, cercai di
decifrare l'orribile impostura che egli m'invitava
a esaminare.
Ero troppo turbata per capire quello che leggevo.
A che scopo, del resto? Ad ogni riga era
ripetuto il mio nome unito a quello di Walter
Anderson, e questa era la sola cosa che mi saltava
agli occhi.
Mio Dio! Mio Dio! Che cosa voleva dir tutto
ci? Maritata, io! Io che non avevo mai parlato
con un uomo neanche in termini amichevoli!
Io che avevo il cuore e l'animo intatti come
quelli di un bambino!
Era una cosa pazzesca.
Mi sentii invadere a un tratto da un senso
di angoscia, e gli occhi mi si empirono di lacrime.
Provavo l'impressione di esser sola e
senza forza di fronte a un grave pericolo.
- Ho visto, - dissi posando i fogli sulla
tavola del notaro. - Ho visto che io sono una
sedicente maritata, che il mio nome  sempre
accompagnato da quello di un altro;  legale,
poich voi l'affermate. Eppure vi giuro, signore,
che io non capisco, che non posso capire che
cosa significhi tutto ci; non sono io, non pu
trattarsi di me! -
Le lacrime che mi spuntarono agli occhi commossero
il signor Dargile.
La sua mano si tese verso di me.
- Calmatevi, figliuola cara. Se c' un errore
lo faremo riconoscere. Questo signor Walter
Anderson deve sapere di che cosa si tratta, se
voi non sapete niente: lo interrogheremo.
- Ma quest'uomo di cui mi si vuole far portare
il nome, chi ? Un inglese?  una persona
perbene, almeno? -
Egli fece un gesto evasivo.
- Qui viene indicato soltanto come letterato.
Questo qualificativo  un po' vago, per la circostanza.
Per, la dote che vi costitu al momento
del matrimonio mi pare che denoti una.
florida condizione finanziaria; inoltre, da due
anni egli vi passa una rendita annua non disprezzabile.
- Quale rendita? - lo interruppi. - Non
ho mai riscosso denaro, io!
- Questa  un'altra cosa. Dai documenti che
posseggo e dai conti di Bertheim, vedo che da
due anni vostro marito vi passa una rendita
annua.
- Non ho mai riscosso un centesimo, e questo
prova che si tratta di un'altra persona. -
Egli fece di nuovo un gesto evasivo.
-  certo che Bertheim ha dato quietanza
al procuratore di Londra, per due volte, di questa
somma. Come vedete, il vostro tutore sapeva
del vostro matrimonio. Egli conosceva
l'esistenza di Walter Anderson e i legami che
vi univano a lui.
- C' da perder la testa! - esclamai. -
Come convincervi, signore? Ecco, voi dite ch'io
mi sposai il ventitr luglio millenovecento...
- Perfettamente.
- Ebbene, nel mese di ottobre di quello stesso
anno andai a Coucy, a dare gli esami per il
diploma superiore. Prima di proseguire, interrogate
le suore; vi confermeranno che esse mi
allevarono, che non le lasciai fino alla mia maggiore
et e che quindi non potei sposarmi nel
tempo di cui voi parlate.
- Le suore potranno affermarmi soltanto ci
che sanno. Durante il vostro viaggio a Londra,
voi avreste potuto...
- Sposarmi! - protestai indignata.
- Pu darsi che l'abbiate fatto senza rendervi
conto delle conseguenze... per monelleria...
per storditezza... Che cosa posso dirvi?
Pu darsi anche che qualcuno abbia sorpreso
la vostra buona fede!
- Una donna pu aver preso il mio nome ed
essersene servita. Anche questo  possibile. Perch
non prendete in considerazione questo caso?
- Perch c' un fatto sicuro e imbarazzante,
e cio che voi eravate a Londra, lo riconoscete
voi stessa, nel periodo in cui si afferma che
abbiate contratto matrimonio con Walter Anderson.
-  vero, - dissi avvilita. - Questa coincidenza
 spaventosa.
- Un altro punto certo  questo: il signor
Anderson  convinto che voi siate sua moglie,
poich non esita ad assegnarvi una rendita.
Qualche giorno fa ricevetti una lettera del suo
procuratore, lettera indirizzata a Bertheim naturalmente,
ma che io aprii in ragione del mio
mandato. Quella lettera conteneva un assegno
che rappresenta il saldo di sei mesi di rendita.
E nello stesso tempo l'avvocato chiedeva
vostre notizie.
- Per me  incomprensibile.
-  come pensare che ci sia uno scambio di
persona, se colui che serviva da intermediario
tra voi e vostro marito era il vostro tutore?
- Bertheim avrebbe potuto spiegarlo.
- S, certo, egli sapeva di che si tratta. La
sua morte  un gran danno per voi, perch le
sue informazioni avrebbero servito a ricordarvi
qualcosa, visto che voi sola sembrate essere all'oscuro
di tutto. -
Rimasi assopita per qualche istante.
Capivo benissimo che il signor Dargile, nonostante
la sua bonariet, non era convinto della
mia schiettezza.
Mi arrovellavo il cervello per trovare una riprova
della mia sincerit, ma non me ne veniva
in mente nessuna.
Alla fine gli domandai:
- Questo matrimonio mi emancipava, vero?
- Certamente.
- Come si spiega allora che io sia rimasta
in collegio, e ne sia uscita soltanto appena raggiunta
la maggiore et?
- Un motivo che io non conosco pu avervi
dettato questa condotta.
- Quale motivo?
- Non sta a me di cercarlo; io mi baso sui
fatti certi.
- Va bene, lasciamo andare... Voi dite che
Bertheim teneva la sua amministrazione in ordine:
perch, essendo maritata da quattro anni,
la rendita mi sarebbe stata assegnata soltanto
da due anni?
- Non so...
- Ma se Bertheim ha ricevuto per ben due
volte una somma di denaro che mi era destinata,
deve certamente esser rimasto traccia dell'impiego
di questo denaro. L'ho avuto io?
Gliene ho dato ricevuta?
- Ah! Ecco, ho cercato...
- Ebbene?
- Non ho trovato nessun accenno a questo
riguardo.
- Dunque egli  mio debitore della rendita
di due anni.
- Vale a dire, come tutore e amministratore,
egli deve rendervi conto dell'impiego di questa
somma.
- Benissimo. E non avete trovato niente in
proposito?
- Niente.
- In compenso, da quattro anni a questa
parte egli ha provveduto alle spese per la mia
istruzione e per il mio mantenimento.
- Veramente, da quella data nei suoi libri
non vi  alcuna indicazione di tal genere.
- Da quella data, cio dal tempo del mio
presunto matrimonio, il mio tutore dunque teneva
per s le somme destinate alla signora Anderson,
e in compenso non teneva pi conto
delle spese sostenute per l'istruzione di Simona
Montagnac. Come conciliate questi due fatti,
signore? -
Il viso del notaro aveva assunto un'espressione
preoccupata.
- Infatti, ecco due irregolarit indiscutibili,
- egli approv.
- Ebbene, signore, - esclamai trionfante -
informatevi dalle suore, ed esse vi diranno di
essere sempre state pagate regolarmente.
- Voglio approfondire questo affare, - dichiar
il signor Dargile con improvvisa energia.
- Se  provato che Bertheim: primo, pagava
la retta al collegio senza registrarne il
debito; secondo, tratteneva invece le somme importanti
che erano indirizzate a voi; terzo, che,
pur sapendo del vostro matrimonio, non abbia
liquidato i suoi conti di tutela, potremo capire
molte cose... senza per spiegare tutto.
- Oh, signore, speriamo che possiate provare
queste cose quanto prima!
- Esse serviranno soltanto ad aiutare le nostre
ricerche...
- Vi convinceranno della mia lealt. -
Egli sorrise e paternamente soggiunse:
- Cominciavo a non dubitarne pi, bambina
mia.
- Davvero? Siete convinto che non sono sposata? -
Egli si mise a ridere, e, con la mano, fece
un gesto di protesta:
- Prego, prego! Siete sposata, eccome! Ci
 indiscutibile. Ma  probabile che la vostra ingenuit,
la vostra inesperienza siano state sfruttate.
Come? Da chi? In quali condizioni? Lo
ignoro. Voi avete un marito, ma non lo conoscete;
anzi fino ad oggi eravate vissuta senza
profittare di nessuno dei vantaggi che questo
matrimonio vi conferiva: ricchezza, libert, indipendenza,
eccetera.
- E ora, che cosa devo fare? Che cosa mi
consigliate? -
Egli riflett a lungo.
- Datemi quarantott'ore di tempo prima di
rispondervi. Voglio riunire qualche prova in
conferma alle vostre parole; devo consultare
l'avvocato Lecourt il quale si occupa anche lui
della liquidazione Bertheim. Ritornate fra tre
giorni, alla stessa ora, figliuola mia, e avr
certo qualche novit da comunicarvi.
- Che Dio vi ascolti, signore! Ho fretta di
veder annullato questo matrimonio. -
Egli si mise a ridere.
- Come correte! Prima di pensare a questo,
cerchiamo almeno di sapere come fu concluso. -
Il notaro si era alzato e mi riaccompagnava
alla porta.
- State tranquilla fino al nostro prossimo
incontro. Non vi tormentate: quest'affare  forse
molto pi semplice di quanto immaginate. In
ogni caso, dal lato materiale, la vostra condizione
 pi bella di quel che supponete. -
Una forte stretta di mano chiuse queste parole
incoraggianti del notaro, ed io mi ritrovai
per la strada, stordita da tutto ci che avevo
saputo e intravisto.
Maritata! Ero davvero maritata, e non conoscevo
nemmeno mio marito!


Capitolo III.

Ritornai la sera stessa al castello di Fresnes
dove dovetti fare alla signora Nordin il racconto
particolareggiato di ci che avevo saputo
allo studio Dargile.
Quella signora era un'ottima persona, ma
molto puritana, e in questa circostanza non si
mostr verso di me indulgente come al solito.
Forse Anna Maria, durante la mia assenza,
mi aveva messa in cattiva luce presso di lei?
Non lo so. Ma via via che proseguivo nel racconto,
la signora Nordin prorompeva in esclamazioni
scandalizzate.
-  un gran brutto affare, signorina, e mi
dispiace molto che voi ci siate immischiata.
L'uomo del quale portate il nome  forse un
libertino di cui avete seguito i cattivi consigli
durante il vostro soggiorno a Londra... -
La interruppi indignata:
- Vi posso assicurare, signora, che non ho
mai incontrato quell'uomo!
- Lo dite voi, figliuola mia, e la mia amicizia
non chiede che di credervi; ma come potrei
convincere i miei amici che le cose sono andate
come dite voi? Gi la servit  in subbuglio in
seguito alla vostra avventura; domani tutto il
paese la conoscer e, prima di giungere a una
soluzione, io sar lo zimbello di tutti, perch
tutti mi biasimeranno di avervi introdotta in
casa mia. -
Mi alzai pallidissima, indignata al massimo
grado da queste parole.
- Insomma, signora, voi mi accusate?
- Sentite, cara figliuola, vorrei potervi tenere
con me, ma non so come affrontare la spiacevole
pubblicit che vi verr fatta... dovete
capirmi...
- Ho capito, signora. E poich una vittima
 necessaria alla malignit della gente,  naturale
che voi non vogliate coprirmi con la vostra
protezione. Domattina lascer la vostra casa,
signora, e siate certa che nessuno pi di me
sar dispiacente delle noie che la mia presenza
qui pu procurarvi.
- Oh, non andate in collera... cercate di
capirmi! -
Ma io freddamente mi ero inchinata davanti
a lei.
- Signora, vi saluto. -
La mia pazienza era giunta al limite, e non
avrei potuto ascoltare altro.
La mattina dopo, appena sveglia, feci la valigia.
Il desiderio di lasciare quella casa, diventata
per me inospitale, era tanto grande, che
per guadagnar tempo non scesi neanche, come
al solito, a far colazione insieme con la signora
Nordin.
La signora mi vide dunque soltanto verso le
undici, ossia pochi minuti prima che salissi in
carrozza per recarmi alla stazione.
Ella fu gentile e affabile, deplorando forse,
o almeno volendo farsi perdonare il contegno
della sera prima.
Al momento di salutarmi mi porse, in una
busta chiusa, la modesta somma che mi doveva
per il mese decorso, e che in quel momento rappresentava
quasi tutto ci che possedevo.
Soltanto quando fui in treno aprii la busta
e mi accorsi che invece della somma che mi
spettava, la signora Nordin ve ne aveva messa
una doppia.
Vi era anche un biglietto.
Cara figliuola, permettetemi di offrirvi questo
piccolo supplemento; accettatelo come ricordo
di una vecchia amica che ha saputo valutare
la vostra devozione.
Vi auguro buona fortuna, piccina mia, e vi
prego di darmi ogni tanto vostre notizie.
Non dimenticate di rivolgervi a me se la
sorte, per disgrazia, vi fosse contraria; potrete
sempre contare sulla mia amicizia.
Credetemi sinceramente la vostra amica
Berta Nordin.
Questa lettera e il pensiero gentile che l'aveva
dettata, mi commossero fin nel profondo.
Potevo dunque pensare alla signora Nordin
senza il peso di quell'amarezza che mi opprimeva
da qualche ora.
Quella signora mi aveva sacrificata al timore
di uno scandalo, ma il suo gesto gentile e generoso
mi dimostrava che ella aveva saputo capire
il mio carattere e che non dimenticava le
ore piacevoli che avevamo passate insieme.
Il mio orgoglio ferito aveva ceduto a un tratto
e, per la prima volta dopo la sera precedente,
sentii salirmi agli occhi alcune lacrime benefiche
che mi sollevarono.
Mi recai ad Evreux.
Ancora non avevo preso alcuna decisione su
ci che avrei fatto.
Il mio modesto peculio non mi permetteva di
rimanere molto tempo senza lavorare, ma il pensiero
di quel marito inglese cadutomi dal cielo,
dominava tutte le altre preoccupazioni.
Prima di cercare un nuovo posto volevo rivedere
il signor Dargile e sapere se avesse da comunicarmi
qualcosa di nuovo.
Ponevo il mio onore di fanciulla, che mi pareva
colpito in modo atroce da quel matrimonio
misterioso, al disopra di ogni benessere materiale.
Prima di tutto era mio dovere di far cancellare
dallo Stato Civile quel nome di Walter
Anderson che era unito al mio.
E per esser pi libera delle mie azioni scesi
all'albergo invece di cercare presso le suore che
mi avevano allevata l'asilo rispettabile che esse
non mi avrebbero negato.


Capitolo IV.

I due giorni che ancora mi separavano dall'appuntamento
fissatomi dal signor Dargile mi
parvero eterni. Tuttavia essi trascorsero, e all'ora
stabilita, fremente d'impazienza, entrai
per la seconda volta nello studio del notaro.
- Ohim! - egli disse vedendomi. - Le mie
ricerche non hanno fatto un passo avanti. Non
ho niente di nuovo da comunicarvi.
- Niente? - ripetei delusa.
- Niente!... Prima di tutto, tra le carte di
Bertheim non ho trovato assolutamente nulla
che si riferisse in alcun modo al vostro affare.
-  strano, per!
- Pu darsi che il vostro matrimonio fosse
una cosa tanto naturale, che egli non avesse
niente da menzionare a quel proposito. -
Scossi la testa poco convinta.
- Sono andato, inoltre. - continu il
notaro - dalle suore della Misericordia che mi
hanno confermato ci che mi diceste voi sul
viaggio a Londra, che vi fu imposto dal vostro
tutore.
- Vedete...
- Ho interrogato soprattutto la religiosa che
vi accompagn durante il viaggio.
- Ebbene?
- Ella afferma di non avervi mai lasciata...
- Ah!
- Per, si ricorda che voi manifestaste il
desiderio di andare ad assistere alle funzioni
alla Baravian Chapel, in Regent Street.
-  vero.
- Non potendo o non volendo accompagnarvi,
ella vi lasci andar sola, due o tre volte...
- E con questo?
- Il vostro matrimonio con Walter Anderson
venne celebrato proprio in quel luogo.
- Ah!... Questo  troppo! -
Ma a un tratto un fiotto di sangue mi sal
al viso.
Un particolare dimenticato mi ritornava alla
mente dopo quattro anni e mezzo.
- Che cosa c'? - domand il notaro che
si era accorto del mio turbamento.
- Un ricordo, - dissi - una coincidenza
forse...
- Spiegatevi.
- Un giorno, mentre stavo pregando, una
coppia di sposi pass davanti a me. La giovane
donna indossava un abito elegantissimo. Era
bionda, bella, piuttosto piccola, mentre lui era
alto e snello... Li riconoscerei tutti e due se
li rivedessi... E poich ella pareva serena e felice
e lo sposo molto serio, mi misi a pregare
per loro. Mi parvero male assortiti, ed ebbi la
strana impressione che non sarebbero stati felici
insieme. -
La mia voce si era abbassata, mille pensieri
tumultuosi nascevano in me, e ad alta voce li
riassunsi:
- Chiss che non abbia assistito alle nozze
di Walter Anderson, quel giorno! -
Il notaro scosse la testa.
Egli accettava soltanto i fatti concreti e la
sua mente positiva allontanava tutto ci che
pi o meno avesse a che fare con la fantasia.
- Perch fosse cos, bisognerebbe ammettere
una sostituzione di persona con la complicit
del vostro tutore.
- Questo mi pare verosimile.
- Non corriamo tanto nelle nostre deduzioni...
Prima bisogna vedere...
- Ah, s! Bisogna vedere... Voglio sapere...
Ve ne prego, caro notaro, non mi abbandonate.
Oggi sono venuta a trovarvi col cuore pieno di
speranza.
- E invece non so niente pi dell'altro
giorno.
- Che cosa fare, dunque?
- Ho riflettuto... -
Il notaro si sprofond nella poltrona e, incrociando
le dita, riprese:
- Qui non potremo sapere altro. Legalmente
voi siete la signora Anderson; le vostre carte
sono in regola, e non sapremo di pi. Bisogna
andare a Londra.
- Se  necessario, vi ander.
- Va bene. Andrete a trovare quel
procuratore inglese che vi metter in comunicazione
col signor Anderson... In seguito parlerete anche
con lui... gli spiegherete tutto e, secondo
il risultato di questo colloquio, agirete.
- Fin qui non vedo alcuna difficolt a seguire
i vostri consigli.
- Ce n' una...
- Quale?
- Quella che si presenterebbe se in casa di
Anderson vi trovaste di fronte a una donna che
affermasse esser voi che usate un nome che non
vi appartiene.
-  vero... Come provare che io sono proprio Simona
Montagnac e che l'altra  un'impostora?
- Ho pensato a ci, sebbene io creda che questa
eventualit non sia da temere, poich se
Walter Anderson passa una rendita a sua moglie,
vuol dire che essa non vive con lui. In ogni
modo, altri testimoni potrebbero infirmare le
vostre parole. Ho quindi fatto preparare una
lettera per l'avvocato Curnett.
- E che cosa gli dite?
- Gli annunzio che la mia cliente, Simona
Montagnac, ander da lui per chiedergli ampie
informazioni intorno al suo matrimonio col signor
Walter Anderson, ch'essa dice di non conoscere.
-  la verit.
- Finch non avrete visto Walter Anderson
non potrete affermare che vi  sconosciuto. Sotto
questo nome pu nascondersi una persona che
abbiate gi incontrata.
- Pu darsi. Che cosa gli dite ancora?
- Gli affermo che non si pu elevare nessun
dubbio sull'identit della mia cliente; voi siete
la vera Simona Montagnac, nata nel luogo e
alla data indicati nell'atto di matrimonio del
signor Walter Anderson.
-  cos...
- Finisco, pregandolo di mettersi a vostra
disposizione per chiarire questo imbroglio.
- Benissimo. -
Tutta allegra, esprimevo al bravo notaro
quanto gli ero riconoscente di occuparsi con
tanta benevolenza del caso mio.
Ma egli m'interruppe con fare paterno:
- Mi ringrazierete quando tutto sar finito...
cosa ancora molto lontana, temo! Intanto partite
senza indugio per Londra. Ho riunito tutti
i vostri documenti e tutto ci che potr esservi
utile in caso di contestazione; vi ho fatto preparare
una carta d'identit molto particolareggiata...
Manca soltanto la vostra fotografia, la
vostra firma, che va fatta legalizzare davanti a
due testimoni al Commissariato di polizia. Ora,
quando uscirete di qui, due miei scrivani vi
accompagneranno a questo scopo, se avete con
voi un ritratto abbastanza recente. -
Per l'appunto avevo nella borsetta una dozzina
d'istantanee che mi aveva fatte la signora
Nordin qualche giorno prima.
Egli ne scelse una e la incoll subito su un
foglio che aveva sulla tavola.
- E ora un'altra cosa: per andare a Londra
ci vogliono denari.
- Ho sessantamila franchi, - dissi leggermente
impacciata di dover confessare una somma
cos modesta.
- Non bastano, - egli dichiar con franchezza.
- D'accordo con l'avvocato Lecourt abbiamo
deciso di anticiparvi qualcosa fino a
nuovo ordine, sulle somme incassate in vece vostra
da Bertheim, e delle quali non troviamo
il resoconto dell'impiego.
- Non posso accettare questa somma destinata
a. una signora Anderson che io mi rifiuto
di essere.
- Questo  un affare tra vostro marito e voi.
Legalmente siete la signora Anderson, e vi devo
render conto delle somme che vi appartengono.
- In tal caso, vi dir che per ora preferisco
non toccare questo denaro.
- Come volete. Per vi chiedo quietanza dei
seicentomila franchi che ho ricevuti per voi in
questi giorni e che vi dar immediatamente:
questi potete prenderli senza scrupoli. -
Ero sbalordita e dubitavo della verit di ci
che mi diceva.
- Davvero, signore, voi mi consigliate di
prendere questo denaro?
- Certo, esso vi appartiene.
- E con qual nome devo firmare la ricevuta
che mi presentate?
- Col vostro.
- Va bene, - dissi decidendomi.
E firmai: Simona Montagnac.
- Non aggiungete, negli Anderson?... -
egli chiese sorridendo.
- Mai! - proruppi alzandomi di scatto.
Egli mi rassicur ridendo.
- Ci non  necessario per una semplice ricevuta. -
E stropicciandosi le mani, soggiunse:
- Per, sono curioso di sapere come
anderanno le cose a Londra.  un affare talmente
strano!
- Vi terr informato di tutto.
- Va bene. Ma voglio darvi un consiglio:
- egli mi disse mentre mi alzavo per accomiatarmi
- non vi turbate e non vi lasciate
imporre dalla proverbiale flemma dei nostri vicini
britannici. -
Uscii sbalordita dallo studio portando con
me quel denaro che mi pareva quasi di aver rubato.
Non riuscivo a capacitarmi che tutto quel
denaro fosse proprio mio.
In poco pi di venti minuti io e i miei due
testimoni facemmo legalizzare i fogli che il signor
Dargile aveva preparati.
Due giorni dopo m'imbarcavo per Londra.


Capitolo V.

Il viaggio si effettu rapido e senza incidenti.
Assorta nei miei pensieri, e riflettendo sulla
strana avventura che sconvolgeva la mia vita,
osservai appena le diverse tappe del viaggio:
arrivo a Dieppe, piroscafo, sbarco a Newhaven,
eccetera.
A Croydon un impiegato del treno mi domand
a quale stazione di Londra volevo scendere.
Gl'indicai la stazione Victoria.
Quella domanda mi aveva richiamato alla
realt facendomi capire che il mio viaggio volgeva
alla fine.
Erano le sette di sera quando mossi i primi
passi nel centro della grande metropoli.
Alle ultime luci del giorno, essa mi apparve
piena di vita e di movimento, dandomi un'impressione
accogliente e ospitale.
Per telegramma avevo fissato una camera in
un albergo non lontano da Piccadilly, consigliatomi
dall'albergatore di Evreux.
Non ebbi dunque da girare in cerca di un alloggio.
Una buona tavola e, quel che  anche
pi importante, un buon letto, erano pronti in
un luogo rispettabile, per quella sera.
La mattina dopo, erano appena le dieci quando
entrai nello studio dell'avvocato Curnett.
Il giovane impiegato che mi ricevette, mi disse
che il suo padrone era assente.
- Il signor Curnett  a Brighton da due
giorni per un affare importantissimo.
- E quando ritorner? - chiesi un po' delusa.
- Forse verso la fine della settimana... almeno
credo! -
Eravamo a mercoled.
- Se la signora vuol parlare col suo segretario? -
Riflettei un istante. Il contrattempo era davvero
increscioso per me.
- Aspetter che il signor Curnett ritorni,
- dissi poi risoluta - perch desidero parlare
con lui personalmente.
- A piacer vostro, signora.
- Intanto potete darmi l'indirizzo del signor
Walter Anderson, che deve essere un vostro
cliente? -
Il giovane di studio rimase indeciso.
- Vengo da parte del signor Dargile, notaro
a Evreux, - mi affrettai a spiegare. - Egli
deve avere scritto in questi giorni al vostro principale. -
Il giovane fece un gesto evasivo.
- Non credo di dover fare un mistero del
l'indirizzo di sir Walter Anderson.  uno scrittore
molto noto a Londra, e l'otterreste facilmente
in qualsiasi redazione di giornale. -
Fissai nella mia mente questa informazione
preziosa: mio marito era un uomo conosciuto.
Avevo preso dalla borsetta il mio taccuino.
- Per esser certa di non sbagliarmi con tutti
questi nomi di strade che conosco cos poco, voglio
scrivere questo indirizzo. Dunque: signor
Walter Anderson...
- Baker Street, numero centotrentadue, -
egli complet.
E subito, come se ambisse a far le cose in
piena regola, per non esser poi incolpato d'indiscrezione,
mi domand:
- Se la signora vuol lasciarmi il suo indirizzo,
potrei avvertire il signor Curnett della
sua visita. -
Gli detti subito soddisfazione raccomandandogli
di telefonarmi all'albergo appena fosse arrivato
il suo principale.
Conosciuto che ebbi l'indirizzo del signor Anderson,
fui presa da una vera smania di vederlo.
Chiamai un'automobile pubblica e mi feci condurre
fino al suo domicilio.
Baker Street  un viale largo e lungo, dove
potei, senza timore di essere osservata, avvicinarmi
al numero centotrentadue ed esaminare
con comodo la casa... per quanto era possibile,
poich essa era situata in fondo a un piccolo
cortile lastricato che intravidi dal portone rimasto
aperto.
Ma a un tratto fui presa dall'ansia febbrile
di scoprire subito la verit di quell'imbroglio
in cui mi trovavo immischiata. Non mi bastava
pi di guardare la casa da lontano: volevo agire
senz'altro ritardo.
Guardai l'orologio, e mi parve che il momento
fosse adatto; erano le dieci e mezzo.
Varcai dunque il portone ed entrai nel cortile.
Sul lato sinistro, in un angolo, un servitore
stava lavando un'automobile.
Gli andai vicino e, in inglese, gli domandai
se il signor Walter Anderson era in casa.
Egli alz la testa e senza parlare mi addit
la porta principale dell'abitazione alla quale
si accedeva per una larga scalinata.
Il suono di un campanello elettrico di cui
avevo premuto il bottone fece accorrere un vecchio
domestico. Costui dischiuse appena la porta
e mi squadr da cima a fondo.
Con cortesia gli ripetei la domanda.
- Appuntamento? - chiese laconico.
- No, - risposi.
- Allora, scrivete. -
Stava per richiudere la porta, ma io avevo
messo a contrasto un piede e ci lo costrinse
a tenerla aperta, e nello stesso tempo ad ascoltarmi.
- Vengo da parte dell'avvocato Curnett, -
dissi mentendo sfacciatamente. - Ho bisogno
di veder subito sir Anderson. Presentategli il
mio biglietto di visita, sono certa che egli mi
ricever.
- Ne dubito, - disse il vecchio col solito
tono aspro. - Date qua, - soggiunse poi tendendo
una mano.
Gli porsi un mio biglietto, sul quale naturalmente
vi era soltanto il mio nome di fanciulla.
Sotto avevo scritto con la matita:
... prega il signor Walter Anderson di dedicarle
qualche istante, per un affare urgente.
Il vecchio domestico si era allontanato, dopo
aver richiuso la porta e lasciandomi fuori, sul
pianerottolo.
Rimase assente per una diecina di minuti.
Cominciavo a credere che si fosse dimenticato
di me e stavo pensando se dovevo sonare di
nuovo o andarmene, quando alla fine ricomparve.
- Passate! - egli disse.
Quell'attesa aveva fatto svanire tutta la mia
presenza di spirito. Lo seguii piuttosto intimidita,
chiedendomi con quali parole sarei entrata
in argomento.
Ora che ero cos vicina allo scopo mi sentivo
impacciata. Confesso che se in quel momento
avessi potuto, senza scandalo, tornare indietro
e fuggire da quella casa, l'avrei fatto subito.
Ma, davanti a me, l'uomo apriva la porta e
si ritirava. Non potevo tornare indietro.
In quello stato d'animo attraversai tre o quattro
stanze ammobiliate con molto lusso. Alla
fine la mia guida si ferm, sollev una portiera
e buss.
- Avanti! - rispose una voce secca.
- La signora  qui...
- Fatela entrare. -
Il tono imperativo della voce mi fece riacquistare
tutto lo spirito, ed entrando con passo
risoluto in un vasto studio, vidi finalmente colui
che la legge mi riconosceva per marito.
Come mi aspettavo, egli mi era del tutto sconosciuto
e la sua fisonomia non risvegliava in
me nessun ricordo.
Era alto e biondo. Il viso rasato era illuminato
da due occhi azzurri, un po' freddi, un
po' alteri.
Tutta la sua persona dava un'impressione di
forza e di energia.
In Francia si sarebbe detto:  un bell'uomo.
Nel popolo sarebbe stato definito diversamente.
Che bel pezzo d'uomo! avrebbe detto
un mercatino. A me fece l'effetto di una forza
che non avrei potuto piegare.
Quando entrai egli era in piedi.
Per un attimo restammo a osservarci a vicenda.
E vedendo che non mi offriva n una sedia
n una poltrona, certo per abbreviare il colloquio,
decisi di sedermi di fronte a lui, dall'altro
lato della scrivania, senza esserne invitata.
Egli mi guardava in silenzio.
- Desiderate? - domand infine, rimanendo
ritto e immobile.
- Parlarvi, - risposi. - E siccome sar una
cosa lunga, credo che staremo meglio seduti che
in piedi. -
Un lampo di sorpresa brill nei suoi occhi
azzurri. Il mio tono risoluto lo maravigliava.
Io stessa ero stupita della mia audacia.
Alla fine, sebbene a malincuore, si sedette anche
lui.
- Spiegatevi e ditemi subito lo scopo della
vostra visita, - disse secco in francese. - E
siccome mi pare che siate poco sicura della lingua
inglese, servitevi della francese, che io pure
parlo correntemente. -
Infatti egli si esprimeva con facilit e soltanto
un leggerissimo accento rivelava la sua
origine britannica.
- Non chiedo di meglio che di potermi esprimere
nella mia lingua materna, - risposi subito.
- Mi sar molto pi facile di farmi capire
da voi.
- Ebbene?
- Prima di cominciare, posso domandarvi se
siete proprio il signor Walter Anderson, cliente
dell'avvocato Curnett?
- Sono io.
- Nessun altro porta un nome uguale al
vostro?
- No, che io sappia.
- Siete dunque proprio voi quello che io ricerco.
Avete letto il mio nome?
- L'ho letto.
- Questo nome non vi dice niente?
- No, quando si riferisce a voi.
-  il mio nome.
- No! -
Quel no fu cos energico che mi fece trasalire.
- Me l'aspettavo, - risposi senza dare altro
segno di turbamento. - Qualche giorno fa venne
pronunziato il vostro nome davanti a me, e con
la medesima forza affermai di non conoscervi.
- Neanche io vi conosco.
- Pare, tuttavia, che io debba conoscervi e
che voi non dobbiate vedere in me una sconosciuta.
In seguito a quali circostanze non so.
Da quattro anni e mezzo pare che il vostro nome
sia unito al mio; insomma, io sarei vostra moglie
e voi mio marito. -
Mi misi a ridere, tanto la cosa mi pareva
divertente.
Il viso di Walter Anderson conservava invece
tutta la sua gravit.
- No, - egli ripet - io non vi conosco.
- E non sono vostra moglie, vero? -
Egli fece un gesto quasi di orrore.
- No!
- Oh, di questo ero sicura! - dissi allegramente.
-  proprio la prima volta che vi vedo.
- Yes!
- Ma siccome io sono Simona Montagnac,
e pare che voi, quattro anni fa, abbiate sposato
una donna che portava questo nome, sono venuta
a pregarvi di darmi tutte le informazioni
utili per fare regolarizzare la mia condizione.
- Quale condizione?
- Quella di essere vostra moglie per forza.
- No, non  vero!
- Scusate. Sul mio stato civile figura un matrimonio
con voi che io non ho stipulato.
- Neanch'io.
- Voi non siete sposato?
- S.
- E il nome di vostra moglie non  Simona
Montagnac?
- S,  quello.
- Ebbene, questo nome  il mio.
- Impossibile!
- Scusate...
- No!  una menzogna.
- Menzogna? Guardate questi fogli.
- Inutile, codesti fogli son falsi.
- Come falsi?
- Yes!
- E perch?
- Perch io non vi ho sposata.
- Lo so. C' un errore.
- No, nessun errore!
- Insomma, guardate voi... -
Gli porsi i diversi atti dello Stato Civile che
avevo con me.
Con gesto di disprezzo egli li respinse.
Cominciavo a trovare la sua flemma un po' irritante.
A poco a poco il sangue mi saliva al
viso e la mia voce si alzava di tono.
- Eppure, signore, siccome si tratta proprio
di voi, Walter Anderson, e di me, Simona
Montagnac, non potete rifiutarvi di esaminarli,
se non che per partito preso.
- Non vi ho sposata, - egli ripet con forza.
- Non vi conosco. Mia moglie  una magnifica
creatura... molto bella... molto elegante... Voi
non le somigliate affatto. -
Un rossore violento mi copr il viso.
Il mio vestito modesto e il mio visino umile
e non meno modesto non potevano pretendere
nessun complimento; ma in Francia gli uomini
hanno una maniera di parlare molto meno crudele
per l'amor proprio femminile.
Quel brusco modo di fare mi aveva disorientata.
Non sapevo pi quale argomento usare.
Egli si era alzato.
- Vedete,  inutile insistere...
- Volete dire?...
- Che non ho pi tempo da perdere per
ascoltarvi.
- Scusate, signore, mi pare che non prendiate
sul serio la mia visita.
- Infatti.
- Avete torto, perch non baster dire di
no. Sono venuta a Londra non per rivendicare
dei diritti di moglie ripudiata... Di questo non
mi curo affatto! Quello che voglio, e per cui
andr sino in fondo,  il riconoscimento dell'invalidit di questo ridicolo matrimonio.
-  vero; l'idea che io abbia potuto sposarvi
 proprio ridicola.
- Oh, non fate dell'ironia, signore! Espressa
in francese essa rasenta la volgarit. Non vi
conosco e non desidero affatto di conoscervi meglio.
Ma sono Simona Montagnac, la sola e la
vera che abbia diritto di portare questo nome;
ebbene, se in seguito a non so quali circostanze,
voi o vostra moglie avete creduto di servirvi del
mio nome, io protester davanti ai Tribunali
e otterr giustizia!
- Le Francesi parlano molto, - egli disse
con flemma.
- Ma sanno anche agire, - risposi esasperata.
- Soprattutto quando si tratta del loro
onore. -
Egli si mise a ridere, se posso chiamare riso
quella specie di sibilo che usc dalle sue labbra.
- Il vostro onore!... Non credo che il nome
di Walter Anderson possa disonorare nessuna
donna.
- Ma bisognerebbe che io l'avessi accettato,
e non che fossi costretta a portarlo contro la
mia volont.
- Ricatto! - egli disse a fior di labbra con
supremo disprezzo.
- Ricatto? - protestai indignata.
- Yes. Niente di vero in tutto ci che state
dicendo da un'ora a questa parte. -
Quel modo di mettere in dubbio le mie parole
mi fece andare fuor di me.
- Ma io non invento niente! - esclamai.
- Ecco le mie carte: esaminatele. Perch rifiutate
di guardarle? -
Egli aveva finito allora di arrotolare una sigaretta,
e lo vidi premere un dito sul bottone
di un campanello.
- Vi faccio buttar fuori, - spieg calmissimo.
- Ho ascoltato abbastanza le vostre chiacchiere.
-  inutile usare dei mezzi violenti con me,
- dissi con voce tranquilla. - Mi ritiro, ma
vi pentirete, signor Anderson, di non aver trattato
quest'affare all'amichevole con me. -
Il domestico era riapparso.
- Riaccompagnate la signora, - disse il padrone
accendendo con noncuranza la sigaretta.
Senza salutarlo, a testa alta e sforzandomi
di assumere un atteggiamento disinvolto, uscii
dalla stanza. Ma dentro di me ero furibonda,
e quando mi ritrovai per la strada mi sentii invadere
da una collera irreprimibile.
- Ah, che razza d'uomo! Che tipo volgare!
Che mascalzone! Ha osato dirmi che mentivo,
che era un ricatto!... Ebbene, la vedremo! -
I Normanni hanno fama di attaccabrighe e
di compiacersi nei processi: io, per parte di padre
e di madre, sono di pura razza normanna.
Fu forse per questo che, durante le ore che seguirono,
camminando a caso per le vie di Londra
non potei far altro che pensare a processi,
giudici e ammende formidabili?
Che scandalo clamoroso mi ripromettevo per
lui e per sua moglie!
Ero cos arrabbiata, che quel giorno non feci
colazione, e soltanto la sera, quando la mia collera
fu un po' calmata, mi accorsi di non aver
preso altro che una tazza di caff e latte la
mattina.
Camminando senza avvedermene, ero andata
a finire all'altra estremit di Londra, e dovetti
prendere una carrozza per ritornare all'albergo.


Capitolo VI.

Quando la sera, dopo quella giornata agitata,
mi ritrovai sola nella camera dell'albergo, un
grande scoraggiamento s'impadron di me.
Dopo le ore snervanti che avevo vissute, avveniva
in me una reazione e mi sentii depressa
e piena di amarezza.
La mia persona, intravista nello specchio, contribu
molto a scoraggiarmi, perch a un tratto
vidi la mia immagine sotto una luce differente.
Quel vestito nero striminzito, antiquato, bench pulito e in ordine, mi rivestiva come di una
livrea di miseria.
E quel cappello da pochi soldi che portavo
da mesi, quelle scarpe solide ma poco eleganti
e gi risolate pi d'una volta, quell'ombrello
grossolano, la collana di perline di vetro nero,
la modesta spilla d'argento, tutto quest'insieme
che ricordava l'umile istitutrice di provincia
con stipendio irrisorio, non mi era mai apparso
cos misero come quella sera.
Umiliata della mia stessa immagine, sentii
le lacrime bagnarmi le guance.
Come avrebbe potuto l'altero Walter Anderson
non restare colpito da quei segni esteriori
della mia mediocrit, della mia miseria anzi,
come dicevo quella sera?
In Inghilterra un contadino  vestito quasi
accuratamente quanto un cittadino, e l'operaio
si veste quasi con la stessa eleganza del principale.
A un tratto mi ritornavano in mente tante
cose apprese nel passato.
L'Inghilterra  il paese dei milionari e dei
miserabili;  anche il paese dei borsaioli e dei
cavalieri d'industria per eccellenza. Non si dice
che vi sia a Londra un ladro su ogni dieci o
dodici individui? E, in non so quale rapporto,
un magistrato della citt non affermava che ogni
giorno a Londra trentamila persone si alzano
senza sapere dove troveranno il cibo per sfamarsi
o un ricovero per la notte?
Come maravigliarsi che Walter Anderson, vedendomi
vestita cos modestamente, non avesse
prestato nessun credito alle mie parole?
Quale fiducia poteva ispirargli la mia presenza,
in un paese dove sorge, quasi al riparo
dalle istituzioni, una folla di persone senza
nome che s'incontrano a ogni passo e la cui
occupazione  quella di mettere a profitto il
portafogli degli altri?
 stato detto che l'Inghilterra  il paese dove
meno si prova la vergogna di chiedere e di ricevere
denaro; che dappertutto la povert  una
disgrazia, mentre l essa  un delitto. Il merito
deve dunque, per essere riconosciuto, avere le
apparenze dell'agiatezza, perch, fatalmente, si
 portati a giudicare un uomo dal suo esteriore
prima di fare ogni altra considerazione.
Tutte queste sconsolanti riflessioni sfilarono
come in una cinematografia nella mia memoria,
dandomi l'amaro rimpianto di non averci pensato
prima.
E come se ci non bastasse ancora alla mia
umiliazione, mi ricordai anche di alcune raccomandazioni
dell'albergatore di Evreux.
Soprattutto non cercate di andare in qualche
luogo senza assicurarvi prima di esservi
ben ricevuta... Abbiate sempre una raccomandazione.
La lettera che vi do vi aprir le porte
di un albergo serio e ben frequentato. Ma ci
ha poca importanza. Ricordatevi che, di solito,
per entrare nella buona societ inglese bisogna
essere presentati. Nei salotti e anche nelle riunioni
intime, l'etichetta regna sovrana. Andate
dunque molto cauta nella scelta delle vostre conoscenze,
e siate molto riservata anche nelle
vostre passeggiate.
Quel brav'uomo di albergatore aveva speso
bene davvero il suo tempo nel mettermi in guardia
contro certe usanze e nel cercare di consigliarmi!
Esser cauta?
Lo ero stata poco, il primo giorno!... Se mi
fossi trovata in un piccolo paese normanno, in
mezzo a persone di conoscenza, non avrei agito
con meno circospezione di quel che avevo fatto
durante i miei primi passi a Londra.
Il signor Dargile mi aveva aperto la porta
del notaro Curnett; senza la mia imperdonabile
precipitazione, tutto sarebbe andato bene e non
sarei stata trattata a quel modo da Walter Anderson.
Il ricordo di quell'offesa mi faceva salire il
sangue alla testa; ero stata messa alla porta
di una casa, io, una ragazza perbene!
Passai la notte rimuginando questi pensieri
e, come  facile immaginare, la mattina dopo
non rimasi a letto a poltrire.
La notte porta consiglio. Non so se il risultato
di quelle ore d'insonnia fu veramente di
grande importanza, fatto sta che uscii di buon
mattino e mi misi a girare per i magazzini
francesi di Londra.
La sera mi ritrovai all'albergo, con la camera
ingombra di scatole di tutte le dimensioni
e di tutte le specie, che erano state portate la
mattina.
Possedevo molti vestiti e molti cappelli, ora.
Non avevo neanche dimenticato la biancheria e
le scarpe, ma la mia borsa era alleggerita di
una bella somma.
E mentre tiravo fuori tutte quelle cose e le
mettevo nell'armadio, mormoravo tra me con
ira:
- Ah! Avete bisogno della vernice, signori
inglesi? Ebbene, l'avrete! Vi daremo la polvere
negli occhi, signor Anderson, se questo vi piace!
Bella, elegante!... Davvero, aveva tutte queste
qualit vostra moglie?... Se non mi d la bellezza,
il vostro denaro servir almeno ad adornarmi,
caro signor Anderson! Poich siete voi
che pagate, sublime romanziere!... Scrittore!...
Si fa chiamare letterato, e non  neanche abbastanza
psicologo per distinguere una ragazza
onesta da un'avventuriera!... Ah! Brutto Pulcinella!
- Non posso giurare che i miei vestiti e la mia
biancheria non fossero un po' sgualciti dai gesti
energici con i quali accompagnavo le mie
parole. Credo anzi che, forse, per disporli meglio
nei palchetti dell'armadio, distribuissi qualche
pugno supplementare destinato certamente
all'antipatico fantasma che ossessionava la mia
mente.
Avevo appena finito questa faccenda quando
un cameriere dell'albergo buss alla porta.
- Signorina, oggi nel pomeriggio siete stata
chiamata al telefono. Siccome eravate fuori,
hanno avvertito l'impiegato dell'albergo che in
serata sarebbe giunto un messaggio per voi. Il
fattorino  qui, volete vederlo? Forse vorr una
risposta. -
Dato lo slancio eccessivo che avevo messo nel
mio lavoro, il mio abbigliamento e la mia pettinatura
erano un po' in disordine... e cos
pure la camera, ingombra di scatole ammonticchiate.
In tali condizioni non potevo scendere
gi nel salone.
Pregai dunque il cameriere di far salire il
commissionario.
La lettera portava l'intestazione dello studio
del signor Curnett.
Egli stesso mi scriveva annunziandomi di aver
ricevuto la lettera del notaro Dargile e fissandomi
un appuntamento per il giorno dopo
alle tre.
Questa premura dell'avvocato Curnett nel
mandarmi a chiamare mi fece piacere. Almeno
costui aveva intenzione di ascoltarmi.
In fretta scarabocchiai un bigliettino di assenso
per l'appuntamento fissato e lo consegnai
al fattorino con una piccola mancia.
Poi, stanca per le visite fatte ai negozi e le
numerose prove che avevo dovuto subire in cos
poco tempo, soddisfatta nel pensare che per il
colloquio del giorno dopo sarei stata ben vestita,
andai a letto e mi addormentai di un sonno
tranquillo.


Capitolo VII.

Fui puntuale all'appuntamento fissato dal
notaro Curnett.
Credevo di trovarlo solo nello studio, ma invece
c'era anche Walter Anderson.
La sua presenza inaspettata mi procur un
vero malessere; pensavo che avrebbe complicato
le cose, e temevo una scena identica a quella
del giorno prima, credendo che il signor Curnett
fosse gi stato prevenuto contro di me.
Per, quando entrai, egli si era alzato e mi
aveva salutata con un leggero inchino della testa,
mentre i suoi occhi si posavano sopra di
me con una certa sorpresa, come se durasse fatica
a riconoscermi. Forse egli si aspettava di
rivedermi vestita con la livrea di miseria con
la quale gli avevo fatto visita il giorno prima.
Questo pensiero mi fece salire al viso un'ondata
di sangue, mentre rispondevo al suo saluto,
senza alterigia, ma anche senza affabilit.
Devo confessare che la sua presenza aveva fatto
risorgere in me un fiotto di pensieri tumultuosi
pieni di amor proprio ferito e di rancore inappagato.
Avrei preferito che durante quel primo
colloquio col notaro Curnett egli non ci fosse
stato, perch sentivo che, pur senza volere, sarei
stata sempre di parere diametralmente opposto
a quello di lord Anderson, anche se ci
avesse dovuto recarmi danno.
Il signor Curnett ebbe verso di me un gesto
affabile.
- La signorina Simona Montagnac? - egli
disse gentilmente.
Quella parola signorina in bocca al legale
inglese mi fece piacere. Almeno costui non mi
maritava per forza, n contestava il mio stato
civile!
E poich mi parve di respirare un'atmosfera
di cordialit, e forse anche perch sapevo di
star bene col mio nuovo vestito bl, riacquistai
un po' di fiducia.
Inoltre, mentre mi sedevo in una poltrona
offertami dal padrone dello studio, l'alto specchio
sul camino mi riflett l'immagine di una
fresca e graziosa parigina, sotto al grande cappello
di feltro bianco.
E siccome non c' niente di meglio per incoraggiare
una donna che la sicurezza di sapersi
piacevole a guardare, riacquistai a un
tratto la completa padronanza di me.
Il signor Curnett, del resto, entr subito in
argomento, ci che m'imped di prolungare le
mie osservazioni sulle persone e sulle cose che
mi circondavano.
- Ho ricevuto una lettera del vostro notaro
di Evreux, che mi annunziava la vostra venuta;
d'altra parte il signor Walter Anderson mi ha
informato della vostra visita d'ieri...
- Ah! - esclamai un po' ironica.
Il signor Anderson nonostante tutto aveva
dato ad essa una certa importanza?
- L per l forse egli non seppe distinguere
la verit. La vostra visita lo prese un po' alla
sprovvista; di punto in bianco  difficile farsi
un'idea... Insomma, mercoled, al mio ritorno,
seppi che egli mi aveva telefonato durante la
giornata.
- Mercoled?
- S, - intervenne Anderson - la sera stessa
della vostra visita credetti bene di far parte
al notaro Curnett di quanto mi diceste.
- Quanto vi dissi era la verit.
- Non lo sapevo.
- Avreste dovuto verificarlo sul momento. -
Il colloquio prendeva una brutta piega.
Il signor Curnett intervenne:
- La lettera del signor Dargile non c'era,
e siccome essa  il vero pernio di questa inverosimile
faccenda, il signor Anderson non sarebbe
rimasto convinto.
- Neppure se si fosse degnato di esaminare
i documenti che gli avevo portati? - chiesi.
- Neppure tenendo conto di ci, - rispose
con fermezza l'avvocato.
Egli continu:
- I documenti di Stato Civile possono essere
falsificati, e anche i timbri.
- Allora anche la lettera del signor Dargile
potrebbe essere apocrifa.
- Giustissimo! Infatti ieri, dietro richiesta
del signor Anderson, ne verificai l'origine.
- Avete potuto accertarvi che essa proveniva
proprio dal mio notaro? - domandai un po' maravigliata.
- S, per telegramma me ne sono fatto confermare
i punti salienti. -
Rimasi sbalordita da tutte quelle precauzioni.
Senza badare al mio stupore il notaro Curnett
continu:
- Il signor Anderson ed io stesso non dubitiamo
pi, ora, della vostra identit; voi siete
proprio la signorina Simona Montagnac che noi
abbiamo creduto di sposare il ventitr luglio
millenovecento...
- Che avete creduto di sposare? - chiesi
senza capire.
- S. Il signor Anderson desiderava sposare
proprio Simona Montagnac, chiunque fosse la
ragazza che portava questo nome. -
Walter Anderson approv con la testa.
- Non capisco niente, - dichiarai. - E siccome
sono all'oscuro di tutto su questo strano
matrimonio, volete darmi qualche spiegazione,
signori?
-  quello che sto per fare, col permesso
di lord Anderson, - disse il notaro.
E dopo essersi raccolto un momento, cominci
il suo racconto
L'avvocato Curnett era un uomo di una cinquantina
d'anni, certamente molto pratico di
affari. Nel suo tono e nelle sue maniere vi erano
tanta schiettezza e bonariet, che egli riusciva
a ispirare fiducia tanto ai suoi clienti quanto
ai suoi avversari. Dovevo in seguito accorgermi
che questa sua benevola franchezza non gl'impediva
di essere un uomo d'affari ammirevole,
che prendeva a cuore gl'interessi dei suoi clienti
(pi di essi stessi forse!), e lo rendeva un temibile
avversario.
Per il momento le sue parole calme e gentili,
la sua voce simpatica e suadente mi avevano
fatto bene, creando intorno a me un'atmosfera
di fiducia e di speranza. Mi pareva di essere
alla presenza di un altro signor Dargile, e che
non mi potesse accadere niente di male in sua
compagnia.
Ascoltai dunque con sentimenti di vera conciliazione
le spiegazioni che egli mi dette.
- Sono costretto a riassumere i fatti risalendo
a molto tempo indietro. Devo rievocare
il ricordo di vostra madre e anche quello del
vostro padrino... Venticinque anni or sono, costui,
Carlo di Florent, voleva sposare vostra
madre, allora Valentina d'Erneville. Purtroppo
certi dissensi politici dividevano le due famiglie,
e n il padre di Carlo di Florent n quello
di Valentina vollero dare il loro consenso al
matrimonio. Valentina d'Erneville divenne dunque
la signora Montagnac e Carlo di Florent
rimase celibe. Quest'ultimo aveva una sorella,
Giovanna, maggiore di lui di qualche anno, sposata
a un letterato inglese: Raimondo Anderson
padre di Walter qui presente. Cosicch
Carlo di Florent era vostro padrino e zio di
Walter Anderson. Avete afferrato bene fino a
questo punto i rapporti tra i diversi personaggi
che furono le cagioni dirette e indirette del matrimonio
contratto dal mio cliente?
- Ho capito benissimo.
- In fin dei conti, questi particolari hanno
soltanto un valore retrospettivo poich, salvo il
vecchio Raul di Florent, padre di Carlo e nonno
di lord Walter, tutti gli altri sono morti
e voi due siete in tutto e per tutto i soli discendenti
delle famiglie d'Erneville e di Florent.
- Benissimo.
- Ci che importa sapere soprattutto,  che
cinque anni fa Carlo di Florent lasci molti milioni
e nessun figlio. Per testamento egli istituiva
Walter Anderson erede universale, sotto
certe condizioni di cui la pi importante era
che suo nipote sposasse la sua figlioccia Simona
Montagnac, e le riconoscesse in dote la somma
di diecimila sterline.  abbastanza difficile spiegare
perch il testatore fissasse questa condizione
invece di lasciarvi direttamente la somma.
Forse temeva che il testamento venisse attaccato
dal vecchio di Florent. Infatti nell'esposto
delle sue ultime volont appare che egli non
aveva mai perdonato a suo padre di averlo costretto
al celibato negandogli il diritto di sposare
la donna che amava. Pare inoltre che egli
sia rimasto celibe non tanto in seguito al suo
amore infelice, quanto per vendetta, per privare
cio il vecchio Raul di Plorent di ogni speranza
di vedere perpetuata la sua discendenza. Con
Carlo, infatti, si  spento il nome dei di Florent.
Insomma, - prosegu il notaro - qualunque
siano stati i motivi che dettarono il testamento
del vostro padrino, una cosa  certa:
la sua volont chiara ed espressa che voi sposaste
Walter Anderson.
- Per lui l'importante era di unire una
d'Erneville a un di Florent, - osservai sorridendo.
- Proprio cos. E in una lettera affettuosissima
al nipote, egli lo supplicava di contrarre
quel matrimonio, affermando che avrebbe trovato
nella sua figlioccia una moglie incantevole
e compita. Per farla breve, lord Anderson, che
voleva molto bene a suo zio, fu felice di quella
vendetta postuma che egli gli faceva effettuare,
e accett la moglie che il suo parente gli legava.
- Accett la moglie e anche le diecimila sterline,
- dissi io leggermente ironica.
- Certo. - rispose calmo il notaro - giacch
queste facevano parte del contratto. -
Durante tutte queste spiegazioni, Walter Anderson,
seduto in una poltrona all'altro lato
della stanza, con le gambe accavallate, pareva
del tutto estraneo al colloquio che si svolgeva.
L'aveva udito, oppure il suo pensiero, seguendo
qualche filo vagabondo, spaziava fuori dalle
quattro mura di quella stanza?
Il suo atteggiamento era cos impassibile che
nessuno avrebbe potuto dirlo. A volte egli fissava
ostinato la punta della sua scarpa che
luccicava sotto il leggero dondolio del piede.
Altre volte i suoi occhi non si staccavano pi
dall'alta finestra appena velata dalle tendine
di tulle.
- Tutto questo non mi spiega - osservai
dopo il discorso del notaro - come il signor
Anderson abbia potuto contrarre questo matrimonio
senza che io ne sapessi niente, e soprattutto
senza che fossi presente alla cerimonia. -
Facendo questa domanda, avevo quasi paura
di udire la risposta, tanto mi pareva verosimile
in quel momento la supposizione del signor
Dargile.
Potete esservi sposata per storditezza, per
sorpresa, per ignoranza...
Ma il signor Curnett dissip subito questo
timore.
- La vostra domanda  difficile a risolvere,
poich la buona fede di lord Anderson  stata
sorpresa. Per sposarvi era necessario che egli
vi conoscesse, e per conoscervi era necessario
rivolgersi al vostro tutore. Fu lui, quel miserabile,
che, ingannando la nostra fiducia, macchin
questa sostituzione di persona. Bertheim
venne a Londra, ci present una graziosa fanciulla
che ci disse essere la sua pupilla Simona
Montagnac. Noi non andammo a cercare altro.
Perch avremmo dovuto mettere in dubbio la
parola del vostro tutore? Quale interesse poteva
egli avere a una sostituzione di persona?
Noi sposammo la donna che egli ci present:
era giovane e bella...
- Lo so: bionda, fine e molto elegante! -
lo interruppi un po' ironica, dando una rapida
occhiata a lord Anderson il cui viso restava
impenetrabile.
- L'avete vista? - domand sorpreso il notaro.
- No... Ma il signor Anderson mi ha gi
vantato i pregi di sua moglie. -
Il signor Curnett scosse la testa.
- Ahim! I pregi si riducevano al suo esteriore
! Ella era civetta, scialacquatrice, nervosa,
autoritaria, e aveva un carattere davvero insopportabile.
Dopo un mese di matrimonio la casa
del signor Anderson era ridotta a un inferno. -
Non potei resistere alla tentazione di dare
un'altra occhiata a Walter Anderson. Da quando
si stava parlando pi direttamente di lui,
egli si era alzato e misurava a gran passi la
stanza. Soltanto i suoi occhi diventati duri e
le labbra contratte indicavano che egli non perdeva
una parola di ci che diceva il notaro,
e mi maravigliavo quasi che egli non interrompesse
costui su quelle rivelazioni della sua vita
intima.
Ma vi doveva essere stato un accordo tra i
due uomini prima del mio arrivo, perch il signor
Curnett continuava il suo racconto come
se l'interessato non fosse stato presente.
- Per non dare al suo nonno, Raul di Florent,
la soddisfazione che il divorzio del nipote
con la figlia di Valentina d'Erneville gli avrebbe
procurato, per due anni il mio cliente nascose
a tutti la piaga intima che rodeva il suo
focolare e sopport quell'inferno. Le cose durerebbero
ancora se l'indegna creatura che aveva
preso il vostro nome non avesse un giorno lasciato
il domicilio coniugale portando via un
grosso pacco di titoli che il mio cliente, imprudentemente,
aveva lasciati in una cassetta.
Da allora, ella gira per il mondo, e noi abbiamo
udito parlare di lei una sola volta da
Bertheim, il quale richiese per la signora una
pensione, minacciandoci di scandalo se non avessimo
ottemperato a quanto esigeva.
- Ma quale interesse poteva avere il mio
tutore a questa sostituzione di persona? - domandai.
- Bisogna supporre che ci avesse il suo vantaggio,
- afferm il signor Curnett. - Su
questo noi non possiamo fare che delle congetture.
Bertheim era un ebreo di origine tedesca
naturalizzato francese per comodit dei suoi affari.
Doveva essere terribilmente avido e nello
stesso tempo poco scrupoloso sui mezzi che impiegava.
Aveva dovuto calcolare che il signor
Anderson, stanco dei capricci di sua moglie, si
sarebbe deciso a chiedere il divorzio, nel qual
caso avrebbe dovuto versare le diecimila sterline
riconosciutele in dote; inutile aggiungere
che la maggior parte di questa somma sarebbe
passata dalle mani della sua complice nelle
proprie. Quella miserabile sostenne la parte a
maraviglia; ma il caso volle che la volont tenace
di Anderson sventasse i loro calcoli.
- Ed io?... In tutto ci, Bertheim che cosa
intendeva fare di me?
- Mah! Forse egli pensava di avere davanti
a s pi di quattro anni di tempo prima che
la vostra maggiore et l'obbligasse a rendervi
dei conti. Egli doveva supporre che tutto fosse
finito a quella scadenza, e probabilmente, se le
cose fossero andate bene, non avrebbe aspettato
i vostri ventun anno per dileguarsi insieme con
la sua complice. -
Le supposizioni del signor Curnett dovevano
certo avvicinarsi alla verit.
Il mio tutore doveva aver calcolato proprio
cos.
Mentre il notaro, dopo queste lunghe spiegazioni,
riprendeva respiro, la mia attenzione ritorn
sopra Walter Anderson.
Con la fronte solcata da rughe profonde, gli
occhi a terra, le mani sul dorso, egli continuava
a andare in su e in gi per la stanza. Forse
era la prima volta che le sue sventure coniugali
venivano messe cos a nudo davanti a una
persona estranea. Per lui, orgoglioso come appariva,
quella confessione, anche se fatta da un
altro, doveva essere stata penosissima. E bench
non avessi da lodarmi del suo modo di procedere
verso di me, egli mi fece compassione.
- Eccovi ora informata di tutto quanto ha
preceduto e seguito il vostro matrimonio con
lord Anderson, - riprese l'uomo d'affari. -
Credo di non aver omesso nessun particolare
suscettibile d'illuminarvi. Ebbene, dal canto vostro,
dovete dire come avete conosciuto la verit
e quello che ora vi proponete di fare. -
In poche parole raccontai della morte di Bertheim
e dell'ingerenza del signor Dargile nei
suoi affari; dissi quanta fatica quest'ultimo
aveva dovuto durare per convincermi che io ero
davvero maritata, e finii affermando la mia risoluzione
di fare annullare quel matrimonio che
si basava su una sostituzione di persona.
- E perch annullare? - esclam il notaro.
- La sostituzione di persona non toglie l'esistenza
del testamento di Carlo di Florent. Sono
state soprattutto le sue ultime volont che vi
hanno maritata a Walter Anderson.
- Prego, - ribattei eccitata. - Non ho accettato
le clausole di quel testamento, io!
- Ma ne traete un utile, poich esso vi fa
ricca, mentre, come avete confessato voi stessa,
siete del tutto sprovvista di mezzi.
- E voi credete, signore, che dal canto mio
accetterei le diecimila sterline di cui questo matrimonio
mi rende padrona? Non ho nessuna
intenzione di distogliere un centesimo a sir Anderson.
Perch le cose siano in ordine, mi offro
anzi fin da oggi di dargli quietanza del denaro
che egli mi ha riconosciuto come dote. Gli chiedo
soltanto una cosa: di aiutarmi lealmente a fare
annullare questo matrimonio.
- Mai! -
Questa esclamazione era stata emessa da Walter
Anderson. In piedi, fermo davanti a me,
egli mi guardava un po' pallido, con un'aria di
sfida sulle labbra.
Avevo trasalito al suo tono cos energico. Era
la prima volta che egli prendeva parte al colloquio,
e con una sola esclamazione si trovava
gi in contrasto con me.
Passata la prima sorpresa devo riconoscere
che provai una certa soddisfazione all'idea di
poterlo contraddire.
- Non volete che questo matrimonio sia annullato? -
domandai calmissima.
- Non voglio!
- Perch?
- Per lo stesso motivo per il quale ho sopportato
durante due anni il carattere infernale
dell'altra donna... Non voglio n divorzio n
annullamento... almeno finch vivr mio nonno...
Poi vedremo!
- E quanti anni ha vostro nonno?
- Settantasei, ed  ancora valido, se devo
giudicarlo dalla sua inflessibile volont... -
Mi misi a ridere.
- Via, non parlate sul serio! Noi non ci conosciamo,
non ci vogliamo bene... oh, affatto!
 Proprio cos: affatto! - egli appoggi con
convinzione.
- Anzi devo aggiungere che proviamo una
certa antipatia scambievole, - continuai.
- Una certa antipatia! - egli disse con lo
stesso tono.
-  dunque impossibile che vogliate davvero
lasciar sussistere questo stupido matrimonio che
ci unisce e che potrebbe durare ancora molto
se, per esempio, vostro nonno diventasse centenario.
- Infatti questo matrimonio  una calamit,
- egli rispose di rimando - ma ho deciso che
esso duri finch viva il mio nonno. Ora, un inglese
ha una parola sola, e quando ha deciso
una cosa va sino in fondo. -
Scoppiai in una risata: forse essa son un
po' forzata, ma era una tale soddisfazione per
me di sfidare quell'uomo cos a faccia a faccia!
- Ebbene, anch'io ho una volont, e disgrazia
vuole che essa sia diametralmente opposta
alla vostra. -
Negli occhi di Anderson pass una fugace
fiamma.
- Pagher ci che volete, purch accettiate
la mia. -
Poco abituata al carattere pratico degl'Inglesi,
le sue parole mi parvero un' ingiuria alla
mia dignit.
Ma il mio riso ironico che lo sferzava non lasci
trasparire niente.
- Mi volete pagare perch venga ad abitare
con voi e vi renda l'esistenza almeno altrettanto
infernale di quanto ve la rese l'altra donna? -
Credevo di aver riportato una vittoria su lui
a giudicarne dai lampi che lanciavano i suoi
occhi freddi; ma egli, padrone di s nonostante
tutto, osserv a fior di labbra:
- La vera Simona Montagnac si prepara
dunque a copiare i gesti e il carattere dell'intrigante
che cerc di farsi passare per lei? -
Mi sentii un po' confusa.
Nella mia smania di contraddirlo stavo per
dimenticare il rispetto che dovevo alla mia nascita
e alla mia educazione; e tornata improvvisamente
seria, risposi con vivacit:
-  appunto perch non si creda che io voglia
imitare neppur lontanamente l'ignobile carattere
affaristico di quella miserabile, che mi
rifiuto di sanzionare con un consenso il matrimonio
da lei concluso.
- Eh, mio Dio! Non vi chiedo di diventare
davvero mia moglie, n di vivere con me in intimit.
- Meno male, poich nessuna considerazione
potrebbe farmi accettare ci!
- Non ci tengo affatto neppur io, credetemi! -
egli rispose. - Non ho nessun desiderio di
fare pi ampia conoscenza di voi. -
Il suo tono d'ironica cortesia cominciava ad
irritarmi. Oltre a ci non ero abituata a un simile
combattimento oratorio nel quale l'ironia
britannica si univa a un certo disprezzo mal
celato che produceva su me l'effetto di uno
schiaffo.
- Finiamola, - egli disse a un tratto cambiando
tono. - Vi chiedo di restare come siamo
ora, o piuttosto come eravamo ieri, cio due
estranei che non si conoscevano e non sapevano
nulla l'uno dell'altro.
- Ma questo matrimonio?
- Persister legalmente, e basta. Voi continuerete,
domani come ieri, a vivere la vostra
vita in Francia o altrove, a piacer vostro; rimarrete
per tutti Simona Montagnac. In compenso
io vi passer l'assegno che vorrete stabilire
e vi dar l'indennizzo che fisserete voi
stessa. Questo matrimonio  una vendetta alla
quale non voglio mancare; voi potete approfittarne
dettando le pretese che vi piacer di...
- Non insistete, rifiuto.
-  insensato, voi siete senza mezzi e io vi
offro...
- Nessuna somma potrebbe indurmi ad accettare
le vostre proposte... Voi vedete soltanto
la vostra volont da una parte e la vostra offerta
di denaro dall'altra; ma quello che non
considerate, signore,  la mia giovent che
dovrei sacrificarvi, la mia libert, il diritto di
vivere la propria vita che ogni creatura umana
possiede sulla terra... Dovrei immolare tutto
questo per soddisfare il vostro rancore... Resterei
Simona Montagnac per tutti, voi dite,
ma legalmente sarei sempre vostra moglie, e
quindi ogni altro matrimonio mi sarebbe proibito.
E se l'avvenire mettesse un giorno sulla
mia strada un bravo ragazzo che mi offrisse la
sua fede e il suo nome, dovrei dunque rinunziare
alla gioia di essere amata, all'orgoglio di
essere sposa, alla dolcezza di esser madre?...
E perch dovrei sacrificare tutto questo a voi
che non conosco e per il quale non provo che
antipatia? Quale somma di denaro pagherebbe
la mia vita sciupata, signore? No! Con tutte
le forze, con tutta l'anima rifiuto la vostra offerta
e respingo questo orribile mercato. -
Una sincera commozione faceva tremare la
mia voce. Ora non scartavo soltanto per sfida
la proposta del mio interlocutore, ma difendevo
la mia felicit, i miei sogni di fanciulla contro
ogni tentazione.
Da quando Walter Anderson aveva incominciato
a parlare, il signor Curnett era rimasto
in silenzio.
A questo punto egli lo ruppe.
- Permettetemi, caro signor Anderson, e voi,
signorina Simona, d'intervenire tra voi e di
darvi i consigli della mia vecchia esperienza...
o lasciato che giustamente vi scambiaste le
vostre impressioni... Avete cominciato col dirvi
cose piuttosto sgradevoli, come se ognuno di voi
cercasse di ferire l'altro, senza che, in fin dei
conti, vi sia motivo di questo scambio di amenit,
giacch siete due vittime della stessa fatalit...
- Scusate, - lo interruppi - ho i miei motivi
di essere in collera col vostro cliente.
- E quali?
- Il signor Anderson, l'altro giorno, buttandomi
fuori di casa sua, mi fece il peggiore affronto
che io abbia mai sopportato in vita mia.
- Quello fu il risultato di un vero sbaglio.
Per bocca mia, il mio cliente ha riconosciuto
i suoi torti poco fa salutando in voi la vera
Simona Montagnac. -
Alzai le spalle.
- Ci non toglie che dopo quel primo incontro
il signor Anderson rimarr per me uno degli
uomini meno simpatici che abbia mai incontrati
sulla mia strada. -
Walter Anderson s'inchin di nuovo, e soggiunse:
- Ci troviamo d'accordo almeno su questo
punto, signorina, perch dal canto mio ho visto
raramente una donna che si sforzasse di
mostrarsi cos esosa come voi... -
Il notaro ci ascoltava stupito.
- Via, via! Avete torto entrambi di aggravare
cos i vostri dissensi. Voi, caro signor Anderson,
siete l'uomo migliore e pi leale ch'io
conosca! Discendente di una delle nostre pi
antiche famiglie, gentiluomo impeccabile, come
potete persistere in questo atteggiamento aggressivo
verso una ragazza ben educata che, pi
ancora di voi,  vittima del matrimonio che
unisce i vostri due nomi?
- Non vedo in che cosa la signorina Montagnac
sia tanto da compiangere per essere legalmente
mia moglie, - osserv Walter Anderson
un po' seccato.
- Certo, - si affrett ad approvare il notaro
- la signorina Simona non pu rammaricarsi
della vostra onorabilit n della vostra
condizione, e nemmeno del vostro valore personale
di cui ogni donna che porti il vostro nome
deve per forza essere orgogliosa.
- Appunto!
- Disgrazia vuole che i legami che la uniscono
a voi siano legami imposti, senza che la
sua volont n i suoi sentimenti siano stati consultati.
- Non  lo stesso per me?
- L'animo di una fanciulla si sgomenta pi
presto di quello di un uomo. Tuttavia, dall'unione
che oggi vi avvicina, deriva sempre un fatto
certo, ed  che se vi foste incontrati quattro
anni fa, come avrebbe dovuto essere, sareste
oggi marito e moglie in tutta l'estensione del
termine e sono certo che nessuno dei due penserebbe
a rammaricarsene.
- Questo poi! - protestai scotendo la testa.
- S, signorina, - insist il notaro. - E
voglio dire anche di pi: senza l'ignobile sostituzione
di cui fu vittima il mio cliente, voi
amereste vostro marito come egli amerebbe voi,
e non pensereste affatto a lasciarlo. Quattro
anni fa avreste naturalmente acconsentito a questo
matrimonio, e non vi sarebbe in voi, signorina,
il brutto ricordo dell'accoglienza avuta
ieri l'altro, e in voi, caro amico, l'irritazione
prodotta dal solo nome di Simona Montagnac
che vi ricorda tante scene dolorose e tanti dispiaceri. -
E siccome Walter Anderson dava segni d'impazienza,
il signor Curnett si rivolse con premura
a lui:
- Via, caro amico, convenite che all'inizio
del vostro matrimonio avete tentato tutti i mezzi
possibili di conciliazione e di dolcezza per andare
d'accordo con vostra moglie!
-  vero.
- Ebbene, gli stessi mezzi che sono falliti con
quella miserabile, sarebbero riusciti con la signorina,
ne sono sicuro.
- Ma il caso era molto diverso! - lo interruppi
ancora una volta.
Il notaro si volse verso di me come se una
bestia l'avesse punto.
- E perch dunque? - chiese impazientito.
- Perch il signor Anderson cerc di piacere
alla donna che aveva preso il mio nome pi che
altro perch essa era bella, bionda, elegante,
eccetera, mentre con me, appena mi vide, non
ebbe che un'idea: mettermi alla porta senza
tante spiegazioni. -
Nonostante il rancore che covavo dentro di
me, pronunziai quelle parole in tono leggero,
con un sorrisetto allegro sulle labbra.
Il signor Curnett non pot fare a meno di
sorridere, mentre il viso di lord Anderson rimase
cupo.
- Avete il rancore tenace, signorina; tenace
come se foste di puro sangue inglese! La donna
che prese il vostro posto era infatti molto bella...
era bionda, e voi siete bruna... Non credo
per che il colore dei capelli possa impedire a
una donna di esser graziosa... Che ne dite voi,
lord Anderson? -
L'interpellato alz le spalle e rispose con una
certa irritazione:
- Che cosa volete che me ne importi, dato
che non ho libert di scelta e che il caso ha
lavorato senza consultare i miei gusti? -
Poi concluse con amarezza:
- Per le gioie familiari che l'avvenire mi riserba,
mi  del tutto indifferente che mia moglie
sia bella o brutta.
- Invece io trovo questo molto importante.
- E perch? - lo interruppi un po'altera,
poich questa discussione sul mio fisico cominciava
ad annoiarmi.
- Poich, dato che siete sposati...
- Oh, cos poco! - protestai.
- Prego: matrimonio civile e religioso, -
rispose il notaro riscaldandosi anche lui. -
Siete sposati! E lo siete pi moralmente per la
volont dei vostri parenti che hanno desiderato
questa unione e ve l'hanno imposta, che legalmente
per gli atti dello Stato Civile. Concludo
dunque che prima di rompere questo matrimonio
come vorrebbe la signorina Simona, o prima di
vivere estranei l'uno all'altra, come propone il
mio cliente, voi dovete innanzi tutto assicurarvi
di non poter vivere insieme. -
Uno stesso gesto di protesta ci fece alzare
ambedue.
- Mai! - gridai.
- Impossibile! - esclam Anderson.
- E perch questo mai e questo impossibile? -
disse il notaro senza scomporsi.
- Voi siete estranei l'uno all'altra, questo  certo;
ebbene, farete conoscenza come i vostri parenti
desideravano. E siccome vi stimo due persone
ben educate e di buona moralit, son certo che
farete lealmente una tal prova.  la conclusione
logica di questa avventura. -
Lo stupore mi aveva resa muta e guardavo
a volta a volta il notaro calmissimo e lord Anderson
che mal frenava dei movimenti d'impazienza.
- Scusate, caro Curnett, - egli disse con
aria irritata - ma io non mi aspettavo davvero
che mi faceste una proposta cos contraria ai
nostri patti. Avreste almeno potuto consultarmi
prima di esporla! Sono stato terribilmente infelice
dopo quel maledetto matrimonio... Comincio
ora a vivere tranquillo e sarebbe una pazzia
espormi a nuovi dispiaceri dividendo la mia
vita con una signorina che... -
Il notaro lo interruppe con vivacit.
- Basta, lord Anderson! Non ricominciate
a scambiarvi dei complimenti con la signorina
Montagnac. Credete a me: voi non conoscete
la signorina e lei non conosce voi; non dovete
dunque giudicarvi su semplici apparenze.
- Curnett, voi oltrepassate il mandato che
vi ho affidato! - replic Walter Anderson con
collera.
-  per il vostro bene, amico mio, credetemi.
Ma siccome pu darsi che abbiate ciascuno
dei motivi personali che vi fanno respingere
la mia proposta, v'interrogher uno dopo
l'altra a quattr'occhi, se credete. Cos, ognuno
potr parlare liberamente senza dover esprimere
il proprio pensiero in presenza dell'altro. -
Walter Anderson accett subito la proposta.
Era evidente che il ravvicinamento desiderato
dal notaro non gli piaceva affatto.
Per parte mia non ne vedevo l'utilit: nessun
argomento mi pareva capace di far cambiare le
mie risoluzioni circa quell'uomo che il caso aveva
posto sulla mia strada.
Il notaro aveva aperto una porta e mi faceva
cenno di seguirlo.
- Andate in quel salottino, signorina Montagnac,
mentre io parler col signor Anderson.
Tra poco avr l'onore di ascoltare anche voi. -
Scossi la testa, poco disposta ad accondiscendere
al desiderio del notaro.
- Credo che sia una prova inutile. Non mi
riconoscer mai come moglie di un uomo che
non ho scelto. -
Ma il signor Curnett con fermezza mi condusse
nel salotto dicendomi:
- Andate, cara figliuola; in nome di vostra
madre e del vostro padrino del cui affetto per
voi non potete dubitare, io vi chiedo di sottoporvi
a questa prova. Il signor Dargile, se fosse
qui, non vi consiglierebbe diversamente, ne sono
certo.
- E sia, vedremo, - dissi rassegnandomi ad
obbedirgli.
Ed entrai nel salotto di cui egli chiuse con
cura la porta.


Capitolo VIII.

Quanto tempo durasse il colloquio del notaro
con lord Anderson non potrei dire.
Il tempo mi parve lunghissimo, sebbene lo
avessi impiegato a ripetermi, sotto tutte le forme,
questa risoluzione:
Non voglio, non posso accettare di vivere
con quell'uomo!
Alla fine la porta si apr e il notaro apparve;
rientrammo insieme nello studio, dove non trovai
pi lord Anderson.
Ne conclusi che neanche lui avesse voluto lasciarsi
convincere e se ne fosse andato.
- Avete riflettuto a ci che vi ho chiesto
poco fa, signorina Simona? - mi domand subito
il signor Curnett.
- S, ho riflettuto, ma non ho cambiato idea.
La prova che voi proponete finirebbe in un fiasco
completo. Non vi  alcuna affinit di carattere
o di sentimenti tra il vostro cliente e me.
 logico che non potremmo mai essere dello
stesso parere.
- Forse perch non siete pi libera del vostro
avvenire? - osserv l'uomo d'affari, fissandomi
con uno sguardo penetrante sotto il quale
mi sentii arrossire.
- Che cosa intendete dire?
- Forse avete gi dato il vostro cuore e la
vostra fede a quel bravo giovane a cui alludevate
poco fa? -
Mi alzai con le guance in fiamme.
- Vi do la mia parola, signore, che non 
cos. Sono libera, liberissima di disporre della
mia vita. Nessun uomo ha mai risvegliato in
me neanche un sentimento affettuoso... Sono
uscita di collegio soltanto quattro mesi fa, e
non ho avuto davvero il tempo di pensare all'amore
o al matrimonio.
- Dunque, siete assolutamente libera?... -
egli insist.
- Liberissima, ripeto.
- Nessuna idea nascosta? Nessuna speranza?
Neanche uno di quei bei sogni che tutte le ragazze
formano?
- Sogni! Oh, ogni donna ha i suoi! Il principe
azzurro esiste in ogni mente femminile...
Ma siccome questa immagine per me non ha mai
abbandonato le forme irreali di un sogno per
prender corpo in una figura umana, non posso
ripetervi altro che questo: sono assolutamente
libera del mio cuore, della mia fede, della mia
vita.
- Perdonatemi se ho insistito tanto, figliuola;
ma siccome vi ho vista respingere con tanto orrore
l'idea di condividere la vita col signor Anderson,
il quale in verit  un bell'uomo e un
simpaticissimo ragazzo, ero giunto alla conclusione
che il vostro pensiero fosse gi turbato
da un'altra immagine.
- Per fortuna non  cos. Se respingo con
tanta forza quell'uomo  perch con tutta franchezza
non credo che potremmo mai andar d'accordo,
io e lui, nemmeno sull'argomento pi
insignificante. Avete visto da voi stesso, - soggiunsi
sorridendo - era pi forte di noi: appena
uno diceva bianco, l'altro diceva nero!
- Non ci vorrebbe molto a farvi andar d'accordo.
- No!... - dissi ritornando seria. - Serbo
troppo il rancore per poter dimenticare una
certa accoglienza avuta...
- Via, via, voi parlate come una bambina
cocciuta alla quale per caso  stato fatto un
rimprovero ingiusto, e che fa il broncio nel suo
cantuccio, invece di accettare i dolci che le vengono
offerti per fare la pace. -
Non potei fare a meno di atteggiare la bocca
a una smorfia di disgusto.
- Il signor Anderson  un dolce un po' duro
e pungente, - dissi sincera.
- Anche le castagne e le noci sono cos, eppure
sono squisite a mangiarsi.
-  inutile! Non ho proprio appetito, - risposi
con aria birichina.
- Ebbene, vi dar un aperitivo. -
Tutto questo era stato detto dal notaro cos
scherzosamente e con tono cos paterno, che io
ne provai un vero sollievo. In presenza a quel
brav'uomo non mi riusciva pi pensare sul serio
ai miei pregiudizi contro Walter Anderson.
Cercando in una cartella aperta sulla tavola,
il notaro prese una lettera che mi porse.
- Ecco, per risvegliare il vostro appetito. -
I miei occhi a un tratto si velarono, e cominciai
a tremare.
Sebbene lo scritto fosse un po' sbiadito, avevo
riconosciuto la calligrafia.
- Una lettera di mia madre! - dissi con la
gola stretta.
- S, una lettera della signora Montagnac
a Carlo di Florent vostro padrino. Avrei voluto
evitare di rievocare davanti a voi questi tristi
ma carissimi ricordi di famiglia, che soltanto
la vostra piet filiale deve custodire nel cuore...
Ma, come notaro, ho il dovere di far rispettare,
oggi, la volont di coloro che sono scomparsi.
Devo convincervi che rifiutare senza un motivo
ragionevole di essere la moglie del mio cliente,
sarebbe mancare di rispetto alla volont di vostra
madre.
- Mia madre conosceva dunque quel giovanotto?
- Ella and a trovarlo diverse volte in Normandia
nel collegio dove egli faceva i suoi studi.
Il signor Anderson non ha dimenticato le sue
visite. Leggete: vi convincerete che questo matrimonio
era desiderato da lei. -
Le mie dita tremanti presero il foglio che egli
mi tendeva.
- Non  un'indiscrezione da parte mia leggere
una lettera intima di mia madre al mio
padrino?
- Questa lettera fu scritta da vostra madre
mentre l'angiolo della morte schiudeva su lei le
sue ali. E l'ultima preghiera di una madre angosciata
che vede la sua creatura rimanere sola,
senza mezzi e senza sostegno nella vita. Ella
supplica Carlo di Florent di vegliare su voi, ricordandogli
che, senza la durezza dei loro genitori,
egli stesso sarebbe stato vostro padre e
naturale protettore. Infine, a proposito del piccolo
Walter, ella gli ricorda i bei piani per l'avvenire
che essi avevano spesso accarezzati per
voi, vedendovi crescere cos belli tutti e due...
Ma leggete dunque, figliuola, e giudicherete da
voi stessa. -
Io lessi, con una commozione che si pu facilmente
immaginare, la cara lettera della mamma.
Era proprio scritta nei termini indicati dal signor
Curnett.
Grosse lacrime mi rigavano il viso quando
ebbi finito. Il notaro rispett per qualche istante
il mio silenzio, poi con bont mi domand:
- Ebbene, che cosa decidete? -
Feci un gesto evasivo e mi coprii il viso con
le mani per sottrarre al suo sguardo la lotta
intima che si agitava nel mio cuore.
- Credete a me, cara figliuola, vi consiglio
per il vostro bene.
- Vi credo, signore, poich appoggiate i desiderii
di mia madre... Obbedir alle sue ultime
volont, e ad esse sacrificher i miei sentimenti
personali. Questo  il mio dovere filiale,
lo comprendo.
- Ebbene, accettate?
- S, accetto; prima di annullare il matrimonio
che mi lega a lord Anderson, cercher
di vedere se proprio non posso diventare sua
moglie. -
Il notaro mi tese la mano.
- Cos va bene, figliuola mia. Ero certo che
non avreste rifiutato una proposta tanto ragionevole.
- Ma che cosa ne pensa il signor Anderson? -
chiesi. - Non lo vedo pi qui... ha rifiutato,
lui?
- No davvero. Egli ha accettato come avete
fatto voi.
- Ha accettato?... - esclamai stupita. -
Quale argomento avete usato con lui?
- Lo stesso che ho adoperato con voi... con
la sola differenza che con lord Anderson ho fatto
valere l'ultima volont di suo zio. E ora, - egli
continu dirigendosi verso una tenda che celava
la porta di una stanza - posso chiamarlo,
dal momento che siamo d'accordo? -
Ma la sua mano che stava per alzare la portiera
non termin il gesto, e il notaro ritorn
verso di me. Chinandosi per parlarmi a bassa
voce, come se avesse temuto che qualcuno potesse
udire ci che stava per dirmi, egli supplic:
- Prima di chiudere il nostro colloquio, cara
piccola signora, dovete promettermi che cercherete
con tutta lealt di amare lord Anderson.
Promettetemi soprattutto che non vi lascerete
scoraggiare dalla sua freddezza o dalla sua indifferenza,
se ancora ne avr. Bisogna che vi
facciate amare da vostro marito; bisogna! -
egli insist. -  un bravo ragazzo col quale
potete esser felice; datemi la vostra parola che
non tralascerete nessun mezzo per farvi amare
da lui. -
Guardai il notaro un po' spaurita.
- Ma io non vi riuscir mai! E poi, se persiste
con la sua freddezza e con quell'aria altera,
non mi prover neanche:  impossibile...
- La parola impossibile non  francese,
dicono da noi. Siete di un paese dove si sa girare
intorno agli ostacoli. Se il carattere inglese
 freddo e ostinato, il carattere francese  tutto
fascino e grazia. Fatene una questione di amor
proprio se volete, ma vi scongiuro, nel vostro
interesse e perch io non debba mai rimpiangere
questa giornata, promettetemi che vi farete amare
da vostro marito. -
La sua voce era talmente supplichevole, che
ebbi l'intuizione che egli dovesse avere seri motivi
per insistere cos. Qualcosa mi diceva che
era mio interesse di obbedirgli.
- Prover, ve lo prometto, - dissi con seriet.
- Ho la vostra parola, - mi rispose stringendomi
la mano.
E allora and a chiamare Walter Anderson
che attendeva nella stanza vicina.
Appena entrato nello studio, il giovanotto mi
fiss con insistenza.
Vide i miei occhi arrossati e indovin senza
dubbio i rifiuti che da principio avevo opposti
al notaro, poich si rivolse a costui.
- Ebbene? - chiese soltanto.
- La signorina Montagnac  disposta a obbedire
agli ultimi desiderii espressi da sua
madre.
- Cio?
- Ella non cercher di annullare il matrimonio
prima che vi siate convinti a vicenda della
impossibilit assoluta di continuare la vita insieme.
- Ma  pronta a seguirmi a casa mia e a
prendervi il posto che le spetta legalmente? -
Io ebbi un moto di sorpresa che il notaro calm
con un gesto della mano ed uno sguardo
implorante.
- Senza dubbio, - egli rispose sicuro - poich
il contatto quotidiano della vita in comune
 per voi il miglior mezzo di conoscervi e di
giudicarvi a vicenda. Oltre a ci, credo che la
signorina Simona si trover in una condizione
pi dignitosa vivendo con suo marito, nella sua
casa, che non continuando a fare la dama di
compagnia presso estranei. -
Lord Anderson si volt verso di me.
-  proprio questo il vostro parere, signora?
- Se  anche il vostro, s, signore! - risposi
un po' turbata.
Egli s'inchin davanti a me senza slancio, ma
anche senza freddezza.
- Ringrazio la signora Anderson di aver accettato
questa prova. Spero, del resto, che tutto
si accomoder tra noi, per il nostro interesse
reciproco. -
Ero diventata rossa sentendomi chiamare signora
Anderson, con quel nome cio che neanche
il signor Curnett aveva ancora avuto il coraggio
di darmi.
In seguito pensai che, dandomi subito quel
nome, egli aveva voluto specificare che accoglieva
in casa sua soltanto la sposa legittima, e
non la donna giovane o vecchia, bella o brutta,
che personificava quella moglie legale.
Ma allora ci non ebbe importanza per me,
perch anch'io seguivo il marito e non l'uomo
che egli era.
Il signor Curnett, felice di quell'epilogo, si
stropicciava le mani con soddisfazione.
- Davvero non ho perso il mio tempo, oggi!
Sono contento, miei cari, che vi siate decisi a
questa soluzione. Lord Anderson conduce con
s una ragazza onesta e di buona famiglia. Il
destino gli doveva questa riparazione! E voi,
cara signora, entrate in una casa onorata per
prendere quel posto che dovevate occupare da
quattro anni... Sono contento, proprio contento! -
Walter Anderson fulmin il signor Curnett
con lo sguardo, come se l'allegria del notaro
o il quadro familiare da lui descritto gli fosse
riuscito spiacevole.
Ma la gioia del notaro era troppo grande perch
venisse smorzata da uno sguardo corrucciato.
- Su, su, lord Anderson, rallegratevi anche
voi! Se vi dico che ho speso bene il mio tempo
e che sono soddisfatto di me...
- Speriamo che non dobbiate mai rimpiangere
questa soddisfazione intempestiva.
- Ne sono certo. Non dovete dubitarne. E
non chiamate intempestiva la gioia che io provo
nel mettere la mano della signorina Simona in
quella del gentiluomo pi leale che io conosca.
E voi, bambina mia, - egli soggiunse con maggiore
seriet, rivolgendosi a me - andate con
vostro marito e non dimenticate la vostra promessa...
Non vi chiedo altro.
- Ho una parola sola, - risposi nello stesso
tono, tendendogli la mano con gesto spontaneo,
poich sentivo che in quel momento i miei interessi
gli stavano a cuore almeno quanto quelli
del suo cliente.
Il notaro si port con gesto galante la mia
mano alle labbra, chiudendo cos il colloquio.
Qualche minuto dopo, Walter Anderson ed io
prendemmo commiato dal signor Curnett, che
aveva voluto accompagnarci fino alla porta.
L'automobile di mio marito era davanti alla
casa. Egli apr lo sportello e si ritrasse per
farmi passare.
Ebbi un attimo d'incertezza e i miei occhi
esplorarono con uno sguardo la strada piena
di movimento.
Ero entrata poche ore prima in quella casa
di mia spontanea volont, e ne uscivo incatenata,
con un marito che non amavo e che mi
era piuttosto antipatico; un marito che sarebbe
un padrone altero e poco indulgente, e dal quale
tuttavia avevo promesso di farmi amare, qualunque
fosse il suo disprezzo e la sua freddezza!
Mi sentii invadere dall'angoscia; mi parve che
mai e poi mai avrei avuto il coraggio di andare
sino in fondo a quella prova, e un profondo sospiro
di disperazione mi sollev il petto.
Ma i miei occhi incontrarono lo sguardo penetrante
di Walter Anderson il quale si era accorto
della mia esitazione. Mi parve poco degno
di me mostrargli quella debolezza dopo essermi
fermamente impegnata a seguirlo, e chinando la
testa, soffocando un nuovo sospiro, entrai nella
vettura e mi sedetti, rannicchiandomi in un angolo,
come se gi avessi voluto sottrarmi al suo
contatto.
Durante la prima parte del tragitto non
aprimmo bocca. Poi, io parlai per la prima:
- Sarei potuta venire domani da voi... Ho
da regolare i conti all'albergo e da prendere
della roba. -
Egli gett una rapida occhiata all'orologio.
- Abbiamo il tempo di andarci subito, -
disse, e, avvertito l'autista, l'automobile cambi
direzione.
- Oh, non occorreva che vi disturbaste! -
protestai con voce gentile. - Sarei potuta andar
sola o rimettere la cosa a domani.
-  meglio definire subito la questione.
- Ma se devo far la valigia, mi occorrer
un po'di tempo.
- Prenderete soltanto le poche cose indispensabili
per la notte... Un domestico verr domani
a prendere il resto. -
Non insistei. Era chiaro che egli non ammetteva
che lo lasciassi quella sera. Siccome non
avevo affatto l'intenzione di sottrarmi ai miei
impegni, mi era indifferente che egli prendesse
o no le sue precauzioni con me.
Quando la macchina si ferm davanti all'albergo,
saltai a terra dicendo:
- Un minuto... ritorno subito! -
E salii di corsa al piano dove si trovava la
mia camera.
Ero l da pochi minuti, intenta a far entrare
molte cose in una valigia un po' piccola, quando
un leggero rumore mi fece volgere la testa:
Walter Anderson mi aveva raggiunta.
I suoi occhi esploravano la camera d'albergo,
che era comoda e ben messa, ma un po' piccola,
giacch avevo voluto evitare ogni spesa inutile,
pensando che avrei dormito ugualmente bene e
a minor prezzo in una stanza piccola che in una
grande.
- Sono salito per aiutarvi, qualora aveste
qualche cosa di pesante da portare, - egli mi
spieg.
- Oh, prendo soltanto questa valigetta! -
risposi. - Domani ritorner per il resto. -
Egli prese la valigia che finalmente ero riuscita
a chiudere, e vedendomi pronta a seguirlo
usc dalla camera.
- Ho pagato il conto e avvertito in albergo, -
egli disse assicurandosi che io lo seguissi.
- Vi ringrazio, - dissi semplicemente, risoluta
a prendere tutte le cose dal lato buono,
bench fossi convinta che mio marito era salito
in camera mia soltanto per sorvegliarmi.
Di nuovo l'automobile si mise in moto, e dieci
minuti dopo si ferm davanti alla scalinata che
due giorni prima avevo discesa cos poco allegramente.


Capitolo IX.

Appena la vettura si fu fermata, la porta si
apr: comparve il vecchio domestico che gi conoscevo,
ma credo che egli non mi riconoscesse.
Lord Anderson, che era saltato a terra, gli
porse la valigia, poi, voltandosi verso di me, mi
dette la mano per scendere.
- Siate, signora, la benvenuta in questa casa
dove ho l'onore d'introdurvi oggi. Tengo a fare
ammenda onorevole di fronte a voi della brutta
accoglienza dell'altro giorno, e voglio sperare
che accettando tutte le mie scuse per quella
scortesia inqualificabile, vorrete non serbarmene
rancore.
- Noi francesi non sappiamo serbar rancore a
chi riconosce lealmente i propri torti.
Apprezzai molto l'intenzione sincera che aveva
dettato le sue parole, appena giunta in casa sua.
E bench il tono cortese col quale mi aveva parlato
non lasciasse trapelare nessun calore, strinsi
leggermente la mano che egli mi porgeva, assicurandogli
che volevo soltanto ricordare la sua
gentilezza presente.
Un grande lampadario elettrico spandeva dal
soffitto dell'ampio vestibolo una forte luce; tuttavia
il vecchio domestico prese in mano un candeliere
a tre fiaccole nel quale le candele accese
scintillavano.
Rivolto rispettosamente verso il suo padrone,
egli aspettava da lui gli ordini.
- Andate pure avanti, Giovanni, e conduceteci
all'appartamento della signora...
- L'appartamento della...? - domand il
domestico come se non avesse capito.
- Della signora, - ripet Walter un po' brusco.
- Non sapete dove sono le stanze della vostra
padrona?
- Perdonatemi, signore! - esclam il vecchio
affrettandosi a salire l'ampio scalone. -
Non potrei dimenticare dove sono, poich ogni
mattina le pulisco scrupolosamente, pensando
che, per la felicit del mio giovane padrone e
per la discendenza di una famiglia che ho sempre
servita con rispetto ed amore, il signore vi
condurr un giorno o l'altro la compagna della
sua vita... -
Il signor Anderson lo interruppe con una
certa indulgenza:
- Dio, come siete chiacchierone, mio povero
Giovanni! La vostra balia avrebbe fatto una
cosa santa tagliandovi un pezzettino di lingua.
Via, accendete la luce in quelle stanze, e fate
un bel fuoco, poich esse sono disabitate da
tanto tempo. -
Il vecchio Giovanni si era affrettato a girare
gl'interruttori della luce, e pi di venti lampadine
illuminarono la grande stanza dove eravamo
entrati.
Sotto a quello sfolgorio di luce dapprima
scrsi soltanto la seta azzurra della tappezzeria,
gli specchi ai muri, gli arabeschi del soffitto,
i cuscini delle poltrone. Con quel primo
sguardo che detti al salone sontuoso, non feci
attenzione a nessun oggetto in particolare, e
rimasi ritta in mezzo alla stanza, un po' confusa
da tutto quel lusso.
Serio, a mani congiunte, in piedi di fronte
a me, il vecchio domestico mi contemplava in
silenzio.
Ho l'impressione che dovessimo formare un
gruppo un po' strano: l'uomo immobile e quasi
in estasi, ed io piuttosto imbarazzata da quell'esame.
- Ebbene, Giovanni, questo fuoco? Che cosa,
aspettate? - fece la voce tagliente del padrone
di casa.
Ma il vecchio doveva essere avvezzo a ottenere
molta indulgenza da lord Anderson, poich non
si mosse.
-  possibile dunque, mio Dio, - egli disse
come tra s - che io veda finalmente davanti
ai miei occhi la padrona tanto attesa nella vecchia
casa? Voi avete detto signora, e le mie
vecchie orecchie temono di non aver capito bene;
la mia mente  stanca e crede di essersi ingannata
Il mio padroncino vuol confermare la
bella notizia al suo vecchio servitore? -
Egli si era di nuovo voltato verso lord Anderson
e aspettava ansioso la risposta.
Quest'ultimo alz le spalle, forse un po' annoiato
dall'insistenza del brav'uomo.
- Ebbene, s. Questa  la signora, la sola,
la vera signora Anderson, quella che voi attendevate
da tanto tempo, e il cui posto  segnato
qui da pi di quattro anni... Siete contento
ora?...
- Da quattro anni, - fece eco il vecchio
come se cercasse la soluzione di un enigma.
- La sola, la vera signora!... La vera, - ripet
ancora una volta.
E come se indovinasse alfine tutto ci che il
padrone non gli spiegava, soggiunse:
- Scusatemi, signore, ma il mio padroncino
deve dire al vecchio Giovanni che l'ha visto nascere,
se anche il suo cuore  oggi cos pieno di
gioia come quello del suo vecchio servitore che
vede finalmente splendere questo giorno? -
Una nube pass sul viso del giovanotto.
- Ma certo, Giovanni! Certo! - disse, sforzandosi
di assumere un'aria allegra. - Come
potrebbe essere altrimenti, oggi che riconduco
a casa la vera padrona di cui una miserabile
intrigante, abusando della mia buona fede, aveva
usurpato il posto?
- Se, dunque, il cuore del mio padroncino
 davvero felice, i voti e i desiderii del vecchio
servitore sono stati esauditi. -
E prima che avessi potuto capire e impedire
il suo gesto, l'uomo s'inginocchi davanti a me
e baci con umilt e devozione l'orlo della mia
veste.
- Benvenuta sia la signora nella vecchia casa
degli Anderson, e dalla bocca indegna del pi
vecchio dei suoi servi accolga l'omaggio postumo
di tutti coloro che sono vissuti tra queste
mura e che hanno preceduto la sua bellezza e la
sua grazia giovanile. Ch'ella si degni anche di
accettare l'affetto rispettoso dei sottoposti che
la serviranno con ardore anche pi vivo, poich
la sua venuta era attesa da lungo tempo; e che
siate, signora, messaggera di felicit e di prosperit
per la nobile famiglia che essi hanno
l'onore di servire. -
Ero rimasta confusa dal suo inatteso gesto
di rispetto. Lo fui ancor pi dalle sue parole
di benvenuto (quasi un discorso!) che accoglievano
con tale slancio, me, l'estranea che entrava
in quella casa soltanto per una semplice
prova.
Guardai lord Anderson, il quale, diventato
a un tratto serissimo, aveva ascoltato in silenzio
il vecchio Giovanni.
- Vi ringrazio della vostra affettuosa accoglienza,
bravo Giovanni, - dissi aiutandolo a
rialzarsi. - Siate sicuro che tutta la mia
benevolenza non mancher a nessuno di voi, e che
mi sforzer, nella mia nuova condizione, di seguire
l'esempio di tutte quelle che mi hanno
preceduta... -
A queste ultime parole Walter Anderson fece
un gesto di protesta un po' sprezzante, di cui
capii il significato.
- Intendo parlare di vostra madre e delle
vostre ave, signor Anderson, - spiegai con dolcezza.
Poi, mettendo le mani sulle spalle del vecchio,
continuai:
- A voi, mio bravo amico, ripeto che mi avete
fatto una gradita sorpresa. Ed ecco come la piccola
Simona ringrazia il pi vecchio domestico
della sua nuova famiglia... -
E schioccato un bel bacio sulle guance del
Vecchio, girai sui tacchi poich in quel momento
mi sentivo un po' commossa.
E poi non era il miglior modo di uscire da
quella condizione imbarazzante?
L'uomo aveva cominciato a tremare, sconvolto
dal mio gesto.
Egli cerc di pronunziare qualche parola, ma
nessun suono usc dalla sua gola contratta, e
volgendosi verso il padrone che conservava la
sua imperturbabile calma, parve chiedergli di
aiutarlo a vincere la sua commozione.
- Andate, mio vecchio Giovanni, andate. Ritiratevi,
e pensate a far accendere il fuoco in
queste stanze che sono glaciali, - disse con
dolcezza il signor Anderson sospingendolo verso la
porta.
E quando l'uomo fu uscito, egli ritorn vicino
a me:
- Sono sempre stato molto indulgente con
quel vecchio che mi ha tirato su e che ha visto
nascere mio padre. Non vi maravigliate della
confidenza che si  presa in questa circostanza,
n che io abbia creduto bene di rispondere alle
sue domande poco fa. A forza di viver qui, quel
domestico ha finito col considerarsi come di famiglia,
e anch'io mi sento il dovere di usare
dei riguardi alla sua antica affezione.
- Non avete da scusarvi,  una cosa naturalissima,
signor Anderson. Vi assicuro che la
scena di poco fa mi ha procurato una dolce
commozione, e che sono felice di esserne stata
testimone appena entrata in casa vostra. -
Vidi il suo sguardo, acuto come una freccia,
posarsi su me come se volesse trafiggermi, e a
un tratto, cambiando argomento, egli disse:
- Ecco il vostro appartamento: questo  il
salotto, e l  la vostra camera. -
Egli apr intanto una porta all'altra estremit
della stanza; io lo seguii, quando a un
tratto mi fermai davanti a un quadro appeso
al muro.
- Il mio padrino! - mormorai un po' commossa.
- L'avete riconosciuto? - egli chiese sorpreso.
- Come potrei non riconoscere colui che fu
tanto buono con me? Dopo la morte di mia madre,
egli fu la sola persona che s'interess di
me... Vivessi cent'anni non dimenticherei mai
la rude ma affettuosa espressione del suo viso!
- Egli fu anche il mio migliore amico, -
mormor Walter Anderson. - Per soddisfare
il suo desiderio ho accettato questo strano matrimonio,
e per lui, oggi, vi ho accolta sotto il
mio tetto...
- Temo che il mio caro padrino si sia ingannato
sul risultato di questo matrimonio, -
osservai, scotendo la testa.
Egli non rispose.
Dopo un istante di raccoglimento, lo seguii
nell'altra stanza.
Anche quella, come il salotto, era tutta parata
di seta azzurro pallido.
La mobilia bianca e oro le conferiva una speciale
sontuosit.
Uno specchio riflett la mia immagine che faceva
una macchia scura in mezzo a tutto quel
chiaro; ed ebbi l'impressione di essere un'intrusa.
All'idea di dover vivere tra quelle pareti
troppo lussuose per la povera orfana avvezza
piuttosto alla mediocrit, mi sentii turbata e a
disagio.
Era proprio quello il mio posto, e, accettandolo,
non mi mostravo troppo pretenziosa?
Non sarebbe stato meglio, poich mi trovavo
in quella casa soltanto per subire una prova di
qualche mese, chiedere di essere alloggiata in
una stanza pi modesta?
Mi voltai verso Anderson, credendo di leggere
nel suo sguardo la stessa idea; ma egli non faceva
attenzione a me.
Con le mani dietro la schiena, guardava un
quadrettino attaccato al muro, all'altezza di
un uomo, a destra del letto.
Siccome ero rimasta immobile, un po'incerta
sul da farsi, egli si rivolse verso di me e mi
addit il quadretto.
Da lontano scrsi soltanto una testa di donna,
ma avvicinandomi, trasalii profondamente.
In un delicato pastello, dentro un'artistica
cornice, l'immagine adorata di mia madre mi
sorrideva.
Mi parve che la cara scomparsa mi desse il
benvenuto in quella stanza, e che la sua presenza
mi conferisse il diritto di rimanervi.
Ero diventata pallida dalla commozione e dovetti
appoggiarmi a una poltrona che si trovava
a portata di mano, perch le gambe a un tratto
mi si piegarono.
- Mia madre! - balbettai. - Com' possibile?... -
Ed egli mi spieg, calmo e flemmatico come
sempre:
- Queste stanze furono ammobiliate quattro
anni fa per la figlioccia di mio zio che doveva
diventare mia moglie. Era naturale che esse fossero
adornate coi principali ritratti delle persone
pi care a colei che doveva abitarvi. -
Un po' di sangue mi sal al viso.
Pensavo a quella miserabile che aveva osato
prendere il mio nome, e dirsi figlia di mia
madre.
Egli indovin le mie riflessioni, poich disse:
- Mi ricordo che lei non osserv quel ritratto
la prima volta che entr qui... Dovetti
mostrarglielo; la sua risposta indifferente avrebbe
dovuto illuminarmi sul vergognoso inganno
di cui ero vittima. -
Egli sentiva soltanto il pregiudizio morale
cagionato da quella donna, mentre io vi avevo
visto soltanto la profanazione.
- E dopo la sua partenza non avete cambiato
niente in queste stanze ammobiliate per lei e
abitate da lei?
- Scusate! Ammobiliate per voi e abitate da
un'altra, - egli corresse con calma. - No, non
ho cambiato niente, essendo risoluto a non rompere
subito i legami che mi univano a una d'Erneville.
E, vedete, ho fatto bene, poich voi siete
venuta a rivendicare i diritti di sposa di cui
un'altra vi aveva spogliata.
- Rivendicare! Rivendicare! - mormorai. -
Rivendicavo pi che altro la mia libert!
- Insomma, ora siete qui! - egli disse con
una certa impazienza. - E potete accertarvi
coi vostri propri occhi che tutto vi attendeva;
gli armadi sono pieni di biancheria con le vostre
cifre, e in queste stanze troverete diversi
ricordi di famiglia, comuni a voi e a me.
- Vi sono molto riconoscente di avermi riservato
queste stanze, tanto pi che poco fa ero
incerta se accettare di essere alloggiata qui.
- E perch?
- Mi sembravano troppo sontuose per i pochi
mesi di prova che devo passare in casa vostra.
- Dite piuttosto che questa dimora confermava
troppo il vostro titolo di sposa... Avreste
preferito una camera pi modesta e una condizione
meno in vista.
-  vero, - confessai con semplicit. - Voi
ed io avremmo potuto benissimo nascondere il
legame legale, come pure il patto, che ci riuniva
sotto lo stesso tetto.
- Non sono del vostro parere, - egli mi rispose.
- A me piacciono le cose ben chiare; con
quale altro titolo, se non con quello di sposa.,
sareste voluta entrare in casa mia? Non sono
in et di prendere una governante del vostro
tipo... Avreste preferito che la gente credesse
a un'avventura... passeggera?
- Oh! - esclamai diventando di bragia.
- Avrei voluto soltanto passare inosservata durante
questa breve prova.
- Perch guardate l'avvenire da un lato soltanto;
secondo voi quest'avventura durer poco
tempo. Io invece considero la cosa in modo diverso,
e non voglio che colei che  destinata a
portare il mio nome forse per tutta la vita,
possa mai essersi trovata in una condizione che
si presti a commenti. Fino da oggi, dunque, vi
prego di agire in tutto e per tutto come se foste
legata a me per sempre. -
E siccome mi era sfuggito un gesto di protesta,
egli soggiunse:
- Le cose forse non anderanno cos, ma almeno
fin dal primo momento operiamo in modo
da non compromettere l'avvenire. Va bene?
- Sia pure come volete voi, dato che io sono
del tutto sconosciuta a Londra, e che voi invece
siete molto... in vista.
-  proprio ci che pensavo. -
Egli guard l'orologio.
- Tra mezz'ora, - riprese a dire - andremo
a pranzo. Vi lascio sola fino a quel momento.
Il vecchio Giovanni  ai vostri ordini: disponete
pure di lui senza complimenti; egli v'informer
delle abitudini della casa, e sar di certo felicissimo
di sapersi addetto al vostro servizio personale. -
Egli si allontan, ed io rimasi con una buona
impressione di lui.
Quel primo colloquio a quattr'occhi era andato
molto bene, meglio di quanto avessi supposto
allorch avevo lasciato il notaro.
Mio marito, contro ogni mia aspettativa,
era stato gentile e correttissimo. Nessuna parola
spiacevole era venuta a ricordare i nostri dissensi
del pomeriggio. Nessuna ironia, nessuno
sgarbo. Era stato veramente un compito gentiluomo.
Certo, egli si mostrava sempre un po' altero,
un po' freddo e autoritario! Ma siccome tutto
ci era mitigato da un'impeccabile gentilezza,
avrei avuto torto di fargliene un carico.
Anch'io, del resto, gi da un'ora, non potevo
dire di non meritare altro che elogi!
Battagliera, nonostante il patto conchiuso,
avevo mantenuto con lui un certo riserbo aggressivo.
E, ripensandoci bene, mi parve di esser
rimasta sulla difensiva, attenta a ci che
egli poteva dire, pronta a mordere o a graffiare
secondo l'occasione.
Via, via! dissi a me stessa. Bada a quello
che fai, Simona! Ricordati di ci che hai promesso
al signor Curnett; e non dimenticare che
in paese straniero, una coraggiosa ragazza francese
deve mantenere alto il buon nome di Francia,
e non mettersi stupidamente dalla parte del
torto.


Capitolo X.

Dovetti scendere in sala da pranzo vestita da
passeggio, poich non avevo preso con me che
la biancheria da notte e le cose indispensabili.
Per, conoscendo il rispetto inglese per il
pranzo della sera, e non volendo urtare le abitudini
con la troppa semplicit del mio vestito,
mi ero tolta la sciarpa che avevo intorno al
collo, in modo che la scollatura libera e la catenina
d'oro che spiccava sulla mia carnagione
chiara mi davano un aspetto un po' meno austero.
Una rosa che scelsi in un grande mazzo di
fiori che il vecchio Giovanni aveva disposto in
un vaso sopra un tavolino del salotto, complet
il mio abbigliamento.
Quando, guidata dal domestico attraverso il
dedalo di corridoi e di scale, giunsi nella sala
da pranzo dove Anderson mi aspettava, quest'ultimo
mi avvolse in uno sguardo acuto che
parve addolcirsi dopo avermi osservata.
Egli mi offr il braccio e mi condusse a una
poltrona vicino al caminetto.
- Dobbiamo rassegnarci a una piccola noia
prima di metterci a tavola, - egli disse. - Bisogna
che vi presenti i nostri domestici. -
Non potei dissimulare una smorfia di contrariet:
-  proprio necessario?
- Assolutamente! Il vecchio Giovanni li ha
messi a parte del vostro arrivo. Essi sanno che
da ora in poi dovranno obbedire a una giovane
padrona che non conoscono. Potete immaginare
quale sorpresa sia per loro questo avvenimento
inatteso e con quanta ansia attendano la presentazione
che  di rito obbligatorio in ogni
casa dove regni l'ordine.
- Ebbene, se questo  l'uso, bisogna seguirlo, -
risposi, ben risoluta a mostrarmi conciliante,
bench tra me pensassi che con un po' di discrezione
tutta questa pubblicit avrebbe potuto essermi
risparmiata.
Costrinsi la mia mente ad assuefarsi all'idea
di quella inevitabile parata.
Ecco che Anderson stava per presentarmi,
come sua moglie, a un gruppo di persone che
andrebbe poi a spargere la notizia ai quattro
venti. Era come un suggello mondano dopo il
suggello legale che gi mi univa a lui. Mi pareva
che catene invisibili stessero per avvolgere
e annientare la mia volont e costringermi a
tante cose spiacevoli.
Senza volere, mi lasciai sfuggire un lungo
sospiro.
- Mah! - egli esclam come se indovinasse
il mio pensiero. - Non date alla cosa pi importanza
di quanta ne meriti. Queste persone
sono per la maggior parte in casa mia da anni,
ma non  detto che debbano rimanerci per sempre;
se non vi andassero a genio, si possono
sempre sostituire con altre. Soltanto il vecchio
Giovanni mi sta a cuore, e siccome ho dovuto
in certo modo raffazzonare alquanto per lui la
verit troppo inverosimile, non dobbiamo peritarci
a dire anche agli altri le parole che il
suo affetto ha accettate senza il minimo dubbio,
poich uscivano dalle mie labbra. -
Nonostante il tono indifferente della voce, mi
parve che un po' di tristezza velasse la fisonomia
di Anderson, e gli fui grata in quel momento
di non far risaltare, con facile ironia,
il lato scabroso della nostra condizione. Invece
di burlarsi della mia riluttanza a sostenere la
parte della sposina novella, egli pensava soltanto
all'amarezza della menzogna che aveva
dovuto dire al vecchio domestico cos facile a
ingannare data la sua fiducia illimitata nel padrone.
Ma la porta si apr in quel momento, e Giovanni
apparve. Lo seguivano una diecina di uomini
e di donne.
- Se lor signori lo permettono, la servit
vorrebbe dare il benvenuto alla giovane lady.
- Entrate, entrate, - li invit il signor Anderson
con calma.
Essi entrarono, spingendo avanti un ragazzetto
che stringeva goffamente tra le mani un
enorme mazzo di fiori multicolori.
Gli andai incontro per liberarlo dell'ingombrante
mazzo, un po' impacciata io stessa, nonostante
la superiorit della mia condizione.
- Oh, che bei fiori! E come siete gentili,
miei cari, ad accogliere con tanta poesia il mio
arrivo in questa casa. -
Ho gi detto, credo, che sono di puro sangue
normanno; orbene, una caratteristica della mia
vecchia razza  quella di produrre pi lavoratori
che parlatori. Gli oratori sono rari tra i
grandi uomini della nostra storia, e se le nostre
glorie sono innumerevoli e svariate,
pochissime di esse dovettero la loro notoriet alla
parola.
Questo per dire che io, come tutti i miei compatriotti,
non sapevo formare belle frasi, specialmente
poi presa cos alla sprovvista, tanto
che dopo quelle poche parole di ringraziamento
non mi riusciva di aggiunger altro.
Un po' turbata da tutti quegli occhi che mi
osservavano pi o meno arditamente, tesi le
mani a destra e a sinistra, trovando pi semplice
stringere le loro dita callose che fare un
discorso. E siccome, nonostante il loro numero,
non avevo che una ventina di mani da stringere
(e quindi un minuto circa di respiro), mi
voltai verso Anderson perch venisse in mio
aiuto.
- Vi prego, dite loro... tutto... tutto ci
che io. conoscendo poco la lingua inglese, non
riesco ad esprimere. -
Egli sorrise immaginando la mia confusione.
- Ecco, ora vi presenter ognuno di essi, -
disse avvicinandosi al gruppo. - Questo  Girolamo,
il maggiordomo; Stefano, il cuoco; Augusto,
il cocchiere; Pietro, il valletto; Maddalena,
la ragazza di cucina... -
Egli continu cos finch li ebbe nominati
tutti e di nuovo la mia mano ebbe stretto a
una a una quella di tutti coloro che egli m'indicava.
- E ora, amici miei, - egli fin - ritiratevi.
Per festeggiare la vostra padrona stasera
berrete una coppa di spumante e alla fine del
mese riceverete il doppio del vostro consueto
salario.
- Evviva la signora! - gridarono tutti con
gioia.
Sui loro visi e sulle loro labbra fu un fuoco
di fila di sorrisi e di complimenti al mio indirizzo;
dopo un poco si allontanarono soddisfatti
e contenti.
Quando se ne furono andati, mi voltai verso
il mio compagno.
- Vi ringrazio della gratificazione promessa;
essa servir a far sembrare loro mille volte pi
splendida la nuova venuta, perch temo molto
di essere apparsa loro poco sfarzosa, sotto questo
sfolgorio di luce, col mio modesto vestito
da passeggio.
- Non avrebbero avuto torto; - egli rispose
senza batter ciglio - i vestiti scuri sono orribili
con la luce artificiale; ma domani avrete
il vostro baule, e cos potrete indossare un abito
pi adatto alle circostanze. -
Che pensiero molesto era per me quello dell'abbigliamento!
Per l'appunto di l dalla tavola vedevo lo
sguardo acuto di Anderson che, a momenti, si
posava su me con una strana insistenza.
Un grande specchio veneziano appeso alla parete
rifletteva la mia immagine. Senza volere,
vi gettai pi di un'occhiata ansiosa.
Non vidi che una testa bruna, piuttosto piccola
sotto la massa soffice dei capelli. La stoffa
scura faceva risaltare il candore della pelle e,
almeno mi pareva, la piccolezza della testa infantile.
L'effetto non mi parve spiacevole. Non mi trovavo
davvero brutta, quella sera. Perch dunque
i suoi occhi avevano un'espressione cos sorpresa
nella loro curiosit indiscreta?... Nonostante
la confusione che mi procuravano e di
cui lord Anderson doveva essersi accorto, essi
tornavano di continuo a posarsi su me.
Ah! Forse perch era la prima volta che il
mio compagno mi vedeva senza cappello! A capo
scoperto dovevo apparirgli ben diversa da quella
che egli conosceva.
A un certo momento mi parve perfino che un
lampo di allegria animasse le sue pupille. Un
vago sorriso err sulle sue labbra che, dopo
qualche attimo di sforzo, finirono col lasciarsi
sfuggire una risatina breve, quasi sardonica.
Ero diventata a un tratto rossa rossa non
sapendo come contenermi di fronte a quell'uomo
che pareva si burlasse di me.
Egli si accorse, del mio stupore.
- Non potete credere come mi sembri straordinaria
la nostra condizione, - egli disse alla
fine, profittando di un momento in cui i camerieri
che ci servivano si erano allontanati. -
Vedendovi l, davanti a me, io mi domando se
non sogno a occhi aperti. Vi conosco cos poco,
che a vedervi senza cappello stento a credere
che siate quella di poco fa. Eppure vi ho presentata
come mia moglie, e voi vivrete sotto il
mio tetto. Chi mi avesse detto una cosa simile,
stamani a mezzogiorno, mentre mangiavo qui
solo!...  troppo buffo, troppo inverosimile, par
quasi una novella! Non posso fare a meno di
riderne. -
E questa volta la risata scoppi senza essere
trattenuta. Com'era giovanile quel riso che prorompeva
birichino e malizioso!
Per la prima volta mi accorsi che Walter
Anderson aveva un'et, e che quell'et doveva
essere press'a poco la mia.
Ma egli continu a parlare, provando senza
dubbio un vero piacere a mettere in risalto la
stranezza del nostro destino.
- Soltanto ora mi accorgo che siete bruna
e magra, mentre io preferisco... il contrario!
Diventate rossa per un nonnulla e i vostri occhi
hanno tendenza a trasformarsi in colpi di
pistola. Quali sono i vostri gusti, il vostro carattere,
le vostre abitudini? Non so niente,
proprio niente! Siete un enigma, e tuttavia eccovi
qui davanti a me, e dovr abituarmi a voi,
come se vi avessi prescelta, accettando tutti i
vostri difetti e tutti i vostri gusti!
- Purtroppo la cosa  reciproca!
- Certo, non nego che la vostra sorte sia
identica alla mia, ma in ogni modo dovete ammettere
che la nostra unione  l'avventura pi
straordinaria che si possa immaginare.
- Talmente straordinaria, che il cuore mi si
stringe dall'angoscia al pensiero dei giorni che
verranno.
- Oh, ci non mi preoccupa! L'avvenire non
ha importanza. Stasera scorgo soltanto il lato
burlesco delle cose.
- Non vedo che cosa ci sia di tanto ameno, -
dissi pensierosa. - Voi non sapete niente
di me, ma almeno avete l'esperienza della vita,
la sicurezza che d il denaro, la forza che la
vostra notoriet di scrittore vi assicura. Qualunque
cosa accada, siete certo di uscire illeso
dall'avventura.
- Mentre voi? - egli domand.
Nei miei occhi pass un'ombra di smarrimento.
- Sono sola, - dissi abbassando la voce -
terribilmente sola! Vale a dire senza amicizie,
senza appoggi, senza focolare... senza nulla che
possa attaccarmi alla vita o salvarmi dalla disperazione
se un giorno essa s'impadronisse di
me... Vedete, - ripresi con voce pi ferma -
se vi venisse l'idea di finire questa... avventura...
come dite voi... senz'avere pi l'imbarazzo
della mia presenza, basterebbe che mi
sopprimeste semplicemente, e faceste sparire i
miei resti; nessuno, neanche un'anima, si preoccuperebbe
della mia sparizione. -
Egli mi aveva ascoltata serio serio, ma alle
mie ultime parole, dette con una certa gravit,
proruppe in una risata.
- Davvero, questa  una soluzione alla quale
non avevo pensato affatto, e vi ringrazio di avermela
suggerita! Credo tuttavia che se mi venisse
l'idea di sopprimervi non mi lascereste agire
senza protestare. -
Il suo buon umore fin col vincere anche me.
- Certo, - risposi - non spingerei l'amore
coniugale fino al punto di lasciarmi sgozzare
per assicurare la vostra felicit. -
Un cameriere entrava, portando con sussiego
un fagiano arrosto. Walter Anderson ritorn
serio.
- Ho dato ordine - egli disse - che ci servano
il caff nelle vostre stanze... Ho pensato
che vi piacesse, stasera, di farmi gli onori della
vostra casa. Del resto non faremo molto tardi,
poich dovete essere stanca. -
Approvai con la testa, senza capire, ma non
volendo farmene accorgere in presenza del cameriere.
Nelle vostre stanze, egli aveva detto.
Ma in quale, dunque? Non in camera mia,
voglio sperare!
Non ebbi il tempo di approfondire questo particolare,
poich egli, appena uscito il domestico,
aveva ricominciato a ridere pi di prima.
- Magnifica, la vostra soluzione! Sono lusingato
di avermela ispirata... Bisogner che la
studi con attenzione; dal momento che nessuno
potrebbe accorgersene! -
Questa volta egli si burlava di me. Mi misi
a ridere anch'io; mi pareva pi conveniente di
far cos, che prendere la cosa al tragico.
Del resto, da quel momento egli riacquist
tutta la sua seriet.


Capitolo XI.

Terminato il pranzo, Walter Anderson mi offr
il braccio e, preceduti da un domestico che
portava un candeliere acceso, andammo nel salotto
contiguo alla mia camera.
Un tavolino era stato messo accanto al caminetto
nel quale un bel fuoco ardeva allegramente.
Fiori, dolci e bottiglie di liquori assortiti
erano disposti sulla tovaglietta di trina.
Il mio compagno mi fece accomodare in una
poltrona ad alta spalliera, e fece portare la caffettiera d'argento che venne posata sopra uno
scaldavivande acceso; poi. licenziato il domestico,
con mio grande stupore egli chiuse la
porta a paletto.
- Ah! - esclam. - Finalmente soli! -
Il suo viso aveva un'espressione soddisfatta
ed allegra. Un sorriso ironico dischiuse le sue
labbra, mentre io, sbalordita da quella porta
chiusa, rimasi perplessa, quasi ostile.
Egli parve non accorgersi della mia freddezza.
- Non trovate delizioso questo momento? -
disse, venendo a sedersi di faccia a me dall'altro
lato del camino. - Finalmente soli! Ogni sposo
novello aspira con tutto il suo ardore a questo
momento divino che far veramente sua la sposa.
Ed ecco che questo momento tanto atteso, tanto
desiderato da tutti gli uomini, giunge alfine per
me. Per la prima volta mia moglie, l'unica, la
vera signora Anderson,  in casa mia, e noi
siamo finalmente soli nell'intimit pi completa
che una giovane coppia possa desiderare. -
Egli parlava a voce bassa, senza guardarmi,
come se si rivolgesse a un essere invisibile che
potesse comprenderlo e condividere la sua allegria.
Avrei voluto interromperlo, dire qualcosa
per far deviare quella conversazione imbarazzante,
e non sapevo far altro che irrigidirmi
nel mio riserbo.
Lo vidi chinarsi sulla tavola, riempire un
bicchierino di un liquore ambrato che scintillava
di luce dorata, e vuotarlo d'un fiato. Poi
preso un sigaro, lo fece scricchiolare tra le dita
e mi domand:
- Posso fumare? L'odore del tabacco...
- Non mi disturba.
- Grazie. -
Egli lo accese.
- Vi dicevo dunque... - riprese.
- Che eravate profondamente commosso, -
interruppi, riacquistando una certa tranquillit
davanti alla sua impeccabile correttezza.
- Commosso? Quando? - egli chiese stupito.
- Quando sposaste vostra.. . moglie quattro
anni fa. -
Egli fece una smorfia.
- Perch mi parlate di quella donna?
- Perch l'avete amata, perch con lei avete
provato il sentimento divino del finalmente
soli!, e siete troppo gentiluomo per averlo dimenticato
cos presto. -
Forse avevo scelto male il soggetto di diversione.
Egli represse un gesto d'impazienza, ma non
volendo che io lo scorgessi, si alz.
- Stasera sono ai vostri ordini, e vi servir
io, - egli disse avvicinandosi al tavolino. -
Che cosa prendete, t o caff?
- Preferisco il caff.
- Anch'io.
- Credevo che gl'Inglesi preferissero il t.
- Di solito, s, ma non dimenticate che mia
madre era francese e che passavo tutte le mie
vacanze in Francia. Ho preso perci i gusti e le
abitudini dei due paesi. -
Egli riemp le nostre tazze della calda bevanda
il cui aroma delicato indicava la sapiente
scelta della miscela.
- Ecco una cosa sicura, - egli fece osservare
rimettendosi a sedere. - Tra di noi c'
un punto di accordo.
- L'amore per il caff?
- Precisamente! Cos il servizio sar
semplificato.
- E non  poco, - dissi io sorridendo.
- Soltanto, - egli continu con imperturbabile
calma - perch non mi venga mai la
tentazione di gettarvi il contenuto della mia
tazza sul viso, fatemi un piacere: evitate di
parlare della vostra... predecessora. Sono dispostissimo
a sopportarvi, nonostante la vostra
deplorevole intrusione nella mia vita, ma non
ho nessuna voglia di sentirvi ricordare l'altra,
come se il suo spettro stimolasse il vostro brio.
- Se questo argomento vi  cos sgradito
come dite, non lo toccher mai pi, - promisi
ben volentieri.
Poi, con una certa malizia, soggiunsi:
- Vi confesso per che faccio un grosso sacrificio,
perch pi di una volta mi verr la tentazione
di assicurarmi se, davvero, mettereste
in pratica la minaccia di gettarmi in viso il
contenuto della vostra tazza.
- Non scherzate su ci; io mantengo sempre
quel che prometto, potete esserne certa.
- E siccome non bisogna provocare i pazzi
(come dice un proverbio francese), eviter di
offrirvene l'occasione, perch quel gesto non sarebbe
davvero degno di un gentiluomo come
voi. -
Tutto questo fu detto in un tono scherzoso,
e ognuno di noi si sforzava di avere l'ultima
parola.
- L'incanto continua, - egli osserv.
- Noi non abbiamo niente in comune, nemmeno
il minimo ricordo; la nostra conversazione somiglia
un po' a un viaggio di esplorazione nel
quale l'uno va alla scoperta dell'altro. Cos le
vostre parole nascondono sempre qualche asperit
inattesa nella quale corro il rischio di battere
la testa, e credo che le mie abbiano lo
stesso senso di agguato per voi.
- Ma io non cerco allatto di dirvi cose spiacevoli,
- protestai.
- Non ne dubito, - egli rispose sorridendo.
- Da qualche ora ci siamo messi entrambi i
guanti di velluto. A proposito, - continu diventando
serio a un tratto - potete ripetermi
ci che vi ha detto poco fa l'avvocato Curnett
tanto confidenzialmente?
- Quando?
- Quando, alla fine del colloquio con voi,
egli vi ha parlato a bassa voce.
- Come lo sapete? Stavate ascoltando, dunque? -
osservai maravigliata.
- Il mormorio delle vostre voci era abbastanza
alto, quando, a un tratto,  diventato
impercettibile. -
Egli ascoltava, pensai.
- Ebbene?
- Non mi ricordo che la cosa avesse grande
importanza.
- Ma insomma, che cosa vi ha detto? -
Le mie sopracciglia si alzarono dallo stupore;
la sua curiosit sorpassava i limiti permessi.
- Se il signor Curnett ha creduto utile di
abbassar la voce a un certo momento,  molto
probabile che non volesse essere udito da altri.
-  giusto.
- Credo dunque che la discrezione m'imponga
di serbare il segreto su ci che egli mi
ha confidato. -
Al signor Anderson non doveva piacere di essere
contraddetto.
Un lampo d'ira illumin i suoi occhi azzurri,
ma la sua voce si mantenne calma.
- Anche questa  un'opinione, ma siccome vi
chiedo di non farmene mistero, spero che esaudirete
il mio desiderio. -
Scossi la testa senza rispondere.
-  una cosa molto grave, dunque?
- Vi ho gi detto che era una cosa senza
importanza.
- Per voi, forse, ma se Curnett ha creduto
bene di abbassar la voce, vuol dire che la cosa
mi concerne o che egli temeva di scontentarmi.
- Non credo.  un consiglio personale che
riguarda soltanto me.
- Ma via! Se fosse cos non lo nascondereste.
- E avete ragione, - risposi un po' seccamente.
- Il solo motivo per cui mi rifiuto di
rispondervi,  che non mi piace di esser sottoposta
a questa vostra inquisizione. -
Egli parve accorgersi dell'indelicatezza delle
sue domande.
- Riconosco di essere un po' indiscreto, -
disse lentamente. - Ma, mi dispiace pensare che
Curnett, che  un uomo pagato da me, possa
aver preso a cuore la vostra causa a mio danno.
- L'avvocato Curnett non ha mai cercato di
nuocervi parlando con me, ve ne do la mia parola. -
Egli rimase in silenzio, con la fronte solcata
da una ruga di scontento.
- Interrogher Curnett, - disse a un tratto
fra i denti. - Vedremo se parler chiaro con
me. -
Pensai subito che l'intervento di Anderson
mi alienerebbe la simpatia del notaro inglese,
il quale forse non mi perdonerebbe di averlo
messo in cattiva luce presso un cliente quale doveva
essere per lui mio marito.
- Poich date tanta importanza a una cosa
che mi pare non ne abbia allatto,  meglio che
vi ripeta le parole esatte del vostro legale. -
Il suo sguardo un po' duro si fiss nel mio
come se egli volesse esser sicuro che gli dicevo
la verit. Ma io ero decisa a dissipare ogni malinteso,
e sostenni impavida il suo esame.
- Il signor Curnett alla fine del nostro colloquio
ha insistito perch gli promettessi di fare
di tutto per assicurare i nostri buoni rapporti.
- Precisate, - egli disse breve.
- Mi ha detto: Bisogna che cerchiate lealmente
di amare vostro marito.
- Questo soltanto?
- No, ha aggiunto anche: Bisogna che vi
facciate amare da lui. -
Non mi aspettavo davvero che le mie parole
producessero un tale effetto!
Anderson sussult dalla sorpresa.
Una risatina secca come un sibilo usc dalle
sue labbra strette.
- Ah! Ah! Lo sapevo io che vi aveva detto
qualcosa di straordinario! Quel Curnett  proprio
ammirevole: bisogna che vi facciate amare
da me! -
Con mossa nervosa si era alzato e misurava
la stanza a passi concitati.
- Mi d un consiglio; - egli continu -
e a voi ne d un altro! e poi, con la coscienza
tranquilla per quello che accadr, si lava ipocritamente
le mani. -
Ero rimasta sbalordita da quella collera inattesa,
e mi domandavo che cosa poteva averla
cagionata in quelle poche parole che avevo pronunziate.
- Ebbene, - egli disse fermandosi di botto
davanti a me - che cosa aspettate dunque per
gettarvi tra le mie braccia? Non siete capace
anche voi di seduzione e di civetteria, come tutte
le donne? Vi  stato detto che dovevate farvi
amare da me!
- Non so qual senso vogliate attribuire ai
consigli di Curnett, che mi sembrano pieni di
saggezza e di opportunit. Poich ambedue abbiamo
accettato di tentare lealmente questa prova,
 naturalissimo che non vi mettiamo restrizioni.
Perch vi maravigliate delle parole
del vostro notaro? Vi ha dato forse consigli
differenti? Se mi avesse parlato in modo diverso,
vi assicuro che non l'avrei ascoltato, io!
Non sono venuta qui per il piacere di vedere i
nostri due caratteri urtarsi. Sono qui con uno
scopo di conciliazione, e perch, facendo cos,
credo di obbedire al desiderio espresso da mia
madre. -
Egli parve colpito dalla mia spiegazione.
- Avete ragione, - disse con pi dolcezza.
- Soltanto, non ho potuto nascondere il mio
risentimento all'idea di questo amore che egli
voleva imporci. Bisogna che amiate vostro
marito e che vi facciate amare da lui. Curnett
 sicuro del fatto suo e ne parla con molta tranquillit.
- Almeno avremo agito per il meglio e non
proveremo rimorsi, - gli risposi.
- Davvero! E non so perch mi preoccupo
dell'avvenire! Per ora, ci che conta  questa
sera. Sono gi le undici. Volete accettare che
io passi la notte con voi? -
Fui l l per scoppiare in una risata, tanto
la sua domanda era in contrasto con l'indignazione
mostrata poco prima.
- Voi non parlate sul serio, - dissi ironica.
- S, molto seriamente, invece. Ecco una
buona occasione per mettere a profitto i consigli
del notaro.
- Grazie tante; troppo zelo!
- Come? Rifiutate? Non siete pratica.
Scommetto che in questo rifiuto fate ancora entrare
il sentimento.
-  proprio perch il sentimento manca, che
io non vi prendo sul serio.
- E forse anche questa volta avete ragione...
In ogni modo non potrete rimproverarmi di non
aver fatto nascere le occasioni...
- Oh, ve ne sono anzi riconoscentissima!
- Ma rifiutate lo stesso?
- Eccome! -
Sdegnato, egli bevve un altro sorso di liquore.
- Ammettiamo - disse poi - che io vi abbia
chiesto ci con l'intenzione di burlarmi di
voi se aveste accettato.
- Me l'ero immaginata.
- Infatti, non vi siete punto commossa.
- Punto.
- Il peggio  che la vostra risposta ha stimolato
il mio amor proprio.
- Non l'ho fatto apposta.
- Non ve ne muovo un rimprovero, soltanto...
- Soltanto?
- Da due minuti sento il desiderio di non
lasciarvi... Non ridete, in questo momento sono
sincero... mi permettete di rimanere?
- No davvero! - gli risposi ridendo.
- Mi farebbe piacere.
- Non condivido il vostro desiderio.
- Peggio per voi... Forse, in seguito, ve ne
pentirete.
- Spero di no. -
Egli rimase in piedi davanti a me come se
cercasse qualche altra cosa da dirmi.
- Eppure sarebbe la soluzione pi semplice.
- Pu darsi, ma pensate un po' se in seguito
non dovessimo andar d'accordo! Lo dicevate anche
poco fa: siamo del tutto estranei l'uno all'altra.
- In questo momento ho fiducia; son sicuro
che c'intenderemo benissimo.
- In questo momento forse lo credete, ma
domani potreste pensare diversamente.
- Domani sarebbe troppo tardi per ritornare
sul gi fatto. Volenti o nolenti, saremmo costretti
a piegare i nostri caratteri, l'uno e l'altra.
Ve lo ripeto, per voi  la soluzione pi ragionevole.
- Credo di esser miglior giudice di voi in
quel che concerne il mio proprio interesse. -
Egli ebbe un gesto di dispetto.
- Non credete che io sia sincero in questo
momento?
- S, s; voglio credere alla lealt della vostra
insistenza.
- E nonostante questo, non accettate?
- Ve ne prego, non vi maravigliate del mio
rifiuto... Tutto in me si ribella al pensiero di
un legame legale che mi unisce a un uomo senza
che la mia volont vi abbia contribuito. D'altra
parte non sono vostra moglie, il s detto
da un'altra donna non m'impegna. Ci che mi
proponete, e che a voi pare una cosa naturalissima,
sarebbe una colpa di fronte a Dio. La
legge pu piegare la mia persona civile, ma non
pu incatenare n il mio pudore n la mia coscienza.
Sar la moglie soltanto dell'uomo che
amer e... non vi amo ancora! -
Egli fece una smorfia assai buffa.
- Se  cos, buona sera, dal momento che
non posso convincervi.
- Senza rancore, e buona notte! - gli dissi
tendendogli la mano.
Egli port le mie dita alle labbra.
- A domani... Forse non vi richieder mai
pi quello che vi ho chiesto stasera.
- Meglio cos.
- Chiss! In ogni modo, qualunque cosa ci
riserbi l'avvenire, vi prego di non dimenticare
mai, signora, che sono stato davvero innamorato
di voi la prima sera che avete dormito sotto il
mio tetto, e che non  dipeso che da voi di affermare
per sempre il vostro stato qui.
- Non dimenticher la vostra generosit. -
Egli alz le spalle imbronciato.
- Vedo bene che non volete capirmi. Buona
notte! -
And fino alla porta, con aria indifferente, e
tolse il paletto.
Prima di uscire, si volt verso di me e mi avvolse
in uno sguardo canzonatorio. Udii la sua
risatina secca e irritante, poi la porta si richiuse:
ero sola!
Quanti pensieri mi assalirono allorch fu andato
via!... La mia immaginazione lavor fino
alle due della mattina, quando alla fine mi decisi
ad andare in camera mia. E nonostante
quelle lunghe riflessioni, non ero ancora certa
di questo: se, cio, Walter Anderson era stato
sincero un momento, come affermava, oppure,
durante quella serata, dal primo all'ultimo minuto
si era sempre burlato di me.


Capitolo XII.

Quella mattina mi svegliai molto tardi. Il
sonno aveva stentato parecchio a chiudermi le
palpebre, cosicch erano le dieci quando aprii
gli occhi. Saltai in fretta dal letto e cominciai
a ravviarmi.
A un tratto fu bussato alla porta.
Era il vecchio Giovanni che veniva a chiedermi
che cosa desiderassi per la prima colazione.
- Il baule della signora  in salotto, - egli
disse. - E questa qui  la chiave che lord Anderson
mi ha raccomandato di consegnare a
milady. -
Con un salto fui nel salotto: il mio baule era
davvero l. Un violento rossore mi copr il viso
al pensiero che un estraneo avesse potuto vedere
la semplicit della mia biancheria e dei
miei vestiti.
- Chi  andato a prendere questo baule?...
- chiesi con la gola stretta.
- Lord Anderson in persona.
- Solo?
- Con l'automobile, che guidava da s...
La signora non sembra soddisfatta; sono sicuro
che il padrone ha voluto farle una sorpresa, risparmiarle
una fatica...
- Lord Anderson ha fatto benissimo; - risposi
tranquilla - ho soltanto paura dell'effetto
disastroso delle mani di un uomo nelle cianfrusaglie
femminili.
- La signora pu verificare subito... posso
aiutare la signora a disporre la sua roba negli
armadi.
- Vi ringrazio, Giovanni, far da me... Potete
ritirarvi. -
Egli mi guard sorpreso come se l'avessi cacciato
via per sempre.
Per, senza dire una parola, si diresse verso
la porta.
Avevo parlato con qualche vivacit e il suo
sguardo mi fece provare un certo rimorso.
Senza volere, avevo offeso quel vecchio pieno
di premure per me. Con un salto gli fui vicina
e lo trattenni per un braccio.
- Giovanni, in questo baule ci sono soltanto
le mie cose da collegiale, capite? Sono ricordi
modesti, umilissimi, che forse non metter negli
armadi, e che avrei voluto non fossero stati
toccati da nessun'altra mano.
- La signora faccia come crede. Non sar
certo io a biasimarla per voler disporre da s
i suoi vecchi ricordi... i soli a cui il cuore
tiene. Essi sono come i vecchi servitori: non
danno mai delusioni! -
E dopo questa sentenza, usc tutto rasserenato.
Io andai al baule e lo aprii.
La roba vi era stata gettata un po' alla rinfusa,
ma tuttavia con una certa precauzione.
Col cuore stretto guardai l'ammasso confuso
delle stoffe.
Oh, perch Walter si era occupato personalmente
di ci?
Quei vestiti non meritavano certo di esser
trattati con gran riguardo: avevano cos poco
valore! Ma ora quegli umili panni mi apparivano
come la personificazione della mia giovent
laboriosa... Rappresentavano per me tutto ci
che rimaneva della fanciulla spensierata e ingenua
che ero stata fino allora... nelle pieghe
di quelle stoffe nere, rammendate con cura, vi
erano ancora tutti i miei sogni, tutte le mie speranze,
tutte le mie illusioni di fanciulla, e un'angoscia
mi stringeva il cuore all'idea che una
mano indifferente le avesse maneggiate senza
riguardo... o forse con disprezzo.
Anderson ha voluto vedere la mia miseria
pensai, e gli occhi mi si empirono di lacrime.
Non piangevo di dispetto n di vergogna in
quel momento; l'amor proprio non c'entrava per
nulla. Non mi vergognavo di quelle cose modeste
che testimoniavano la mia povert iniziale:
niente nel mio onesto passato poteva farmi
chinar la testa.
Ma in mezzo al lusso che mi circondava, tra
gente abituata a quella ricchezza, l'istinto mi
gridava di ripiegarmi su me stessa e di non
permettere a nessuno di sfiorare, neanche con
uno sguardo, ci che era stato mio fino a quel
giorno.
Chiss se le sue mani avide di segreti non
abbiano frugato negli angoli pi riposti del
baule, spiegato tutti i pi piccoli pezzetti di
carta, in una perquisizione minuziosa del mio
intimo io?
Quell'idea mi faceva andare fuor di me.
Oh, no, lord Anderson, non avreste dovuto
occuparvi di ci!
Richiusi a chiave il baule e lo trascinai in
uno stanzino buio che era vicino alla mia camera.
A che pr disfarlo? Tanto, un giorno o l'altro
io e il mio bagaglio dovremmo pure riprendere
la via di Francia!


Capitolo XIII.

Non vidi Walter fino all'ora di colazione.
Egli mi strinse la mano con indifferenza e
non fece alcuna allusione alla sera precedente.
Doveva avere qualche preoccupazione seria,
poich stette zitto per tutta la durata del pranzo,
e sarebbe stato meglio se quel giorno non
mi avesse mai rivolto la parola.
- Giovanni vi ha consegnato la chiave del
baule? - egli mi domand.
- S, e vi ringrazio di esservi disturbato ad
andare a prenderlo. Per, avrei preferito andarvi
da me.
- Manca forse qualcosa?
- No, non credo, non ci ho guardato!
- Ebbene? -
Non potei trattenere il rimprovero che rimuginavo
fin dal mattino.
- Avrei preferito che nessuna mano estranea
toccasse quelle cose mie personali.
- Ma non c' stato nessun estraneo... Io
stesso ho fatto il baule. Non ho voluto affidare
questo incarico a un domestico.
- Avrei preferito farlo da me, - ripetei ostinata,
con un certo tono ostile di cui alla fine
si accorse.
Egli inarc le sopracciglia.
- E perch? - chiese stupito. - Io soltanto
ho visto il contenuto del vostro bagaglio e il
luogo da cui proveniva.
- Non avevo niente da nascondere! - protestai
con fierezza.
- Ma neanche niente da far vedere.
- Oh!... -
Egli aveva davvero delle espressioni poco 
felici tanto poco felici per me che fin dalla
mattina mi torturavo con quell'argomento cos
doloroso.
Alla vista dell'indignazione che a un tratto
mi aveva fatta arrossire, il suo viso si rabbui.
- Credo che abbiate una spiccata tendenza
a interpretare male gli atti e le parole di coloro
che cercano di riuscirvi graditi.
- Avete detto ora che il mio bagaglio non
conteneva nulla da far vedere. Era forse un
complimento questo?
- Volevo alludere ai domestici che non devono
immischiarsi nelle cose concernenti il vostro
passato.
- Il mio passato  come il mio baule: si
pu frugarlo fin negli angoli pi riposti, senza
trovarci niente di cui io debba arrossire. -
Egli non seppe reprimere un gesto d'impazienza.
- Inutile continuare questa conversazione.
Non c'intendiamo, e voi mi fate dire delle cose
che non penso. -
Avevo allontanato il mio piatto, incapace di
mandar gi un altro boccone. Egli ebbe una risatina
secca e ironica.
- Che cosa vi prende? Vi sentite male? -
Lo guardai con durezza senza poter aprire
le labbra, nonostante le parole veementi che mi
riempivano la bocca e l'anima.
Egli alz le spalle borbottando qualcosa che
non afferrai; ma da quell'istante, con la fronte
solcata da una ruga profonda, neppur lui tocc
i cibi che venivano posti sulla tavola, e il pranzo
fin in un penoso silenzio, senza che nessuno di
noi facesse uno sforzo per romperlo.
Appena ritornata nel mio appartamento, un
grido proruppe dalle mie labbra:
- Non posso rimanere qui! Non voglio rimanerci! -
Un desiderio pazzo di fuggire mi aveva presa
e, senza sapere quel che facevo, mi vestii in
fretta infilandomi il giacchetto, mettendomi il
cappello e i guanti con gesti febbrili e affrettati.
Poi mi precipitai per le scale.
Avevo raggiunto gli ultimi scalini, quando la
porta dello studio di Walter Anderson si spalanc,
ed egli apparve sulla soglia.
- Dove andate? -
Pareva aver riacquistato del tutto la calma,
ma il suo sguardo sospettoso non si staccava
dal mio.
- Dove andate? - ripet, non ricevendo risposta.
- A fare delle spese.
- Venite prima un momento nella mia stanza,
ve ne prego.
- Nella vostra stanza?
- S, entrate. -
Nello stesso tempo egli mi si avvicin e si
pose in modo tale che non avrei potuto proseguire
il cammino senza imbattermi in lui.
In un attimo capii la sua intenzione.
Vi era una tale risolutezza nel suo atteggiamento,
che non avrei potuto sottrarmi a quel
colloquio. Era meglio, dunque, assecondare il
suo desiderio senza opporre una resistenza che
sarebbe riuscita vana.
Entrai nello studio di cui egli chiuse la porta
dietro di noi.
- Accomodatevi, - disse poi additandomi
una poltrona e sedendosi in un'altra.
Fu un caso, oppure lo fece apposta? Osservai
che aveva preso posto tra me e la porta.
- Quali sono dunque queste spese che non
potete rimandare? - egli chiese subito.
Il suo tono e le sue maniere erano correttissimi,
ma io ero troppo eccitata per moderare
l'asprezza della mia voce.
- Le spese si possono sempre rimandare, ma
io voglio farle oggi.
- Come volete; ma perch non avete ordinato
l'automobile?
- Non ho bisogno di automobile.
- Non posso immaginare lady Anderson che
corre a piedi da un negozio all'altro... Ma ammettiamo
anche questo! Il vecchio Giovanni per
avrebbe almeno potuto accompagnarvi; vi avrebbe
guidata nella citt che voi non conoscete affatto.
- E se a me non piace di essere accompagnata?
- Perch dovrebbe dispiacervi? Non avete
visite n appuntamenti che non possiate confessare,
suppongo.
- Ah, questo poi! Sono dunque prigioniera
qui, e non ho il diritto di andare e venire senza
chiedere il permesso?
- Voi avete tutti i diritti qui... salvo uno! -
Nonostante l'eccitazione della sua voce egli
seppe conservare la calma.
- Quale? -
Mi ero alzata sfidandolo col mio sguardo infiammato.
- Quello di andar via, - egli disse con la
sua imperturbabile flemma. - Pare che dimentichiate
la promessa che Simona Montagnac mi
fece ieri, prima che la conducessi qui sotto il
nome di lady Anderson. Ella si  impegnata a
subire una prova di alcuni mesi. Voglio sperare
che non vorr rinnegare la sua parola,
oggi. -
Il suo tono fermo mi fece abbassare gli occhi.
- Osereste negare - egli continu - che
poco fa, uscendo dalla vostra camera, voi andavate
via con l'idea di non tornar pi? -
Abbassai la testa, senza rispondere.
- Vedete?... Non m'ingannavo. Sar dunque
costretto a sorvegliare ogni vostro gesto,
e non potr fidarmi di una promessa da voi
fatta spontaneamente?
- Ho avuto un attimo di sgomento, - confessai
con franchezza. - Ma sono certa che,
fedele al mio impegno, sarei tornata qui.
- Dopo quante ore penose? -
Feci un gesto vago.
Dio solo sapeva ci che avrei fatto, una volta
uscita.
- Ho avuto la disgrazia - riprese Walter
Anderson - di urtarvi, stamattina, andando
io stesso a prendere il vostro baule all'albergo.
L'ho fatto soltanto nel desiderio di risparmiarvi
una noia... non gi quella di fare il baule, ma
quella di tornare in un luogo dove eravate andata
sola e dal quale partiste... una sera...
con un uomo!
- Ah!  stato per questo? - dissi stupita.
- Per che cosa avreste voluto che fosse? So
benissimo che non dovete arrossire di aver lasciato
l'albergo in mia compagnia, ma la gente,
senza sapere come stanno le cose, parla spesso
basandosi sulle apparenze.
- Non ci avevo pensato, - balbettai addolorata
dall'ingiustificata animosit che gli dimostravo
da qualche ora.
Ero annientata da quella spiegazione cos semplice.
Dalla mattina fino a quel momento gli
avevo attribuito tante nefandezze!
- Non siete pi in collera? - egli domand
chinandosi verso di me.
- Ho avuto torto, - riconobbi con sincerit.
E, vergognandomi d'essermi mostrata ingiustamente
aggressiva, gli porsi la mano in segno
di riconciliazione.
- Avrei dovuto darvi queste spiegazioni a
mezzogiorno; non sarei incorso cos nella vostra
collera. Ma il vostro silenzio  davvero eloquente,
quando vi ci mettete! Mi avete fatto passar
l'appetito di colpo.
- Non credevo che un inglese fosse cos suscettibile!
- risposi sorridendo.
- Forse  un'altra eredit materna, - egli
replic con lo stesso tono scherzoso. - Mio padre
avrebbe potuto non complicare tanto il carattere
della sua discendenza, sposando una
donna del suo paese.
- Cosa che voi, per, non avete fatta!
- Oh, io...!
- Ebbene?
- Non ho avuto la scelta; sapete bene che
la moglie mi  stata imposta.
- Mah! Siete sempre in tempo. Vi concedo
la piena speranza di prenderne un giorno una
di vostro gusto!
- L'avr di sicuro! E adesso che questo malinteso
 dissipato, intendete ancora di uscir
sola? -
Ebbi un attimo d'incertezza.
- Dovrei... Avete visto il mio guardaroba...
- Che cos'ha?
-  un po' troppo... modesto! - finii con
un certo sforzo.
- Probabilmente  uguale a quello di mia
madre quando usc dal collegio, - mi disse con
semplicit, senza supporre il bene che mi faceva.
- Ma capisco il vostro desiderio di non
indossare i vestiti da collegiale, ora che siete...
maritata! Vado a dar ordine di portare l'automobile
e, finch non conoscerete meglio Londra
e le sue abitudini, avrei piacere che Giovanni vi
accompagnasse. -
Sorrisi con tristezza.
- Diffidate ancora di me?
- No davvero, ve lo assicuro! Voglio soltanto
che comprendiate bene che siete mia moglie e
che non potete girellare per le strade come farebbe
la moglie di un impiegato qualunque. -
Ero vinta, e siccome quella spiegazione con
lui mi aveva sollevata, dissipando un doloroso
malinteso, accondiscesi subito al suo desiderio.


Capitolo XIV.

Passarono alcuni giorni che impiegai a fare
spese nei pi bei negozi, e a provarmi i vestiti
dalle sarte.
Intanto avevo preso possesso completo del mio
appartamento, e ne conoscevo tutte le ricchezze.
Oltre alla biancheria abbondante e ricchissima
con le mie cifre, di cui gli armadi erano pieni,
trovai anche una collezione di vestaglie lussuose
e di vestiti da casa, lasciati da colei che mi
aveva preceduta.
Bench non mi piacesse affatto di adoprare
le cose che le erano appartenute, mi seccava
ancora di pi fare appello alla borsa di lord
Anderson per saldare i numerosi acquisti che
sarebbero stati necessari nella mia nuova condizione,
e che il mio modesto bilancio non mi
permetteva di pagare.
Adattai dunque a mio uso alcuni indumenti
dimenticati dalla prima signora Anderson, e ci
mi permise di esser sempre vestita in modo grazioso
e variato. Non credevo che mio marito
se ne sarebbe accorto. L'avvenire invece mi dimostr
il contrario.
Egli aveva adottato con me un contegno deferente
e altero nello stesso tempo. Non
m'interrogava mai sui miei gusti, sui miei desiderii,
sullo scopo delle mie uscite; pareva non si curasse
affatto di ci che non rientrava nei nostri
rapporti diretti.
Vivevo sotto il suo tetto come se fossi stata
un'estranea.
Del resto noi ci vedevamo soltanto a tavola,
all'ora dei pasti.
Qualche momento prima dell'ora stabilita, io
scendevo nel salotto dove egli mi aveva condotta
la prima sera, ed egli usciva subito dal suo studio
per raggiungermi.
Di solito il nostro primo incontro giornaliero
avveniva nei momenti che precedevano il pasto
di mezzogiorno.
Dopo essersi inchinato dinanzi a me, egli s'informava
gentilmente della mia salute.
- Come state oggi? -
Oppure:
- Avete dormito bene stanotte? -
Frasi impreviste alle quali rispondevo con non
minor correttezza con frasi altrettanto spiritose:
- Vi ringrazio, ho passato una nottata deliziosa. -
A volte il nostro dialogo spiegava addirittura
le ali:
- Che bel sole c' oggi! -
Oppure:
- Il tempo  stato brutto stamattina. -
Ma queste interessanti conversazioni avvenivano
soltanto nei giorni in cui il maggiordomo
ritardava il classico annunzio:
- La signora  servita! -
Allora mio marito piegava il braccio con una
certa gravit, e mi conduceva a tavola nella sala
accanto.
La colazione aveva inizio con questo squisito
duetto sognato da tutti i giovani sposi.
Ero seduta di faccia a lui, senza dubbio per
aver agio d'inebriarci a vicenda della nostra
presenza.
Spiegati i tovaglioli, esaminata la lista con
una bella indifferenza apparente, non si udiva
altro che il rumore delle nostre mascelle che
masticavano i cibi.
Talvolta per, tra una portata e l'altra, mio
marito alzava il naso dal piatto e si degnava
di rivolgermi la parola.
- Avete letto il giornale, stamattina?
Magnifico il discorso di lord F*** alla Camera dei
Comuni... -
Oppure:
- Il dramma narrato dal Times  un vero
romanzo! Del resto io non ho mai capito i delitti
passionali. La Giustizia non dovrebbe mai
ammettere attenuanti. Il loro numero diminuirebbe
di sicuro! -
Un giorno osai replicare:
- Non capite il delitto passionale?
- No!
- Eppure ammetterete che alcuni delitti possano
essere commessi per motivi davvero scusabili.
- Certo!
-  dunque la passione che non vorreste riconoscere
come scusante? -
Egli alz le spalle.
- L'ammetto soltanto come una malattia ridicola
che  un misto di follia e di degenerazione
della specie umana sotto l'influsso della
civilt.
- Follia, forse! Ma degenerazione... - balbettai,
smarrita. - Come? Secondo voi l'amore
 una degenerazione?
- Proprio cos, - egli spieg con calma. -
I popoli ignoranti o primitivi non conoscono n
la sensibilit n quella raffinatezza che noi chiamiamo
amore, nel cui nome commettiamo le
peggiori sciocchezze.
- Devo dunque concludere, - osservai seria
seria - che trovando questo sentimento indegno
dell'uomo ragionevole che voi siete, trovandolo
anzi avvilente poich  una degenerazione,
voi non avete mai amato? -
Un pallido sorriso pieg le sue labbra.
- Prego: anch'io, come gli altri, ho subito
il contagio della specie.
- Avete dunque conosciuto l'amore? Avete
amato?
- Purtroppo s, come tutti i miei simili di
quest'epoca indebolita da secoli di atavismo.
- Dunque, se avete amato...
- Questo non prova niente; ossia prova soltanto
che non sono mai stato cos stolto, cos
ridicolo e cos poco equilibrato, come fui nel
periodo in cui ero affetto da quella specie di
alienazione mentale.
- E, naturalmente, disgustato per sempre
da una simile infrazione alle leggi naturali, per
non dire animali, che guidarono i nostri primi
antenati, avete giurato di non ricaderci pi.
- Oh! Ora sono vaccinato; l'amore ed io ci
siamo detti addio per sempre!
- Amen! -
Ho narrato questo dialogo fra venti altri, per
citare un esempio del tono divertente che egli
sapeva dare, a volte, alla conversazione.
Del resto egli aveva uno spirito paradossale,
e osservai che gli piaceva di attaccare e demolire
le cose ammesse di solito da tutti, nel nostro
ventesimo secolo.
Fu cos che lo udii farsi beffe, via via, delle
scienze, delle arti, della politica, della famiglia,
della virt (e di che cosa altro ancora?), per il
piacere di sentirmi protestare contro le sue inverosimili
affermazioni.
E quando con qualche argomento fenomenale
era riuscito a sbalestrarmi, nei suoi occhi vedevo
un lampo di allegria misto a una certa
ironica superiorit.
Subito dopo colazione ci separavamo per ritrovarci
soltanto la sera a pranzo, ancora pi
grave di etichetta.
Ogni tanto un ospite invitato da mio marito
era dei nostri; ma di solito era l'eterno pranzo
a quattr'occhi.
Due o tre volte la settimana finivamo le serate
insieme, o nel mio appartamento, come la
prima sera, o nel suo.
Quelle serate mi parevano pi allegre delle
altre, bench Walter Anderson non riprendesse
mai con me il tono scherzoso delle prime ore.
Egli non mi chiese mai pi di passare la notte
con me come aveva fatto una volta. Ne dedussi
anzi che quella sera egli doveva aver fatto uno
sforzo per ingrazionirsi con me, e che davvero,
come lui stesso mi aveva fatto osservare, fosse
stata un'occasione unica che non avrei ritrovata
pi.
In ogni modo avevo finito con l'abituarmi alla
sua fredda correttezza, alla sua indifferenza,
come pure alla sua flemma imperturbabile che
a momenti urtava la mia vivacit di francese
giovane e briosa. Ma quello che non riuscivo a
sopportare in lui era l'ironia del sorriso e dello
sguardo!
I suoi occhi azzurri, bench piccoli, sapevano
esprimere in modo insuperabile l'indifferenza
e la canzonatura. E le sue labbra sottili, che a
volte si schiudevano in una bella risata franca,
chiara e giovanile, a volte si piegavano in una
espressione di sprezzante ironia della quale non
saprei descrivere la scaltrezza.
La sua indifferenza lasciava del tutto indifferente
anche me. Egli poteva anche esaminarmi
con aria glaciale, scrutando ogni mio gesto od
ogni parte del mio abbigliamento: io sopportavo
benissimo quell'esame prolungato o, secondo
il caso, il poco interesse che pareva prendere
della mia presenza sotto il suo tetto.
Ma se a un tratto scoprivo l'ironia nei suoi
occhi o nel suo sorriso, mi sentivo diventare
rossa dalla rabbia e invadere da una sorda collera
contro di lui, contro il suo disprezzo o la
sua ironia che mi sferzavano all'improvviso.
In quei momenti, lo confesso, avrei
voluto anch'io ferirlo e umiliarlo.
Il tono della mia voce ne risentiva; avevo
parole agrodolci che egli fingeva di non capire,
serbando, qualunque cosa io dicessi, la sua
indifferenza glaciale di uomo ben educato che
niente pu scuotere. E in mancanza di argomenti
contraddittorii, il mio scontento cedeva, tanto
che le prime settimane che passai sotto il tetto
di Walter Anderson furono, si pu dire, assolutamente
calme e prive di qualsiasi lotta.
La prima discussione che sorse tra noi fu, del
resto, insignificante.
Avvenne a proposito di uno di quei vestiti
da casa che erano appartenuti a sua moglie e
che io indossavo per la prima volta quella sera.
Quell'abito di seta di color azzurro cupo mi
fasciava il corpo in maniera piuttosto vantaggiosa,
devo confessarlo.
Quando egli l'osserv, vidi a un tratto la
sua fronte corrugarsi come sotto uno sforzo di
memoria. Poi, un po'pallido, egli venne verso
di me nel salotto, e con voce secca:
- Levatevi codesto vestito, e subito! - mi
disse.
Mi sentii arrossire come se fossi stata colta
in flagrante delitto.
- Perch? - balbettai molto turbata.
- Vi pregai di non rievocare mai quella
donna, - egli replic con durezza.
- Non credevo... - cercai di spiegare.
- Ma via! - egli interruppe. - Avete escogitato
questo mezzo per molestarmi, e godete
sfidandomi sotto un'apparente compitezza dalla
quale non mi lascio ingannare. -
La vigenza delle sue parole mi esasper addirittura.
- Voi attribuite ai miei atti dei moventi che
essi non hanno, - risposi secca. - V'ingannate
all'ingrosso se credete che mi preoccupi
tanto di ci che pu piacervi o dispiacervi!
- Quale altro motivo pu indurvi a indossare
gli spogli di un'altra donna? -
Questa frase era crudele.
Diventai pallidissima.
- Mi sono messa i vestiti di una donna che,
potete credermi, non ambivo affatto a risuscitare,
per la sola ragione che i miei mezzi non
mi permettevano di avere un guardaroba adeguato
per recitare presso di voi la parte di padrona
di casa. -
Un'espressione di stupore pass nel suo viso
contratto. Egli non si aspettava la mia risposta
cos semplice.
- Perch non me l'avete detto?... Dovevate
chiedere a me...
- Non sono abituata a questo genere di richieste,
- risposi con amarezza.
- Voi pensate che io avrei dovuto prevenire
i vostri bisogni.
- Non mi  venuto neanche in mente! Per
la breve prova che devo subire in casa vostra,
non era necessario che mi creaste un bilancio
speciale; la soluzione che ho adottata mi pareva
buona.
- No, poich essa mi urta per i ricordi che
evoca.
- Voi attribuite ai miei atti delle intenzioni
che essi non hanno.
- Sia pure, ma voi credete dunque di non
offendermi nei miei sentimenti di gentiluomo,
rimproverandomi una gretteria poco simpatica?
- Protesto: io non vi rimprovero niente!
- Ma la servit, riconoscendo addosso a voi
i vestiti di colei che vi ha preceduta, che cosa
avr pensato di voi e di me? Credete che non
troveranno strana la nostra condizione: la moglie
legittima ridotta a servirsi del guardaroba
di un'estranea?
- Se non trovano altro di strano nel nostro
contegno, il male non  poi tanto grande!
- Che cosa ci trovate di peggiore? -
Mi misi a ridere.
- Oh, per me, evidentemente, non c' nulla
di peggiore, e trovo naturalissimo il disprezzo
e l'indifferenza con cui mi trattate! Ma credete
dunque che le persone di servizio, in questi
due mesi, non abbiano osservato tutte le
anomalie della nostra vita in comune? -
Egli inarc le sopracciglia.
- Quali anomalie? Mi mettete in curiosit!
- E voi mi fate ridere se credete che noi conduciamo
una vita normale, simile a quella di
tutte le persone sposate.
- Nell'intimit, no; non possiamo vantarci
di un'unione vera, ma in apparenza?
- Ebbene, anche in apparenza la nostra vita
coniugale  semplicemente uno scandalo. -
E siccome egli si accingeva a protestare, interruppi
il suo scatto.
- Voi andate fuori e tornate a casa quando
vi pare e piace, senza che io sappia mai dove
andate e a che ora tornate, tanto che a volte
mi capita di essere la sola persona in casa che
non sa che siete assente da Londra per diversi
giorni.
Sul principio, - continuai - quando questo
accadeva, ingenuamente facevo ritardare
il pranzo per darvi tempo di arrivare, fino a
quando il vostro cameriere personale veniva ad
avvertirmi della vostra partenza per una citt
o per l'altra, dove si rappresentava uno dei vostri
lavori... Dopo che questa farsa si  ripetuta
tre o quattro volte, ho preso l'abitudine di
mettermi a tavola all'ora stabilita, senza preoccuparmi
se ci siete o no, tanto che a volte quando
arrivate voi io sono gi alle frutta.
- Da qui in avanti vi avvertir, - egli disse
conciliante.
- A che scopo? Tante altre cose richiederebbero
in ugual modo da noi uno sforzo reciproco
per rendere normale, in apparenza, la nostra
vita quotidiana.
- Spiegatevi!
- Non so; piccolezze, nonnulla, sfumature
di ogni istante che non sono mai uguali.
- Precisate, in ogni modo.
-  difficile. Per esempio, usciamo mai insieme?
Siamo mai visti insieme in qualche casa?
Assistiamo insieme a qualche spettacolo? C'interessiamo
alla lettura di uno stesso libro?
Vi occupate forse della mia corrispondenza, o
provate mai il bisogno d'informarmi della vostra?
Avete mai pensato che potessi avere dei
gusti, delle idee e dei desiderii personali? Io
mi sono mai preoccupata di sapere quali siano
le vostre preferenze? Conosciamo almeno le nostre
due famiglie? Il nostro passato? Tutta
la vita domestica  fatta di questi nonnulla di
cui noi non ci curiamo, ma di cui gli estranei
certamente osservano la mancanza.
- Ma io non chiedo di meglio... -
Lo interruppi ancora una volta:
- No, queste cose non s'impongono, e credo
che noi potremmo abitare cent'anni sotto lo
stesso tetto, senza cessar mai di essere estranei
l'uno all'altra!
- Possiamo almeno cercare d'illudere gli altri... -
Con un gesto sdegnoso della mano gli tolsi
un'altra volta la parola.
- Grazie a Dio, siamo troppo leali tutti e
due per recitare questa parodia del matrimonio.
Rimaniamo quelli che siamo, senza illuderci
nella speranza d'ingannare gli altri sulla
verit dei nostri sentimenti. Rimaniamo bravamente
estranei, dal momento che questa soluzione
non comporta n sforzo n simulazione,
essendo naturalissima ed avendola adottata finora.
- Faremo come volete voi, - egli ammise
senza convinzione.
Segu un silenzio.
-  strano, - disse poi. - Fino ad oggi ho
vissuto vicino a voi, senza mai scorger niente
d'insolito nel nostro contegno reciproco; tutto
mi pareva conforme alle consuetudini... e ora...
- E ora, sar lo stesso. -
Egli scosse la testa.
- Non credo, - disse con seriet.
- Perch?
- Mi avete costretto a guardare in faccia un
quadro che non volevo vedere e che non potr
pi togliermi dalla mente.
- Mi dispiacerebbe se doveste cambiare anche
per poco il vostro contegno verso di me.
- Vi dispiacerebbe? Perch?
- Perch dovrei ricompensare ogni vostro
sforzo con uno sforzo analogo, e non ho nessuna
voglia di piegarmi a un nuovo stato di cose. Se
questo fosse nato da noi stessi, spontaneamente
fin dal principio, forse ci saremmo piegati senza
troppa difficolt l'uno all'altro; ma ora mi sento
davvero incapace di cambiare il mio contegno
verso di voi. -
Sentii il suo sguardo acuto fissarmi tra le
ciglia abbassate.
- Va bene, - egli disse. - Rimaniamo allo
status quo.
- Oh, non v'impongo niente! Vi dico anzi
che se vi pare che la prova impostaci due mesi
fa dall'avvocato Curnett sia durata abbastanza,
sono prontissima a tornare in Francia. -
Egli fece un movimento di sorpresa.
- Questa partenza sarebbe un po' prematura, -
rispose asciutto. - Non trovo che la durata
della vostra permanenza qui sia bastante, giacch
comincio ora ad accorgermi che ci siete.
- Quasi quasi potrei prendere la vostra risposta
come un complimento, - risposi ridendo.
- Non l'ho fatto apposta, - ribatt nello
stesso tono scherzoso.
- Ne sono persuasa! Ad ogni modo faremo
come volete voi, - ripresi con seriet. - Ebbene,
rimango qui, poich lo desiderate.
- Per questo soltanto?... Partireste dunque
senza nessun dispiacere?
- Non lo nego.
- Nessun attaccamento?
- No, nessun attaccamento! Questi due mesi
o nulla sono tutt'uno. Anche voi...
- Io?... Ebbene, no!... Per me, sono meglio
che nulla.
- Oh!
- S,  sorto qualcosa tra noi!
- Cos poco!
- Pi di quanto crediate. Dovete convenire
che questi due mesi non ci hanno fatto diventare
nemici.
- Ne convengo.
-  enorme! Considerato il modo in cui ebbe
inizio la nostra vita in comune, questo risultato
mi pare magnifico. Noi siamo riusciti a vivere
sessanta giorni insieme, senza odiarci e senza
scambiarci le peggiori ingiurie!
- Infatti, sotto questo aspetto la nostra coabitazione
 un vero trionfo!
- All right! Siamo maravigliosi tutt'e due!
- Straordinari! -
Mi tese la mano stringendo con forza la mia.
- C' del buono! - egli disse con vivacit.
- C' del buono! Ora io so che c'intenderemo
benissimo, noi due.
- Certo!... A condizione di disinteressarci
l'uno dell'altra.
- Proprio cos! Mantenendo ognuno la nostra
indipendenza.
- Rimanendo due estranei.
- Non costringendomi a considerarvi come
mia moglie legittima.
- Continuando a dimenticare che voi siete
legalmente mio marito.
- All right! La vita  divertente, cos.
- Basta guardarla dal lato buono.
-  quello che continueremo a fare.
- Sar delizioso!
- Piacevolissimo!
- E non andrete pi in collera per un vestito? -
A un tratto la sua allegria svan.
- Prego, - egli disse con seriet - questa
 un'altra cosa. Andate subito a togliervi codesto
vestito.
- Ma...
- Oh, andate, signora! Sono due ore che ve
ne prego, e la mia pazienza ha un limite. -
Con la pi grande seriet, bench io ridessi
come una matta, egli mi spinse verso la porta
e mi mise fuori del salotto.
Cos termin il nostro primo litigio.


Capitolo XV.

Posso davvero dire che il contegno di mio
marito cambiasse dopo quel burrascoso colloquio,
cominciato cos seriamente e finito in
modo cos buffo?
Dire che Walter Anderson da quel momento
diventasse pi premuroso verso di me', sarebbe
forse attribuire troppa importanza a dei fatti
minimi. Devo tuttavia riconoscere che ebbi l'illusione
di un cambiamento nel suo contegno.
Fu soltanto un'impressione fuggevole, che
niente di concreto mi dette la possibilit di
affermare; ma, anche a distanza di tempo, quell'impressione
persiste e credo proprio che fosse
fondata.
Mi parve infatti che i suoi sguardi sprezzanti
e i suoi sorrisi ironici diminuissero di numero.
Mi pareva, anzi, che egli evitasse di guardarmi
o si sforzasse di non vedermi.
D'altra parte egli non si assent pi senza
annunziarmelo prima; spinse la sua gentilezza
fino ad avvertirmi a mezzogiorno quando non
doveva passare la serata con me. Me ne parlava
con indifferenza e senza alcuna premura manifesta,
ma il solo fatto d'informarmene era un'attenzione
di cui gli ero molto grata.'
Quanto alla questione del mio guardaroba
egli la risolse con abbastanza tatto.
La mattina dopo il vecchio Giovanni, portandomi
la colazione, mi consegn una busta chiusa.
- Il padrone mi ha incaricato di consegnare
questa lettera personalmente alla signora. -
Essa conteneva un assegno di cinquecento sterline
e un biglietto di mio marito cos concepito:
A lady Anderson per le sue spese di abbigliamento
durante il trimestre in corso.
Quando, a colazione, volli ringraziarlo della
sua generosit, egli mi tagli la parola con una
certa impazienza.
- Non ritornate pi su questo argomento,
ve ne prego. Quel denaro vi spetta di diritto
e mi dispiace soltanto di non averci pensato
prima. -
Non insistei.
Munita di quel viatico potei allora uscire pi
spesso e partecipare un poco alla vita mondana
di Londra.
Quel giorno l'acqua cadeva a rovesci come
cade soltanto a Londra, si pu dire, tanto il
carattere della grande citt pare adattarsi a
quella pioggerella fine, continua, da far pensare
che debba cadere in eterno.
Ero uscita senza una mta, soltanto perch
il silenzio della grande casa addormentata mi
pesava pi del solito, quel pomeriggio.
Il cattivo tempo mi decise a entrare in una
sala da t dove sapevo che alle cinque si riuniva
la gente elegante della capitale.
Mi ero seduta sola sola a un tavolino quasi
nascosto da una grande palma.
Mi piaceva quel posto, che sceglievo di preferenza
quando mi recavo a prendere il t in
quel locale, perch rimanendo occultata dal mio
paravento verde, potevo osservare a piacere le
persone che entravano e uscivano; non conoscendo
nessuno a Londra, mi divertivo a guardare
tutti.
A un tratto, dalla porta a vetri che si apriva
senza rumore, apparve l'alta figura di mio marito
seguito da una ragazza coi capelli rossicci,
piuttosto bella, che avevo gi veduta in diversi
altri luoghi.
La sorpresa mi fece ritirare istintivamente
indietro sulla sedia come per sottrarmi alla vista
dei nuovi venuti, i quali infatti non mi scorsero.
Un breve silenzio segu la loro entrata, come
se i due fossero conosciuti da tutti e ognuno
ambisse a farlo capire.
Mio marito, per nulla turbato da quegli occhi
fissi su loro, fece accomodare con premura la
sua compagna a un tavolino bene in vista, in
modo che la sua bellezza e la sua eleganza fossero
bene in evidenza. Poi, calmo, dopo aver
girato lo sguardo intorno come per cercare qualche
viso di conoscenza, si sed di fronte a lei.
E senza pi occuparsi della gente che li circondava,
ordin il t e dei dolci ai camerieri
affaccendati intorno a loro.
Allora, col gomito appoggiato sulla tavola e
reggendosi la fronte con la mano signorile e
bianca nella quale scintillava un solitario, chinato
verso la sua bella compagna, egli cominci
a parlarle a bassa voce e si occup soltanto
di lei.
Era la prima volta che vedevo Walter Anderson
fuori di casa, la prima volta che lo vedevo
con una donna, e devo confessare che non
me lo immaginavo cos disinvolto, cos sorridente,
n cos premuroso.
Era addirittura un altr'uomo. Scoprivo un
nuovo Walter Anderson; egli rideva, vibrava
tutto, se posso dir cos. Per la prima volta mi
accorgevo che era giovane, pieno di salute, di
vitalit, e capace di entusiasmo e di fascino.
Sbalordita dalla scoperta, spiavo con curiosit
i suoi gesti, i suoi sorrisi, la vivacit dei
suoi movimenti, la sua aria allegra.
Ma quella vista quale impressione produceva
in me? In me, sua moglie legittima? Sua vittima
legale, dovrei dire?
Se fossi stata costretta ad analizzare le mie
impressioni, avrei dovuto confessare che in quell'occasione
il sentimento dominante era la paura
di esser veduta dal colpevole.
Una curiosit morbosa mi avvinceva di fronte
all'uomo nuovo, cos diverso da quello che
conoscevo; soprattutto in presenza di quella donna
un po' troppo tinta, troppo vistosa, che lo ascoltava
con compiacenza.
Vedendo passare vicino a me il cameriere, gli
feci un cenno per chiamarlo, additandogli da
lontano colui che per legge era mio marito.
- Chi ? - gli domandai a voce bassa facendogli
scivolare in mano una moneta d'argento.
- Walter Anderson, il famoso scrittore, -
egli rispose con premura.
- E la signora? Sua moglie, forse?
- No.  Maud Aussy, la celebre attrice.
- La sua amante?
- S... la sua principale interprete, come si
dice.
-  una relazione risaputa?
- Tutti lo sanno.
- E dura da molto tempo?
- Da anni. Sono almeno sei anni che li vedo
venire qui insieme. -
L'uomo venne chiamato altrove e se ne and.
Del resto ne sapevo abbastanza. E mentre egli
si allontanava pensavo:
Sei anni! Egli aveva dunque questa amante
prima del matrimonio... e l'ha sempre...
Allora sentii sorgere in me un altro sentimento
oltre alla curiosit.
Era come un senso di malinconia che mi riempiva
l'anima.
Abituata ad esser trattata con freddezza da
mio marito, non avevo mai immaginato che egli
potesse avere un contegno diverso con altre persone,
sotto il potere di talune impressioni.
Ecco che, invece, lo vedevo allegro e pieno
di fascino vicino a una donna che senza dubbio
non aveva mai conosciuto l'uomo freddo e
riservato che egli ostentava di essere in mia
presenza.
Un sentimento strano m'invase, e una leggera
nebbia oscurava il mio pensiero e mi dava
il rimpianto di non aver saputo, come quella
donna, far nascere quel sorriso d'uomo e accendere
quella luce affettuosa nei suoi occhi.
Con sincera amarezza facevo questa osservazione
nella mia mente:
A me, la sposa onesta e rispettabile, il disprezzo
e l'indifferenza. A quella donna senza
scrupoli, la premura e l'amore!...
Cercavo di scacciare quel pensiero inopportuno.
Ma come? Diventavo gelosa?... Era dunque
possibile quel sentimento, di fronte a un marito
legale del quale non volevo neanche essere la
moglie?
Preoccupata a un tratto del mio equilibrio
mentale, feci un esame di coscienza.
Che cosa mi prendeva? Perch quell'improvvisa
amarezza?
Ansiosa, scrutai nel mio profondo. Senza falso
pudore cercavo d'immaginare la visione sconvolgente
di un'intimit coniugale.
Avrei voluto essere al posto di quella donna?
Ricevere i sorrisi affettuosi di quella bocca maschile
che pareva promettere baci infocati?
Un brivido mi scosse a quella evocazione.
No davvero!... Un bacio da quelle labbra?
Ma no, no!... Nessuna inflessione carezzevole
della voce avrebbe potuto farmi dimenticare il
tono secco che aveva sempre usato con me. Nessun
sorriso delle labbra avrebbe potuto cancellare
la piega ironica e sprezzante che conoscevo
tanto bene! L'immagine del principe azzurro
che intravedevo nei miei sogni di fanciulla non
somigliava affatto a quel marito legale al quale
ero incatenata.
Dunque, non invidiavo davvero la sorte di
quella donna!
Ma perch quella tristezza che mi aveva afferrata
a un tratto?
Col gomito sulla tavola e il mento appoggiato
alla mano, con gli occhi fissi sulla coppia appariscente,
seguivo il corso dei miei pensieri.
Un rumore di sedie smosse, un prolungato
fruscio di seta, lo scalpiccio di un passo leggero
seguito da un cadenzato passo maschile,
e Walter Anderson e la sua compagna uscirono
dalla sala da t.
Le loro due persone vicine mi dettero la soluzione
di ci che cercavo.
A vent'anni un cuore solitario si sente stringere
alla vista delle coppie che passano tenendosi
abbracciate.
Soltanto quando furono andati via capivo perch
l'evidente loro felicit mi aveva messo un
vago senso di tristezza nell'anima.
Non avevo n invidia, n gelosia, n rimpianti.
No! Avevo vent'anni ed ero sola!


Capitolo XVI.

Non ho bisogno di dire come quell'incontro
in citt con mio marito e la sua principale
interprete come diceva elegantemente il cameriere
della sala da t, non modificasse affatto
il nostro reciproco atteggiamento.
Walter Anderson non sapeva niente della mia
presenza in quel luogo, ed io mi guardavo bene
da rivelargliela.
Ma pur evitando con cura ogni allusione a
quel proposito, devo confessare che il mio pensiero
vi ritorn spesso con insistenza.
Bastava una parola pi fredda del solito, un
gesto un po' pi compassato, uno sguardo pi
indifferente, un silenzio pi prolungato, perch
subito mi tornasse alla mente, in contrasto con
quell'uomo cos sprezzante e freddo, il simpatico
compagno della bella artista.
E questo confronto trascinava con s una
quantit di riflessioni, pi o meno piacevoli,
sul carattere di quell'uomo che non conoscevo
affatto, bench gli vivessi quotidianamente vicino.
Un giorno, un avvenimento per me molto importante
fece passare in second'ordine questo
pensiero.
Quella sera Walter Anderson non era uscito,
e avevamo passato insieme la serata nel suo appartamento.
Quei colloqui a quattr'occhi nell'intima solitudine
della piccola biblioteca attigua alla sua
camera, di solito non erano molto interessanti.
Walter Anderson fumava una sigaretta dopo
l'altra, sfogliando giornali e riviste di cui, a
volte, mi citava qualche articolo, mentre io,
chinata sotto la lampada, ricamavo per passare
il tempo.
Ebbene, una sera, essendo rimasta sprovvista
di seta, dovetti piegare il mio ricamo prima dell'ora
in cui di solito mi ritiravo in camera mia.
E siccome mio marito pareva profondamente
assorto nella lettura, presi un grosso album di
fotografie e cominciai a sfogliarlo.
La maggior parte di quei ritratti erano di
vecchia data. Ne conoscevo alcuni, per esempio,
quelli dei genitori di mio marito, ma i pi mi
erano del tutto sconosciuti.
A un tratto, voltando una pagina, un'immagine
mi colp.
Era un'istantanea raffigurante un ragazzetto
di una diecina d'anni che si baloccava in un
parco.
Conoscevo quel bambino, o per dir meglio quel
ritratto: era per me un'immagine familiare.
Mandai un'esclamazione soffocata:
- Oh! -
Alzando gli occhi sul mio compagno incontrai
il suo sguardo interrogatore.
- Chi ?... - domandai. - Ho conosciuto
questo ragazzo. -
Egli lanci un'occhiata alla fotografia che gli
additavo, e parve sorpreso.
- L'avete conosciuto? - disse.
- S, molto tempo addietro.
- Dove?
- In Francia certamente... quando ero piccola. -
Nel suo viso si dipinse un'espressione d'incredulit.
- S, - insistei. - L'ho conosciuto, ne sono
sicura.
- Allora dovete sapere chi .
- Invece non me ne ricordo, ero troppo piccola!...
Eppure potrei giurare di aver fatto il
chiasso con quel ragazzo, in quello stesso parco.
- Ne dubito, - egli disse con indifferenza
come se la mia asserzione non avesse importanza.
Non mi  mai piaciuto che si mettesse in dubbio
una cosa da me affermata come certa.
- Ve lo prover, - dissi.
Con un gesto un po' vivo estrassi la catenina
che avevo al collo, e prendendo il medaglione
che vi era appeso, l'aprii e lo tesi ad Anderson.
- Guardate qui, - gli dissi.
Egli dette soltanto una rapida occhiata alla
piccola immagine rilegata in oro che io gli mostravo
e che rappresentava la testa di un ragazzo,
ritagliata da una fotografia uguale a
quella dell'album.
Ma il suo sguardo, se non si ferm affatto sul
medaglione, in compenso cominci a scrutarmi
a lungo come se a un tratto gli fossi apparsa
sotto un nuovo aspetto.
- Da quanti giorni avete messo quella fotografia
nel medaglione? - egli mi domand con
un sorriso un po' ironico.
- Da quanti giorni? - esclamai sbalordita.
- Sono anni che porto al collo questo ritratto,
insieme con l'immagine adorata di mia madre!
Forse ce lo mise lei stessa, perch non ricordo
di averlo mai toccato. -
Il suo sorriso ironico si accentu.
- Avete un'immaginazione molto fervida, -
egli disse secco.
Il sangue mi sal al viso.
- Immaginazione! - balbettai interdetta da
quel diniego diretto. - Volete dire che io invento?
- Ci che dite  talmente inverosimile... -
egli osserv nello stesso tono.
- Sar inverosimile, ma pure  la verit, -
insistei. - Se non ve ne mostrassi la prova in
questo ritratto ritagliato, potreste credere che
io lo confonda con un altro. Ma si tratta dello
stesso bambino, questo  sicurissimo.
- Ma ci che  poco probabile  che in passato
abbiate conosciuto quel ragazzo inglese.
- Perch?
- Perch non credo che egli sia stato in
Francia a fare il chiasso con voi.
- Eppure non posso averlo incontrato altro
che in Francia.
- No, questo non lo credo.
- Tuttavia  cos! - insistei. - Ascoltatemi,
voglio raccontarvi...
- S, brava, raccontate! -
Con lo sguardo fisso sulla piccola fotografia,
rivedevo con gli occhi della mente una scena
del passato, e non mi accorsi neanche del tono
d'incredulit di mio marito.
- Mi ricordo... Ero molto piccola, ma se
pure i nomi delle persone e dei luoghi mi sfuggono,
ho serbato vivissima memoria di alcuni
piccoli fatti che avvennero mentre ero insieme
con quel ragazzo.
- I racconti dei ragazzi sono sempre maravigliosi:
vi ascolto! -
Il mio viso era in piena luce, mentre quello
di mio marito era in ombra e non potei vedere
se, incitandomi a parlare, egli avesse un'espressione
ironica o no.
Ad ogni modo, dal fondo dell'anima mi saliva
alle labbra un desiderio di confidenza; una
dolcezza infinita risorgeva dal passato svegliando
in me il bisogno imperioso di rievocarlo.
- Ero molto piccola, come vi dicevo...
dovevo avere quattro o cinque anni... non so con
precisione. Ricordo una grande casa bianca
un castello, forse! C'era un'ampia terrazza, poi
alcuni gradini... e infine il prato... un vasto,
immenso tappeto verde che per le mie gambette
era sterminato.
Davanti al prato, a sinistra, un albero grandissimo,
molto folto, all'ombra del quale, di
solito, le persone si sedevano. Non posso rievocare
quella lontana visione senza vedere sempre
delle persone sedute sotto quell'albero.
Ricordo anche un lungo, lunghissimo viale...
ancora molti alberi e dell'acqua... un fiume
o un laghetto? Non ricordo.
Su quell'acqua una barchetta, un guscio di
noce che ai miei occhi di bambina assumeva le
proporzioni di una nave.
E non senza commozione mi rivedo seduta
in quella leggera imbarcazione, di faccia al mio
piccolo amico.
Ho conservato un'impressione di sole, d'allegria!...
Dovevo ridere, battere le mani, dare
segni esteriori della mia gioia.
I remi battevano l'acqua, il mio compagno
guidava fieramente la barchettina al largo, dove
l'acqua scintillava pi viva sotto gli ardenti
raggi del sole. La mia schietta gioia doveva
fare al ragazzo l'effetto di un'ammirazione che
adulava il suo giovane orgoglio e stimolava il
suo ardore...
A un tratto che cosa accadde?
Mi chinai forse verso qualche pianta acquatica?
O volli acchiappare una farfalla dorata
che sfiorava l'acqua?... La barca s'inclin?
Il mio cervello ha conservato soltanto l'impressione
di un freddo improvviso che mi ghiacciava
tutta! Mi dibatto... col petto oppresso, il
respiro affannoso... Una mano nervosa mi afferra...
mi tira su... Tutto gira nella mia testa,
le orecchie mi ronzano...
E mi rivedo sulla riva, stesa sull'erba, al
sole, con quello stesso ragazzo chino su me.
Siamo bagnati, inzuppati d'acqua tutti e due...
Il mio compagno grida e mi chiama. Egli
singhiozza e mi abbraccia, ma quando poi rispondo
alla sua voce ed egli capisce che sono
proprio viva, ride forte come un pazzo.
Poi di corsa verso il castello... Egli mi trascina,
mi porta quasi di peso verso alcune persone
che accorrono con gesti di spavento.
Ero caduta nell'acqua... Io devo certamente
la vita a quel ragazzo che rischi la sua per
salvarmi! -
Tutta intenta al mio racconto, che rivivevo
a tanti anni di distanza, avevo parlato a bassa
voce, quasi con religione, dimenticando la presenza
dell'uomo che mi ascoltava.
Un leggero colpo di tosse me lo fece ricordare.
Con la testa appoggiata a una mano e il gomito
sul bracciolo della poltrona, egli pareva
esaminarmi nell'ombra.
- Non mi credete forse? - ripresi. - Eppure,
se avete conosciuto quel ragazzo inglese,
dovete sapere che egli era capace di rischiare
la vita per salvare quella di una compagna di
giuochi, senza contare che probabilmente quella
terribile scena gli sar rimasta nella mente e
l'avr ricordata anche in vostra presenza.
- Non mi pare che egli abbia fatto mai allusione
a quella piccola avventura, - rispose
mio marito con indifferenza.
- Ma insomma, se anche voi avete fatto il
chiasso qualche volta con lui, saprete benissimo
che era un impetuoso e un collerico. L'ho visto
rotolarsi sull'erba quando la mia ostinazione si
rifiutava di piegarsi ai suoi desiderii.
Mi ricordo anche delle passeggiate sull'asino
che egli mi faceva fare intorno al prato! Per,
camminare docile accanto a me, guidando la
mia cavalcatura dalle lunghe orecchie, doveva
essere un gran sacrificio per quel ragazzo esuberante.
E ci dette luogo ad un'altra avventura
alla quale anch'io presi parte e che fin
male come la precedente!
- Narratemi anche questo fatto, - disse mio
marito, forse per dimostrarmi che mi ascoltava
pazientemente.
- Ebbene, ecco:
Un giorno, stanco del passo lento e monotono
del mio Aliboron, egli decise di servirsi
di un cavallo; s, un cavallino che egli montava
con grande sicurezza e che doveva essere
proprio suo. E siccome io avevo paura e mi dibattevo,
il mio piccolo amico mi leg solidamente
sul dorso del cavallo.
Come fece? Non saprei dirlo, ma mi pare
ancora di sentire la grossa corda intorno alle
mie gambe.
- Facciamo ai Pellirosse, - egli aveva decretato.
- Tu sei un ostaggio che io ho rapito
a una trib nemica. -
E arrampicatosi anch'egli sul cavallo, tenendomi
davanti a s attraverso la sella, mi
trascinava trionfante in una cavalcata epica,
mentre io mandavo urla di terrore; il cavallo
partiva di gran galoppo e la gente del castello
si spolmonava a correrci dietro.
Quel che doveva accadere, accadde. L'imprudente
cavaliere fu sbalzato di sella. A una
curva del viale and a ruzzolare sull'erba, e io
se sono ancora in vita lo devo alla solida legatura
che mi teneva cos bene stretta sul dorso
della bestia imbizzarrita; ero mezza morta dalla
paura e dal dolore quando il cavallo ritorn
da s alla scuderia e potei alfine esser tolta da
quella pericolosa posizione.
Dovei di certo rimanere a letto, dopo quell'avventura.
perch mi rivedo ancora sdraiata,
tutta indolenzita, ma pur richiedendo la presenza
del mio piccolo carnefice.
Credo anzi che bramassi tanto la sua presenza
pi che altro per avere il piacere di lamentarmi
e di piangere insieme con lui, col viso
appoggiato al suo, rimproverandolo aspramente,
gi con una certa raffinatezza femminile, di essere
la cagione del mio male.
- E lui? - chiese a un tratto Walter Anderson.
- Non vi compiangeva quando veniva
a trovarvi? -
Mi misi a ridere.
- Mi consolava a modo suo, credendo, certo,
di far bene! Prospettava la possibilit che io
restassi inferma e affermava che in questo caso
egli mi avrebbe sposata. Aggiungeva poi, con
tutta seriet, che quell'idea non era affatto piacevole
per lui, poich l'obbligherebbe a trascinarsi
dietro per tutta la vita una moglie malata,
mentre io invece avrei avuto in lui uno
splendido marito!
Se ben ricordo, - ripresi ridendo - erano
sempre incoraggiamenti di questo genere quelli
che mi dava in risposta alle mie lamentele. E
per la verit credo che il suo ragionamento mi
convincesse, e che finissi con l'augurarmi davvero
di rimanere inferma, davanti alla splendida
visione che egli faceva brillare ai miei occhi.
- E poi? - interrog ancora mio marito.
- Non avete pi rivisto quel ragazzo terribile?
- No, mai! Dovettero pensare, a quel tempo,
che egli facesse il chiasso in modo troppo violento
per me. Andai via... o forse egli fu allontanato.
La vita, poi, ci separ.  la prima
volta, dopo tanto tempo, che riparlo di lui con
qualcuno. Cosicch benedico il caso che mi permette
oggi di svelare un poco l'enigma di cui
la mia memoria lo riveste. Voi che lo conoscete,
parlatemi di lui. -
Siccome Walter Anderson non rispose subito
alla mia domanda, insistei:
- Ebbene, volete dirmi come si chiama? -
Egli esit, poi alla fine si decise.
- Fu mio compagno durante una villeggiatura...
avevo circa dodici anni quando lo conobbi
a Barrow, un'estate. Noi lo chiamavamo
Noi. Ho dimenticato da tempo il suo vero nome.
- Che cosa n' stato di lui, lo sapete?
- Seppi un giorno da un altro compagno di
svaghi che Noi era morto accidentalmente poco
tempo dopo la nostra separazione.
- Morto! - balbettai diventando a un tratto
pallida. -  morto! -
Un'amara tristezza mi strinse il cuore.
Alla gioia dei ricordi evocati, alla speranza
di ritrovare le tracce del piccolo amico d'infanzia,
bisognava dunque gi contrapporre la nera
messaggera dell'al di l che falcia per sempre
gli affetti pi cari?
- Gi,  morto! - ripet mio marito con indifferenza.
- Non credo, dopo tanti anni, che
questa notizia possa riuscire molto dolorosa per
voi...
- Eppure  cos, - risposi con la gola
stretta.
E chinai la testa, vinta da una delusione crudele
che mi faceva salire le lacrime agli occhi.
- Su via! - fece Walter Anderson con una
certa ironia. - Poi infine non si tratta che di
un ricordo lontanissimo.
- Ma io sono tanto sola nella vita! - risposi
con amarezza. - Tutti coloro che ho amati
o che hanno avuto dell'affetto per me, riposano
per sempre nella tomba... Mi restava ancora il
ricordo di quel ragazzo... mi era di conforto
pensare che egli viveva, in qualche parte del
mondo, e che un giorno forse il caso me lo farebbe
ritrovare.
- Non vi avrebbe riconosciuta.
- Questo  certo, e forse non si sarebbe neanche
ricordato della docile bambina che si piegava
ai suoi capricci. Ma, nonostante tutto,
l'idea che egli fosse vivo mi faceva piacere. Era
una pagina felice del mio passato, cos di rado
lieto, e mi piaceva nelle mie fantasticherie tessere
ridenti sogni di vita futura dei quali anch'egli
facesse parte. -
Walter Anderson parve seccato da quella malinconia
che mi aveva afferrata e che non riuscivo
a nascondere. Si alz, venne vicino a me
e bruscamente chiuse l'album delle fotografie.
- Lasciate da parte questi ricordi, - egli
disse in tono un po' burbero. - Bisogna vivere
col presente e non col passato. Siete abbastanza
ricca e carina per crearvi altre relazioni e contrarre
altre amicizie. -
Non risposi. Come poteva capirmi lui, ricco,
celebre, che aveva il mondo ai suoi piedi?
Contrarre altre amicizie, crearsi altre relazioni!
Oh, l'ironia di quelle parole rivolte a me!
Mio marito poteva raccogliere ogni giorno
nuove amicizie nella folla di ammiratori che
il suo ingegno gli attirava d'intorno. Ma io!
Io, che da settimane, da mesi mi trascinavo
triste e sola in mezzo a tanta gente, che mi
sentivo del tutto isolata anche in casa sua!
Mi ero alzata pronta ad accomiatarmi da lui,
quando la sua mano si pos sulla mia spalla,
costringendomi a girare su me stessa per pormi
di fronte a lui.
I suoi occhi parevano voler frugare dentro
la mia anima.
- Non siate triste, - disse con dolcezza e
con un tono amichevole che mi era sconosciuto.
- La vita, talvolta, merita il conto di esser vissuta...
credetemi, Simona, siete meno sola di
quel che pensate... -
Era la prima volta che mi chiamava Simona,
e ne rimasi molto turbata.
Ma poi, senza darmi il tempo di rimettermi
dalla sorpresa, egli apr la porta della biblioteca
e, tenendomi la mano, mi disse:
- Buona notte, e dormite bene, senza pensare
a tutto ci. -
Adagio adagio ritornai in camera mia, cercando
di riordinare nella mente le idee sconvolte
da tante cose inaspettate.
 
Capitolo XVII.

Avevo preso l'abitudine di assistere alla Messa,
tutte le mattine, in una chiesetta del quartiere
dove abitavamo.
Vi andavo alle otto, sola e a piedi, ci che
raddoppiava per me il piacere di quella uscita
mattutina.
Mio marito non mi aveva mai interrogata
sullo scopo di quella passeggiata quotidiana, e
cos io non avevo avuto occasione di parlargliene.
Perci non mi maravigliai affatto, un giorno,
scorgendo il vecchio Giovanni in chiesa, la cui
presenza pensai fosse dovuta al caso; ma siccome
in seguito lo incontrai regolarmente in
chiesa ogni mattina, fui costretta ad ammettere
che egli avesse ricevuto degli ordini dal mio
signore e padrone.
Quell'atto di sfiducia e di spionaggio mi riusc
piuttosto sgradito.
Mi parve che Walter Anderson non avesse il
diritto di sospettare della mia condotta, lui che
si mostrava apertamente in pubblico con un'attrice
in voga.
Tali pensieri risvegliavano il mio spirito battagliero,
e a poco a poco giungevo perfino a desiderare
di essere coinvolta in qualche avventura
straordinaria. Avrei voluto provare a mio
marito che avevo anch'io il diritto di usare
della mia libert come meglio mi piacesse.
Il diavolo (poich certamente non poteva essere
il cielo!) dovette esaudire il mio desiderio
appena formulato, poich il giorno stesso, in
chiesa, i miei occhi si posarono sul mio vicino
di panca, un uomo di una trentina d'anni, vestito
con eleganza e che da qualche settimana
assisteva quasi ogni mattina alla Messa.
La sua figura mi era familiare come quella
di tutti i fedeli assidui che incontravo ogni
giorno in quel luogo. Non avevo mai osservato
uno di essi con maggiore attenzione degli altri,
e il mio vicino, per non parlare che di lui, non
aveva mai personalmente attirato la mia attenzione.
Eppure quel giorno, appena alzati gli occhi
verso di lui, incontrai il suo sguardo: due grandi
occhi neri che mi fissavano con insistenza.
L'impressione che ne provai era cos nuova
per me, che un po' di sangue mi color il viso
e, imbarazzata, m'immersi nella lettura del mio
libro da Messa mentre, senza volere, il mio pensiero
s'indugiava sullo sconosciuto.
All'uscita della chiesa ritrovai quell'uomo vicino
alla pila dell'acqua benedetta.
Con la punta delle dita, che le mie esitarono
a toccare, egli mi porse l'acqua santa.
Chinai appena la testa ringraziando, e me
ne andai via in fretta.
Ma tutte le mattine il fatto si rinnov.
Durante la sacra funzione sentivo lo sconosciuto
dietro a me, talvolta cos vicino, che il
suo respiro caldo mi sfiorava la nuca, cagionandomi
delle distrazioni.
E tutti i giorni, presso la pila dell'acqua
santa, il suo gesto cortese si ripeteva, mentre
i suoi occhi s'insinuavano nei miei con persistente
dolcezza.
Una mattina poi lo sconosciuto os parlarmi,
e io, soggiogata dal suo ardire, mi fermai al
suono della sua voce.
- La Messa  stata cantata bene, oggi... -
Aveva parlato in francese.
L'effetto magnetico di quella lingua cos cara
al mio cuore e cos rara per le mie orecchie, fu
tale che non potei fare a meno di sorridergli
e di domandargli:
Siete francese, signore?
- S, signora... Anche voi, non  vero?
- Chi ve l'ha detto? - domandai sorpresa.
Senza che potessi preoccuparmi di quello
scambio di parole con un uomo che non mi era
stato presentato, poich egli si comportava in
modo corretto e rispettoso, il giovane mi spieg:
- Il vostro libro di preghiere  scritto nella
nostra bella lingua, lo vidi subito, perch fa
piacere ritrovare una compatriotta cos lontano
dalla patria.
- S, fa piacere! - ripetei io quasi senza
volere.
E siccome, non volendo proseguire la strada
insieme con lui, rimanevo ferma all'uscita della
chiesa, egli si accomiat in fretta.
- Scusate, signora, la libert che mi sono
preso di rivolgervi la parola, ma avevo un cos
gran desiderio di udire una voce francese, che
non ho saputo resistere alla tentazione di parlarvi...
Signora, ho l'onore di salutarvi... -
E dopo un lungo e profondo inchino egli si
allontan lasciandomi tutta turbata.
I miei occhi lo seguirono per un momento;
poi ripresi la mia strada.
Il cielo mi parve pi azzurro quella mattina.
Le strade non avevano pi quella fisonomia grigia
e arcigna che mi pareva avessero di solito
a quell'ora; allungavo il passo allegramente
verso casa; il mio cervello, a un tratto, si sentiva
allegro e leggero.
Soltanto quando giunsi a pochi metri da casa,
mi ricordai del vecchio Giovanni.
Mi voltai per dare un'occhiata indietro, e lo
scrsi che anch'egli procedeva nella mia stessa
direzione, a passi lenti.
Un sorriso canzonatorio m'illumin il viso.
Egli, poco prima, doveva avermi vista parlare
con quel signore.
Un tal pensiero mi riemp di gioia.
Che felicit! L'avventura! L'avventura tanto
desiderata si effettuava! Mio marito saprebbe
tra poco che anch'io profittavo della mia libert.
La mia gioia doveva durar poco...
La giornata pass presto e si pu immaginare
con quale orgasmo andai alla Messa la mattina
dopo.
Non avevo fatto alcun proposito sul contegno
da tenere col mio vicino di chiesa. Se egli
mi rivolgeva di nuovo la parola, non avevo nessun
motivo per non rispondergli, finch si fosse
mantenuto cos corretto e rispettoso verso di me.
Forse avrei potuto profittare dell'occasione
per sapere il suo nome e la sua condizione sociale.
Mi dava l'impressione di un uomo molto
fine, ma egli poteva essere un gentiluomo perfetto,
senza per questo essere un vero uomo di
mondo... del nostro mondo!
Colui che, fin dal giorno prima, faceva tanto
lavorare la mia fantasia, era gi nella cappella
quando io vi giunsi.
Mi fece un leggero cenno con la testa, la santit
del luogo non consentendo un vero e proprio
saluto. Gli fui grata di questa discrezione
cos delicata, poich mi ha sempre urtato la
libert che si prendono alcuni fedeli i quali in
chiesa parlano e si muovono come se fossero
in una pubblica piazza.
Finita la Messa lo sconosciuto parve regolare
la sua uscita sulla mia, tanto che giungemmo
insieme alla porta della chiesa. Le sue dita si
tuffarono nell'acqua santa, e gi il mio sorriso
lo ringraziava, quando a un tratto una mano
si frappose tra noi, e con un movimento brusco
ferm il suo gesto verso di me...
L'uomo ebbe un moto di sorpresa, mentre io,
perplessa, fissavo Walter Anderson ritto accanto
a me.
Calmissimo, bench un po'pallido, mio marito
squadr con freddezza e alterigia lo straniero
che indietreggi di un passo.
I due uomini si scambiarono uno sguardo
ostile, poi Walter Anderson spinse il battente
imbottito della chiesa e, frapponendosi tra l'uomo
e me, si ritrasse per farmi passare.
- Dopo di voi, lady Anderson! -
Il suo tono, sebbene di perfetta cortesia, aveva
qualcosa di perentorio, e capii che bisognava
obbedire.
Chinai la testa verso lo sconosciuto e uscii
con la massima naturalezza, nonostante una leggera
angoscia che mi stringeva il cuore dinanzi
all'atteggiamento risoluto di mio marito.
Non mi faceva forse andare avanti per essere
pi libero di provocare il forestiero?
Sotto il portico, osai voltare appena la testa
verso i due uomini.
Walter Anderson, col viso contratto, mi seguiva
a un passo di distanza; l'altro, dal canto
suo, usciva di chiesa a passo lento ma con
un'aria cos disinvolta, che mi chiesi se non
avessi sognato tutta quella scena.
La mia occhiata indietro, bench rapida, non
era sfuggita a mio marito.
La sua mano si pos sul mio braccio, ch'egli
strinse con le dita, tanto da farmi male.
- State in guardia, Simona! La mia dignit
non tollererebbe il minimo scarto da parte vostra. -
Alzai le spalle senza rispondere. Parole cattive
mi salivano alle labbra e m'irrigidivo per
non pronunziarle l in mezzo alla strada, come
tante persone che non sanno dominare i loro
nervi in pubblico e rendono in tal modo noto a
tutti il loro disaccordo.
Percorremmo la strada in silenzio, camminando
rigidi uno accanto all'altra, sprofondati nei
propri pensieri tumultuosi.
Entrati in casa, stavo per lasciare il mio compagno
e salire in camera mia, quando egli m'interpell:
- Ho bisogno di parlarvi, Simona. Passate
da me. -
Era la seconda volta in pochi minuti che egli
mi chiamava Simona. Quell'appellativo familiare
che egli usava con me da qualche giorno
non aveva niente di affettuoso e neanche di amichevole
in quell'istante. La sua voce aveva il
tono tagliente di un padrone autoritario che
non ammette che i suoi ordini siano discussi.
Non ero per in tale disposizione di spirito
da obbedire passivamente, e non mancai di protestare.
- A che scopo questo colloquio? Non abbiamo
da dirci che cose spiacevoli.
- Ebbene, le udirete, quelle cose, se io voglio
dirvele!
- Oh, se avete voglia di bisticciare, sono
pronta! -
E sfidandolo con gli occhi, entrai come un
turbine nel suo studio.
Ero esasperata: dopo il sospetto offensivo che
la scena della chiesa comportava, subire anche
una spiegazione mi pareva troppo!
Chiusa la porta dietro a noi, egli, con le braccia
conserte, venne a porsi di faccia a me che
stavo ritta in mezzo alla stanza.
- Signora, voglio sperare che questa sciocchezza
sar l'ultima.
- Quale sciocchezza? - replicai io.
- Oh, vi prego, non giochiamo sulle parole
n sulle circostanze che hanno motivato la mia
presenza in chiesa, stamattina!
- Il vostro intervento  stato semplicemente
ridicolo! -
Egli sorrise in modo strano.
- Pi che altro  stato intempestivo per voi,
poich vi ha impedito di continuare il vostro
amorazzo.
- Il mio amorazzo!... Usate proprio delle
parole odiose!
- Quale altra parola sarebbe pi adatta, dopo
i vostri incontri quotidiani con quell'uomo?
- Mi parl ieri per la prima volta.
- Ma lo vedete tutti i giorni.
- O che forse non pu recarsi ad ascoltar
la Messa in quella cappella come qualsiasi altro?...
- Sono settimane che egli vi gira intorno e
che voi accettate la sua corte.
- Ebbene? Mi  forse vietato di ricevere gli
omaggi e le gentilezze di un uomo ben educato?
- Vi  vietato soltanto dimenticare che siete
lady Anderson, - disse egli con durezza.
- Questo poi! Voi esagerate! Non sono vostra
moglie! -
Scagliai questa frase con vera esasperazione,
tendendo le mani in avanti come per dar maggior
forza alle mie parole e respingere quel titolo
che egli voleva impormi. '
La veemenza della mia protesta parve colpirlo.
Il suo tono fu meno aspro.
- Sotto qual altro titolo siete dunque in
casa mia, lady Anderson?
- Avete voluto darmi questo nome e questo
titolo davanti alla servit... Mi avete costretta
ad assumerlo di fronte ai fornitori e alle vostre
conoscenze! Ma sapete benissimo che niente
lo giustifica... niente mi lega a voi, salvo un
patto... di prova!
- Dimenticate il legame legale.
- Che si basa sopra un falso, sopra una
sostituzione di persona. Una semplice formalit.
Lo far annullare.
- Non senza il mio consenso, ed io non acconsentir
mai! Siete mia moglie e resterete
mia moglie.
- Prego! Non sono vostra moglie e non vi
riconosco come mio marito. -
Egli ebbe un gesto d'impazienza.
- Giudicate pure le cose a modo vostro e pensate
come volete. Soltanto i fatti contano per
me: siete mia moglie dinanzi alla legge, e quattro
mesi di vita coniugale vi hanno fatta mia
dinanzi agli uomini... Questa vita in comune
voi l'avete accettata spontaneamente; se essa
mi d dei diritti su di voi, crea anche a voi
dei doveri e degli obblighi verso di me, qualunque
cosa ne pensiate! -
Un sorriso err sulle mie labbra, e guardai
con aria ambigua Walter Anderson, tanto mi
pareva strano che egli rivendicasse per primo,
di fronte a me, quei diritti di sposo che la legge
gli accordava.
Siete mia moglie, egli aveva detto. Quattro
mesi di vita coniugale vi hanno fatta mia.
Dove erano andate a finire le sue veementi
proteste al notaro Curnett? Ora che si trattava
per lui di un diritto che io mi rifiutavo di riconoscere,
egli affermava che ero sua! Ma come
avrebbe cambiato idea se gli avessi parlato dei
suoi doveri verso di me!
Fu questo pensiero che mi fece riprendere
la conversazione.
- Voi esigete dunque da me la fedelt pi
assoluta?
- Certamente.
- Non devo dimenticare che porto il vostro
nome?
- Un nome onorato che dovete far rispettare.
- Questo  certo! Sono i primi doveri di una
donna che ha il rispetto di se stessa...
- Meno male. Lo riconoscete anche voi... -
Il mio sorriso si accentu.
- Non posso discutere una cosa cos elementare
come questa, - affermai lentamente. -
Tanto pi che, pur non ammettendo la vostra
pretesa a diritti coniugali verso di me, sono
troppo orgogliosa della mia dignit per mancare
ad essa. Vi assicuro che nei miei incontri
in chiesa con quel signore di cui avete preso
ombra, non ho mai dimenticato che sono una
donna irreprensibile e che tengo a rimanere
tale. -
Tanta buona volont da parte mia dopo un
inizio cos burrascoso, pareva soddisfare il mio
compagno, bench il tono un po' canzonatorio
della mia voce gli mettesse un lampo d'inquietudine
negli occhi.
- Cos - ripresi - ecco bene stabiliti tra noi
i vostri diritti su di me e i miei doveri verso
di voi.
- Non credevo che ci fosse bisogno di precisarli.
- Neanch'io, lo confesso! Venendo in casa
vostra avevo pensato che reciprocamente ci saremmo
conformati agli usi stabiliti in tal materia.
Per...
- Per?
- Vi sento parlare dei vostri diritti, dei
miei doveri, ma non del... contrario.
- Che cosa intendete dire? -
Egli mi guardava, con gli occhi spalancati
e pieni di sincera maraviglia.
Mi misi a ridere. E la mia risposta rison
aspra, ironica al massimo grado.
- Che cosa intendete dire? - egli ripet.
- Quasi niente! Voi non ammettete che in
chiesa io accetti da un uomo l'acqua benedetta
e gridate allo scandalo perch quest'uomo unisce
uno sguardo al suo rispettoso saluto e perch
infine (suprema audacia!) quest'uomo ha
ardito rivolgermi la parola per dirmi che la
Messa era stata cantata bene. Che grave colpa
davvero, e come fondata! Ma voi?
- Io?
- S, voi! E naturalissimo, non  vero, che
passiate il vostro tempo fuori di casa insieme
con un'amante!
- Oh! - egli esclam, indietreggiando di
un passo, tanto poco si aspettava quell'accusa.
- Ma s! - insistei. - Non sono all'oscuro
di niente...  naturalissimo anche che andiate
fuori con quella stessa donna e vi mostriate con
lei in luoghi pubblici, cosicch s'incontra nello
stesso tempo la signora Anderson sola a una
tavola da t, e suo marito a un'altra tavola che
ostenta dinanzi a tutti gli sguardi la sua relazione
e la sua bella amante Maud Aussy. -
Mi fermai a un tratto perplessa, vedendo il
viso sconvolto di mio marito. Non avrei mai
sognato un effetto simile.
Il nome di Maud Aussy pareva essere stato
per lui un colpo di mazza. Livido, perduta a
un tratto tutta la sua superbia, egli mi guardava
istupidito.
- Maud Aussy? - egli balbett. - Chi vi
ha detto...?
- Nessuno, o tutti, piuttosto! Un giorno vi
vidi con lei all'ora del t da Groowath. Interrogai
il cameriere e da lui seppi pi di quanto
avrei osato supporre. L'ho rivista, sempre con
voi, in una sala di ballo dove la curiosit mi
aveva spinta in mezzo alla folla; poi dal mio
sarto, dove si stavano discutendo i vostri gusti
a proposito di uno dei suoi vestiti. Dappertutto
ho ritrovato il vostro nome unito a quello
di lei... -
E siccome egli rimaneva immobile e silenzioso
davanti a me, quasi tragico nel suo pallore, e
mi sentivo invadere da un rancore furibondo,
soggiunsi con durezza:
- Vedete, signor Anderson, che avevo ragione
di non considerarmi vostra moglie, e di
non ammettere di avere dei doveri di sposa
verso di voi. -
Egli si pass una mano sulla fronte come per
cercare di padroneggiare i suoi pensieri. Poi,
venendo verso di me e posandomi una mano sul
braccio, confess con voce sorda:
- Riconosco i miei torti, lady Anderson. Non
avrei dovuto esporvi a simili incontri. Sono imperdonabile
a non aver previsto ci... -
La mia risata nervosa gli tagli la parola.
- Oh, rassicuratevi! - esclamai. - Non sono
in collera per questo. Che cosa volete che importi,
a me, se voi avete un'amante?... Potete
averne due, dieci, senza che me ne adonti! Non
vi considero come mio marito e, al contrario
di voi, non mi riconosco nessun diritto sopra
di voi.
- Non dite questo, Simona! Voi portate il
mio nome; non avrei dovuto esporvi pubblicamente
a questa grave ingiuria.
- Ah,  ci soprattutto che vi commuove:
l'idea della grave ingiuria fatta a lady Anderson!
E da chi? Proprio da colui che deve farla
rispettare da tutti!
- Sono imperdonabile, non mi umiliate!
- Penso tanto poco a umiliarvi o a profittare
del vantaggio che la vostra condotta mi
offre, che voglio rassicurarvi subito. La vostra
dignit che voi calpestavate era pi cara a me
che a voi, poich nessuno pu dire di aver visto
lady Anderson nello stesso luogo dove eravate
voi e... la vostra amica! Ogni volta che il caso
ci riuniva, mi facevo piccina piccina, cercando
tutti i mezzi per passare inosservata.
- Vi ringrazio, Simona... -
Egli fece una pausa, mi avvolse in un lungo
sguardo, poi riprese:
- Non crediate che sia soltanto questo che
mi addolora...; pi che altro  il male che vi
ho fatto e... -
Ma di nuovo lo interruppi:
- Vi ho gi detto che mi  proprio indifferente
che abbiate o no delle amanti.
- Lo dite, ma non posso credervi. Non fosse
che per amor proprio! Perci voglio dirvi che
questi... incontri fra voi e... quella persona in
mia compagnia non si rinnoveranno pi.
- Come vorrete; ma non fate complimenti
per me, ve ne prego! -
Egli parve non voler accorgersi della mia interruzione,
poich continu:
- Voglio dirvi che, anche se non ci fosse
stata questa spiegazione tra noi oggi, non avreste
pi avuto da subire quegli incontri.
- Davvero? Siete in collera con quella signorina?
- Posso aver rotto con lei senza essere in
collera.
- In fondo questa storia non m'interessa! -
osservai con disprezzo.
- Eppure, non siete estranea alla mia decisione. -
Mi misi a ridere.
- Mi pare che abusiate della mia credulit,
signor Anderson.
- Non scherzate! - egli grid. - In questo
momento sono pi sincero di quanto crediate. -
Egli ebbe un moto di collera,, e si mise a passeggiare
per la stanza, con le mani dietro la
schiena e gli occhi cupi.
Mi ero seduta sopra una di quelle comode
poltrone di cuoio che tendevano le loro braccia
ai due lati del caminetto, e trastullandomi con
noncuranza con le nappe di un cuscino, seguivo
con la coda dell'occhio i passi nervosi del mio
compagno.
A un tratto egli venne a porsi di nuovo di
fronte a me.
- Sono desolato che siate informata di quell'avventura.
Speravo anzi che non ne avreste
mai saputo nulla.
- Oh, non sembrava affatto che vi preoccupaste
di me in quelle circostanze! - esclamai
quasi con ironia.
- Certamente, - egli rispose - qualche settimana
fa non m'importava nulla che m'incontraste
accompagnato o no! Allora, come voi
oggi, io rifiutavo di vedere in voi qualcosa di
pi di una sposa legale imposta, contro la mia
volont, da circostanze ridicole!
- E ora? - domandai con una curiosit non
priva d'ironia.
- Ora ho capito che... la vostra presenza
sotto il mio tetto... la vita in comune... -
Si ferm imbarazzato dallo sguardo di stupore
che gli rivolgevo.
- Avete cambiato idea? - domandai, mentre
egli continuava a stare zitto.
- S, - egli disse alla fine. Per voi, ho
rotto ogni relazione con quella persona, da tre
settimane almeno. -
Mi alzai in piedi.
- Avete fatto male a far ci per me, perch
non ve ne sono affatto riconoscente, crediatelo!
- Non speravo che voi me ne ringraziaste,
siatene certa! - egli rispose secco.
- Mio Dio! - ripresi con durezza. - Sarei
spiacente se credeste di dover usare dei riguardi
per me; siete assolutamente libero di disporre
della vostra vita a vostro piacere; voi siete per
me un estraneo in tutta l'estensione del termine.
- Siete crudele, signora!
- La franchezza  una bella cosa tra noi... -
Egli fece uno sforzo per rimaner calmo sotto
il mio sguardo gelido.
- Va bene!... Io non sono niente per voi, e
tutto ci che posso dire o fare vi lascia del tutto
indifferente...  questo ci che volete farmi capire?
-  proprio questo.
- Come volete! Io per non posso raggiungere
una simile indifferenza. Ho la disgrazia di
ricordarmi che esistete e che, lo voglia o no,
siete mia moglie e portate il mio nome. -
Feci un gesto d'impazienza.
- Non torniamoci sopra, giacch le nostre
opinioni sono del tutto opposte.
- Per, prima che mi lasciate per salire nel
vostro appartamento, desidero che sia regolata
la questione che ha dato luogo a questo colloquio. -
Avevo dimenticato da un'ora i suoi odiosi sospetti
a proposito del forestiero della mattina;
le parole di mio marito, ricordandomeli, misero
sul mio viso una contrazione di stanchezza.
- Parlate pure! - dissi con mal garbo.
- Promettetemi che quell'avventura non avr
seguito. Voi non rivedrete pi quell'uomo! -
Egli mi aveva parlato con tono di vera preghiera,
al quale io non badai affatto.
- Sapete bene che non ammetto di aver commesso
la minima leggerezza.
- Poco fa per riconoscevate i vostri torti,
rinfacciandomi i miei, come scusa.
- Protesto! In nessun momento ho ammesso
di aver dei torti verso di voi. -
Egli ebbe un gesto di stanchezza.
- Non guardiamo se io sbaglio o no accusandovi,
perch io vedo le cose sotto un altro
aspetto di voi. Lasciamo stare ieri. Vi ho chiesto
poco fa di non rivedere pi quell'uomo.
- Non devo n sfuggirlo n ricercarlo. Accettare
di non tornare pi alla cappella dove
ho l'abitudine di andare tutti i giorni, sarebbe
riconoscermi colpevole.
- Dunque, ci andrete anche domani?
- S.
- Anche se vi pregassi di non farlo?
- Non vi riconosco il diritto di proibirmelo. -
Un lampo pass nelle pupille azzurre del mio
interlocutore.
- Va bene! - disse tra i denti. - So quel
che mi resta a fare. -
Un timore improvviso mi attravers la mente ,
un duello tra lui e lo sconosciuto.
Un brivido mi corse da capo a piedi all'idea
di quei due uomini che si battevano per me a
cagione dello stupido orgoglio di Walter Anderson
che si credeva offeso.
- Che cosa volete fare? - chiesi.
- Ci non vi riguarda pi, ora.
- Vi assicuro che i vostri sospetti sono falsi.
- Fin qui ne son persuaso.
- Ebbene?
- Voglio impedire che essi divengano una
realt. Con una sposa comune potrei parlare
di giuramenti e di fedelt, ma con voi che rifiutate
di ammettere il minimo legame e il pi
piccolo dovere verso di me, sono costretto a
prendere altre misure.
- E voi credete che ci che volete fare potr
vincere la mia indipendenza?
- No, purtroppo. Non spero di costringervi.
Mi propongo soltanto di allontanare per sempre
quell'uomo dalla mia strada.
- Uccidendolo!... - esclamai ingenuamente.
Egli mi guard stupito, poi, comprendendo,
si mise a ridere.
- No, Simona, non si uccide un uomo che
si  contentato di offrire dell'acqua benedetta
a una donna... a una donna che non si ama,
e che vi disprezza come mi disprezzate voi. -
Egli aveva calcato sulle parole che non .si
ama per farmele meglio capire, ma quella
frecciata non mi faceva n caldo n freddo, essendo
ormai da molto tempo persuasa dei suoi
sentimenti!
- Allora, come farete?
- Ander soltanto a trovare quel signore, e
parlandogli di cose molto indifferenti trover
il mezzo di fargli conoscere il mio nome se lo
ignora, unendovi quello del nostro primo ministro
che  mio amico. Il vostro ammiratore capir
che gli conviene di stare al suo posto se
non vuol vedere compromessa la sua carriera.
- Non capisco bene... Chi  dunque quel
signore che pare conosciate gi?
- Davvero? Non lo sapete? - egli chiese
in tono leggero.
- Fino ad ora ci non m'interessava affatto.
- Ebbene, sappiate, mia cara, che il vostro
ammiratore  un giovane addetto alla vostra
Ambasciata, il barone di Mauris. Dovete capire
che la sua condizione non gli permette un amoretto
a Londra, contro la mia volont. -
Capii che Walter Anderson in quel momento
era pronto a fare ci che diceva; egli avrebbe
troncato l'avvenire di un uomo, senza il minimo
scrupolo, per un semplice capriccio!
- Egli pu non capire, oppure non volersi
piegare ai vostri desiderii. Perch lo farebbe,
del resto? Non  colpevole di nessuna scorrettezza
verso di me.
- Ebbene, peggio per lui; se non capir, lo
far buttar fuori. Ritornate in camera vostra
ora, Simona. Io, senza metter tempo in mezzo,
vado all'Ambasciata francese. -
E con dolcezza mi prese una mano e mi condusse
verso la porta che apr egli stesso.
In quel momento qualcosa turbin dentro di
me, come se a un tratto una molla saltasse nel
mio petto: mi voltai con uno slancio verso mio
marito e, afferrandolo per una manica della
giacca, gridai con un singhiozzo:
- Walter, non andate! Vi prometto, vi giuro
che non amo quell'uomo, e che non lo rivedr
pi. -
Le sue mani strinsero i miei fragili polsi e
i suoi occhi scrutarono i miei pieni di lacrime.
- Mai? - egli insist.
- Mai, - promisi.
In una stretta fugace egli mi attir a s, le
sue labbra si posarono sulla mia fronte in un
rapido bacio; poi, respingendomi bruscamente,
egli rientr nello studio, mentre io salivo di
corsa le scale e mi buttavo in lacrime sul divano
di camera mia.
Lacrime di orgoglio o di dispetto, lacrime
nervose o benefiche? Non saprei dire perch
piangessi tanto quel giorno!
 
Capitolo XVIII.

Piansi a lungo, mordendo i guanciali di trina
della poltrona, per soffocare i singhiozzi che
mi sfuggivano dal petto.
Forse era la rabbia di aver dovuto cedere a
Walter Anderson, che mi faceva piangere tanto!
Egli aveva vinto la mia resistenza e infranto
l'atteggiamento glaciale che gli opponevo.
M'immaginavo con dispetto l'aria trionfante
e presuntuosa che egli doveva avere pensando
alla mia sconfitta, e una vera collera s'impadroniva
di me a quell'idea.
Il vecchio Giovanni ne sub il contraccolpo.
Verso le undici, non udendo rumore in camera
mia e credendomi fuori, egli entr per
rimettere tutto in ordine come di solito.
La vista del mio viso alterato dalle lacrime,
lo fece accorrere vicino a me in uno slancio
di devozione.
- Oh, milady, siete addolorata!... Posso fare
qualcosa per voi? -
Il suo viso buono, tutto rugoso, si protendeva
verso me con affettuoso interesse.
-  colpa vostra, Giovanni, se piango! -
risposi con durezza, alzandomi.
- Milady,  impossibile! Il vecchio Giovanni
darebbe la vita per la sua padrona. -
Lo interruppi quasi con violenza:
- Giovanni  soprattutto ligio agli ordini del
suo padrone! Al punto di spiare colei che egli
serve, e di riportare contro di lei delle cose che,
svisate, possono farle molto male. -
Il vecchio chin la testa in atto di umilt.
- Lo avevo detto a mylord che non spettava
a me di seguire la mia padrona... ma il signore
non ammette che si discutano i suoi ordini. -
Con uno sforzo, l'uomo pieg i ginocchi e
s'inginocchi dinanzi a me.
Il povero vecchio aveva le articolazioni cos
irrigidite dall'et, che mi parve di sentire scricchiolare
le sue vecchie ossa quando egli si mise
in quell'umile posizione.
Eppure non feci un gesto per trattenerlo,
tanto era forte il mio rancore contro di lui in
quel momento.
- Bisogna che la signora sappia tutta la verit.
Ella non deve dubitare della fedelt del
suo vecchio domestico.
- Come potrei credere alla devozione di una
spia? -
L'uomo fu scosso da un brivido sotto la sferzata
di quella parola.
-  duro sentirsi dire questa parola, alla
mia et, - rispose con fermezza. - Lady Anderson
farebbe meglio a interrogarmi ed ascoltarmi
prima di pronunziarsi.
- A che scopo? Mi avete seguita per delle
settimane, spiando tutti i miei gesti, 
ingrandendoli forse nel riportarli al vostro padrone
che ha dato loro il significato di cui voi stesso
li avevate rivestiti.
- No, milady, le cose non sono andate cos.
Ascoltate il vecchio Giovanni...
- Ebbene, parlate. Vi ascolto.
- Un giorno il padrone mi disse:
- Devi seguire lady Anderson la mattina
quando esce. Ella non conosce i costumi inglesi.
La sua rettitudine e l'abitudine della libert
francese non le consentono di vedere il male
dove qui da noi veramente sia. Le pu quindi
capitare qualcosa di spiacevole, senza che riesca
a prevederlo o ad astenersene. La seguirai
con discrezione per non farti scorgere, perch
voglio che si senta libera in casa mia, e non
soffra di una sorveglianza che intendo le sia
di protezione e non d'impaccio. Se per caso ti
accorgerai che qualcosa va male per lei, mi avviserai,
e io provveder nel suo interesse. -
Vedete bene, milady, che non si trattava di
uno spionaggio... Il padrone  troppo leale per
poter dare un ordine simile.
-  molto tempo che vi ha dato questo incarico? -
Il vecchio riflett, poi rispose:
- Circa tre settimane.
- Continuate, - gli dissi.
- Feci dunque come mi aveva detto lord Anderson.
Seguii da lontano la mia giovane padrona.
Trovavo anzi che era perfettamente inutile,
giacch lady Anderson faceva ogni giorno
le stesse cose. In ogni modo non volevo essere
incolpato di mancare di zelo verso colei che mi
era stato detto di proteggere, e tutti i giorni
ero fedele al mio posto.
- Raccontato cos, questo spionaggio diventa
quasi una missione divina. - dissi, con un
sorriso amaro.
- Vi supplico, milady, di ascoltarmi sino in
fondo... Un giorno in chiesa vidi un uomo che
guardava molto lady Anderson, e che faceva di
tutto per esserle vicino. I miei occhi sono troppo
vecchi e hanno visto troppe cose per ingannarsi...;
non potevo certo supporre che quello fosse
un malfattore... Era un pericolo per milady,
ma non di quelli di cui dovevo avvertire il mio
padrone!
Passarono i giorni. L'uomo, piano piano,
s'insinuava presso di voi... Dicevo tra me che
non era il mio posto quello di stare l, dietro
a voi, a contare i sorrisi che uno sconosciuto
v'indirizzava. Spettava a Walter Anderson di
proteggere la sua giovane moglie e difenderla
dalla cupidigia degli altri uomini. Spettava a
lui di vegliare sul suo bene; un povero vecchio
come me non poteva certo opporsi alle imprese
di un brillante seduttore. Tuttavia, esitavo a
parlarne al padrone, - prosegu il vecchio. -
Non trovavo il modo di fargli capire che aveva
dei doveri di marito verso di voi, doveri di cui
non si pu dare l'incarico ad altre persone ...
- Continuate, - ordinai.
- Che cosa dirvi ancora? Mentre esitavo, il
bel forestiero non perdeva tempo. Egli os di
parlarvi... Vidi che rimaneste perplessa, che
arrossiste... Non eravate abituata a simili audacie.
La vostra timidezza v'impediva di difendervi.
Allora...
- Allora?
- Tornato a casa andai dal padrone... Gli
dissi che ne avevo abbastanza di quell'incarico,
all'et mia... e che da quel giorno non vi avrei
pi seguita. Che in fin dei conti quando si ha
una mogliettina della vostra et e non si  un
vecchio barbogio, ci si occupa da s di proteggere
il proprio bene! -
Il vecchio si ferm e chiuse gli occhi congiungendo
le mani; poi riprese a voce bassa:
- Quando avevo cominciato a parlare il padrone
sorrideva in modo affabile; ma quando
ebbi finito il mio discorsino, non si riconosceva
pi. Aveva gli occhi cattivi e il viso contratto;
egli mi fece paura, tanto mi parve sconvolto...
M'interrog. Voleva saper tutto: ogni particolare...
E io rispondevo sempre:
- Signore, non c' niente, ve lo assicuro.
Sono io che non voglio pi... non  affare per
me... Lady Anderson  troppo giovane, troppo
bella. Ai miei tempi i mariti non si disinteressavano
cos delle loro mogli. -
Alzai le spalle, seccata da quella frase infelice
che il vecchio continuava a ripetere.
- Con simili discorsi capisco bene che Walter
Anderson fosse di cattivo umore.
- S, il vecchio Giovanni si accorse di aver
mancato di diplomazia, - ammise l'uomo umilmente.
- In ogni modo per io avevo ragione, -
riprese con forza. - Non spettava a me di
seguirvi!
- Continuate il vostro racconto.
- Che cosa devo aggiungere, milady? Non
volevo raccontar nulla. Mi ostinavo ad affermare
che la mia padroncina non aveva fatto nulla di
male, che i torti erano tutti del marito che trascurava
i suoi doveri! Allora... -
Egli chiuse di nuovo gli occhi. Sul suo viso
rugoso apparve un'espressione dolorosa.
- Il padrone era fuori di s, - riprese poi
a voce bassa. - Non poteva pi contenersi. E
per sapere, per costringermi a parlare, egli...
- Che cosa? Che cosa fece? - lo interruppi
con ansia vedendolo nascondersi il viso tra le
mani, senza terminare la frase.
- Mi... mi picchi, - egli balbett in un
soffio, con un lungo brivido.
- Vi picchi? Oh, che bruto!
- No, milady, no! Il padrone non  cattivo! -
egli protest con generoso slancio. - Non
sapeva pi contenersi... Egli vi ama, e il sospetto
nasce presto in un marito innamorato. -
Siccome, senza volerlo, facevo un gesto di
diniego, egli scosse la testa:
- S, milady, il padrone era geloso... Capii
troppo tardi la balordaggine delle mie reticenze.
Egli dovette credere che il suo onore fosse compromesso...
che tutto era irreparabile... che solo? Sotto l'impero di tali pensieri egli non era
pi lui..., il ragazzo caparbio che un tempo mi
dava dei calci se resistevo ai suoi capricci, non
 morto del tutto in lui... Egli non ammetteva
la mia ostinazione nel non parlare. Soltanto allora
capii che non potevo lasciare nella mente
del padrone i dubbi che le mie stupide spiegazioni
avevano fatto nascere. E preferii, nell'interesse
della mia giovane padrona, raccontar le
cose com'erano andate...
- Ecco dunque! - osservai di cattivo umore.
- Voi fate nascere i peggiori sospetti e, per
cancellarli, mi tradite con la massima naturalezza.
- Queste storie non fanno per me, - rispose
il vecchio con un sospiro. - Ora non accetterei
pi nessun incarico di tal genere... L'ho detto
al padrone; posto tra due doveri, non ho potuto
agire rettamente... bench, se dovessi ricominciare,
agirei come ho fatto. -
Il suo sguardo leale si fissava nel mio. Egli
congiunse le mani.
- Milady, mia buona milady, che io rispetto
e amo con tutte le forze del mio vecchio cuore
affezionato, lasciate che vi supplichi di... di
non essere in collera col padrone; l'amore non
esiste senza un po'di gelosia... -
Con moto istintivo la mia mano si port sulla
bocca del vecchio domestico per impedire alle
parole di uscirne... quelle parole che indovinavo
sulle sue labbra, ma che non volevo udire.
- No, Giovanni, non parlate... questo argomento vi  proibito.
- Eppure, milady, voglio liberare la mia coscienza...
Bisogna che vi dica, vi avverta...
- Avvertirmi? Di che cosa?
- A proposito del padrone...
- Ebbene?
- Oh, milady, vi supplico di perdonarmi se
ho osato osservare ci, ma mi sono accorto che
purtroppo il padrone aveva dei torti...
- Giovanni, vi proibisco di continuare.
- Tutte le ladies Anderson sono state indulgenti... hanno perdonato... e nessuna ha mancato
ai suoi doveri di sposa...
- Giovanni! -
Eretta in tutta la mia altezza, col braccio teso
gl'indicavo la porta con la mano.
- Uscite! Uscite! -
Ma egli, a fatica, si rialz, pass pi volte la
mano sui calzoni sgualciti dal lungo stare in
ginocchio, e facendo finta di non udire la mia
voce stizzita, continu:
- Tutte le ladies Anderson sono state madri
fiere e orgogliose dei figli che il cielo inviava
loro in compenso di certe delusioni coniugali.
Tutte hanno saputo esser felici, poich sapevano
perdonare a proposito o chiudere gli occhi al
momento opportuno. -
Il mio braccio che gli additava la porta era
ricaduto, ed io lo ascoltavo, soggiogata, tanto
dalla sua fermezza quanto da ci che egli mi
rivelava.
Il povero vecchio continuava a bassa voce il
suo soliloquio:
- La mia giovane lady  della stessa razza
di quelle che l'hanno preceduta qui; ella avr
lo stesso coraggio e la stessa grandezza d'animo
di esse; ella sapr non vedere... perdonare...
dimenticare! -
Avevo alzato la testa con moto pieno di orgoglio.
- Ma voi sbagliate, Giovanni; - dissi con
vivacit - io non ho niente da perdonare al
signor Anderson che  stato sempre correttissimo
con me. -
L'uomo mi guard a lungo come per indovinare
il mio pensiero, poi sorrise umilmente.
- Sono un asino, milady! Gli occhi della
mia giovane padrona hanno visto pi chiaro
dei miei!
- Davvero! - osservai con lieve ironia. -
E che cosa ho dunque veduto, Giovanni?
- Mio Dio! - egli rispose scotendo la testa.
- Mi pare che la mia giovane padrona abbia
saputo scoprire, sotto le parole corrette e gli
atteggiamenti voluti, l'amore orgoglioso che si
nasconde e la sofferenza gelosa che non sa tacere... -
La mia risata squillante gli tagli la parola.
- Siete impagabile, caro Giovanni; voi mescolate
l'amore, l'orgoglio, la gelosia e la sofferenza
in una bella insalata che. magnifica a
vedersi, sarebbe difficile a digerire. Non vi occupate
pi di psicologia, credete a me; non ne
capite niente!
- Milady ha sempre ragione, - egli rispose
imperturbabile. - Non capisco gran che dei
sentimenti della gente; ma quelli del mio padrone,
che ho visto nascere, li capisco benissimo...
Come ieri... - prosegu il vecchio -
oh, peccato che milady non abbia potuto ascoltare
senza esser vista!
- Avrei udito la voce irritata di un uomo
orgoglioso in preda alla collera.
- No! - egli insist. - Al tempo dell'altra
lady, s, la voce orgogliosa risonava furente;
allora era l'orgoglio brutale senza indulgenza!
Mentre ieri... -
Ma di nuovo la mia mano si pos sulle sue
labbra per fermare le parole che non volevo
udire.
- Siete un buon avvocato, caro Giovanni, e
il signor Anderson ha in voi un domestico zelante.
Ma ora non insistete; il vostro padrone,
se lo sapesse, troverebbe forse che sorpassate
i suoi desiderii; dal canto mio vi affermo che
la vostra difesa  inutile, e che ho per mio marito
tutto l'affetto e tutta la remissivit che
egli desidera. -
Il vecchio mi guard in silenzio, scosse la testa,
sospir, e alfine si allontan con aria pensierosa
e a passi lenti, come se fosse dispiacente
dell'inutilit, della sua insistenza.
Cuore leale e coraggioso al quale in quel momento
davo un vero dolore.
Egli usc dalla camera.
Il suo intervento aveva interrotto il corso dei
miei pensieri, e non piangevo pi.
In cambio, una gioia recondita che non osavo
neanche guardare in faccia, una gioia che mi
faceva l'effetto d'esser cattiva o morbosa mi
riempiva il cuore.
Walter Anderson era andato davvero in collera!
Per cagion mia aveva davvero sofferto nel
suo orgoglio d'uomo sapendo che io, che portavo
il suo nome, potevo, come qualsiasi altra
donna, renderlo ridicolo agli occhi del mondo.
E per la prima volta fui felice di chiamarmi
lady Anderson!


Capitolo XIX.

Quando un po' pi tardi mi ritrovai seduta
a tavola, di fronte a Walter Anderson, lo guardai
di sfuggita per scrutarlo.
Mi pareva che la violenza stessa della scena
della mattina dovesse avergli lasciato delle
tracce sul viso.
Era forse raggiante di avermi costretta a cedere
ai suoi desiderii, oppure aveva l'aria
impacciata di quando gli feci il nome di Maud
Aussy?
Lo vidi invece impassibile, un po' distratto
e come immerso in pensieri vaghi.
Egli mi guard appena quando entrai in sala
da pranzo; poi, durante il desinare, serb un
mutismo assoluto.
Io pensavo:
Il signore fa il muso!
E divertita da quell'idea mangiavo con appetito,
senza occuparmi di lui, come se non
fosse stato l, di faccia a me.
Ma la stessa scena si ripet la sera. E i giorni
seguenti furono simili al primo.
Walter Anderson mangiava in silenzio, e
aveva sempre la stessa aria assente e il viso
teso verso qualche lontana visione. Se gli rivolgevo
la parola, egli mi rispondeva con dolcezza,
ma a monosillabi. E se insistevo per cercare di
distoglierlo da quella fantasticheria troppo prolungata,
egli mi guardava con occhio cupo e
come stralunato... tanto che io tacevo, subito
turbata.
Quel contegno, che avevo trovato tanto divertente
la prima volta, ben presto divenne per
me penosissimo, poich, contrariamente a ci
che avevo pensato prima, mi accorsi che mio
marito non mi teneva il broncio.
Era cos con tutti, e anche quando era solo
conservava quell'aria stanca e sfiduciata, come
se fosse in preda a un'idea fissa che lo rodesse.
Quale scoraggiamento improvviso, quale dolore
nascosto poteva aver prodotto un tale cambiamento
nel carattere di quell'uomo, fino allora
cos brioso e sardonico?
E siccome quel cambiamento risaliva alla famosa
scena nella quale le nostre volont si erano
urtate a vicenda e affermate, mi misi a ripensare
a tutte le parole scambiate quella mattina,
chiedendomi con stupore se dovevo ricercarne
proprio l la ragione iniziale.
Essendo ormai trascorsi alcuni giorni, forse
esageravo la portata delle parole pronunziate,
ma mi pareva di essere stata molto dura.
Dura? S, se egli fosse stato per davvero mio
marito.
E se Walter Anderson fosse stato mio marito,
sapevo benissimo che non avrei parlato, quella
mattina, cos come avevo fatto.
Nelle nostre condizioni, egli ed io eravamo
soltanto due attori di una commedia coniugale,
nella quale ognuno di noi si ostinava a pensare
e a parlare in maniera diametralmente opposta
all'altro; almeno tale era stato il mio scopo
e il mio divertimento fino allora.
S, due attori battaglieri... Una commedia
coniugale, ripetevo tra me senza riuscire a convincermi
che queste parole fossero giuste.
Giuste per me, s... ma per lui... per lui?
Sebbene io non volessi ammettere che egli potesse
pensare in altro modo, alcune parole mi
tornavano alla mente.
Egli mi aveva detto:
Qualche settimana fa anch'io, come voi
oggi, non volevo vedere in voi che la sposa
legale.
E mi sentivo rabbrividire per uno strano senso
di rimorso e di confusione.
Era stato sincero affermando che un cambiamento
si era operato in lui verso me?
Ma allora?... Oh, che idea improvvisa!... Ero
stata davvero cattiva con le mie parole orgogliose!
Non me lo aveva gridato egli stesso?
Siete crudele, lady Anderson!
Fui invasa dal rimorso.
Mio Dio! Che egli fosse davvero addolorato
dal mio disprezzo?
Mi misi ad osservarlo con maggiore insistenza
in ogni minimo fatto quotidiano.
Egli era preoccupato in presenza di chiunque,
ma ci nonostante sentivo qualche cosa
d'indefinibile nel suo modo di comportarsi con
me. I suoi occhi evitavano i miei, tutto il suo
atteggiamento palesava il suo desiderio di non
vedermi, di vivere accanto a me come se io non
esistessi.
Nel cupo silenzio che egli conservava in mia
presenza, nell'atteggiamento triste e scoraggiato
che egli non abbandonava mai, neanche quando
lo costringevo a rivolgermi la parola, c'erano
rimproveri inespressi.
E il viso di quell'uomo giovane, contratto da
un doloroso pensiero, mi perseguitava anche nel
sonno.
Allora nel mio cuore germogli un po' di piet
per quel marito che avevo cos duramente beffato
circa il legame che ci univa e che egli invocava
tra noi.
E questa piet fece nascere in me un desiderio
di riparazione, come un bisogno di essere
buona, di sacrificarmi... di essere donna, insomma!
Avrei anche voluto interrogare il vecchio Giovanni,
chiedergli se il suo padrone andava soggetto
a quei lunghi periodi di malinconia nei
quali sembrava compiacersi ora.
Ma il vecchio domestico pareva volesse imitare
il padrone. Pur mantenendosi premuroso
e rispettoso ai miei ordini, mostrava un viso
glaciale, e il tacito rimprovero che leggevo nei
suoi occhi mi rendeva responsabile della tristezza
del suo padrone.
Volli a ogni costo spezzare quel cerchio penoso
che mi opprimeva. Ero colpevole di cos
gravi misfatti, dunque, da suscitare intorno a
me tanta disapprovazione?
In quell'aria deprimente soffocavo come dentro
ai muri di una prigione, e volli uscirne.
Andarmene piuttosto... oh, s, meglio fuggir
lontano che viver cos!
Il giorno in cui mi venne quest'idea non potei
fare a meno di seguire Anderson nel suo studio.
Vi entrai piano piano dietro a lui.
Egli mi vide a un tratto, mentre si sedeva
alla scrivania.
Non fece n un gesto d'invito n di sorpresa.
Soltanto i suoi occhi si fissarono nei miei in
una muta interrogazione.
- Signor Anderson... sono venuta... volevo
dirvi... quando vorrete, potrei andar via. -
Le parole mi uscirono a fatica dalle labbra
tremanti.
Non ero invero andata l per offrirgli subito
di allontanarmi, eppure furono quelle le parole
che istintivamente mi vennero alla bocca in
quel momento di commozione.
Il suo viso rimase impassibile, ma i suoi occhi
d'acciaio si velarono sotto le palpebre, che
batterono.
- Il posto di lady Anderson  in casa mia,
e non altrove, - egli rispose calmo.
- Questa  sempre la vostra volont? - dissi
subito, pronta alla ribellione.
Ma egli scosse la testa, e con dolcezza soggiunse:
- No, non  che voglia valermi della mia volont
in quest'occasione. La mia convinzione 
che il vostro posto sia qui accanto a me, ed 
mio desiderio che voi occupiate questo posto. -
La sfumatura delle espressioni calm la mia
improvvisa irritazione.
- Volete che rimanga qui?
- S.
- Per sempre?
- S.
- Perch mi considerate la vera signora Anderson?
- Lo siete.
- No... Voi sapete benissimo che io non
sono vostra moglie; tra noi due, perch far
giuochi di parole?
- Non sono giuochi di parole. Per me voi
siete lady Anderson, la sola, la vera. Dipende
soltanto da voi diventare veramente mia moglie. -
Un violento rossore mi sal al viso.
- Mai! -
La parola mi usc di bocca superando il mio
desiderio di non essere sgarbata con lui quel
giorno.
Ma egli sorrise e alz le spalle.
- Voi dite: mai!! Non sfidate un inglese:
egli vi direbbe: presto!.
- Questo poi! Siamo in due; voi dimenticate
la mia volont.
- Non parliamo di volont, Simona. La mia
spezzerebbe fatalmente la vostra, se ci ponessimo
su questo terreno.
- E perch la vostra spezzerebbe la mia, signor
Anderson? - gridai irritata della sua
calma sicurezza.
- Questione di razza, - egli spieg.
- Oh, di razza! Per quanto siate inglese, vi
sfido a farmi diventare vostra moglie se non
voglio esserlo. -
Un lampo pass nei suoi occhi azzurri.
- Voi mi sfidate! Che puerilit! -
Ma lasciandomi trasportare dalle parole, gridai
provocante:
- S, vi sfido! Vi sfido! Vedrete se una francese
sa esser tenace quanto un inglese!
- Va bene! Vedremo, - egli disse con un
sorriso un po' triste.
Rimase pensieroso per qualche istante, poi
continu:
- Non avevo intenzione di entrare in lotta
con voi, per una simile posta. Ma non resisto
alla tentazione di raccogliere il guanto che mi
gettate. Vedremo. -
Soltanto allora capii quanto fosse stata insulsa
quella mia sfuriata.
Qual demonio mi aveva spinta a provocarlo
anche quel giorno... e sopra un argomento simile,
per di pi?
Ero andata da lui con uno scopo di conciliazione,
per fare sparire tra noi quel malinteso
che si prolungava troppo...
E invece fin dalle prime parole il mio carattere
si era urtato di nuovo col suo!
Non ero dunque pi capace di parlare a Walter
Anderson senza che la nostra conversazione
degenerasse subito in disputa?
Ero nervosa, sgarbata, incapace di mantenere
le mie buone risoluzioni, nonostante il mio desiderio
di agir bene.
E allora?
Sentii sulla mia testa come un cerchio di
piombo.
Un dolore mi lancin le tempie e i miei occhi
divennero rossi nello sforzo che facevo per trattenere
le lacrime di dispetto che sarebbero volute
uscire.
Una poltrona era l vicina a me; mi ci gettai,
affranta, e nascondendomi la testa tra le
mani mi sprofondai nei pensieri sgomentevoli
che subito mi assillarono.
Col gomito sulla tavola e un'espressione assente
nel viso, mio marito pareva estraneo a
tutta quella scena. Si sarebbe detto che egli si
fosse dimenticato a un tratto come io fossi l
presso di lui.
Tuttavia egli ud un sospiro soffocato che non
seppi reprimere.
Lo vidi volgere la testa verso di me ed esaminarmi
a lungo con aria cupa.
Credetti che non potesse avere neanche una
parola di piet, tanto il suo sguardo si posava
duro e freddo su me.
Ma egli fece uno sforzo, si alz e si chin
sulla mia poltrona.
- Che cosa c', Simona? Che avete? -
Le sue mani avevano afferrato i miei fragili
polsi per scoprirmi il viso.
- Piangete?... Perch? -
Confusa da quelle lacrime che non avevo saputo
nascondere, abbassai la testa perch egli
non vedesse i miei occhi arrossati.
- Perch queste lacrime? - egli ripet.
- Sono una stupida. Non  niente.
- Ma non si piange senza motivo.
- Mi annoio.
- Vi annoiate?
- Atrocemente. -
Egli fece un gesto vago, e in tono leggero,
come se non desse importanza alle mie parole,
mi consigli:
- Dovete distrarvi. Perch non uscite?
- Uscire? Per eccitare i vostri sospetti?
- Oh, non vi pediner, siatene certa! Vi lascio
ampia libert di uscire e tornare a casa a
vostro piacere.
- S'intende! - replicai con malumore poich
il suo tono calmo m'irritava. - Poco v'importa
quel che posso fare.
- Ebbene, di che cosa vi lamentate?
- Di voi. Il vostro contegno  insopportabile.
- Davvero? Spiegatevi, non vi capisco. -
La sua voce era tornata ironica. Dovetti farmi
forza per non imitarlo. E con dolcezza risposi:
- Da quindici giorni non mi avete rivolto
dieci parole. Questo silenzio sdegnoso nel quale
mi avvolgete  pi penoso dei rimproveri... Anche
i vostri domestici imitano il vostro contegno. -
Egli ebbe un sussulto di sorpresa.
- I miei domestici non devono occuparsi dei
nostri affari! - egli esclam. - Scaccer chi
avesse mancato in qualche cosa. Ditemi i loro
nomi, e li mander via subito.
- Non ho nessun nome da farvi. Quei poveretti
non devono scontare il nostro cattivo umore.
Io accuso voi soltanto.
- Fareste meglio ad accusare voi stessa.
- Come potete dir ci? L'ultima volta che
ci bisticciammo vi detti piena soddisfazione.
- O meglio, costretta da me che non ammettevo
nuovi capricci, prometteste di rinunziare
a quelle uscite mattutine.
- Gi, vi rinunziai! Se credete che non mi
sia costato niente cedere su quel punto... -
Le sue labbra s'incresparono in un fuggevole
sorriso.
- Sono persuaso, invece, che ci sia stato
molto spiacevole per voi e che l'abbiate fatto
soltanto per il bene di un altro.
- Per il bene di un altro? -
Questa frase mi aveva colpita in pieno cuore.
I miei occhi stupiti interrogarono ansiosi quelli
di Walter Anderson, che ostentava di guardare
altrove.
- Dio mio! Avete forse creduto che io agissi
cos per quell'uomo? Vi giuro che, dandovi soddisfazione,
non pensai a lui... volli evitare a voi
di commettere un' ingiustizia inutile. Non volli,
soprattutto, vedervi agire come un marito infelice...
che  costretto a difendere... da solo...
il proprio onore. -
La mia voce era rauca pronunziando quelle
ultime parole che una forza ignota mi spingeva
a dire. Quelle parole che, anche sola con me
stessa, non avevo mai voluto pronunziare!
Lo sguardo di mio marito penetr nel mio
cuore come una freccia acuminata.
- Quel giorno ammetteste dunque di essere
mia moglie, e che io avessi su di voi i diritti
di un marito? -
Egli aspettava una risposta affermativa, ma
io credetti di percepire una sfumatura di vittoria
nella sua voce, e il mio orgoglio fu pi forte
della ragione.
- Non credo di avere mai ammesso la legittimit
dei vostri diritti, - cercai di spiegare.
- Tuttavia, siccome voi li assumevate, quei diritti,
non volevo che voi foste inferiore in questa
parte di marito che non potevo impedirvi
di rappresentare. -
Avevo cercato di mettere in queste parole
tutta la delicatezza possibile, perch egli non
si offendesse, ma ci nonostante la mia risposta
non gli piacque.
Egli lasci le mie mani quasi con rabbia, e
si mise a camminare per la stanza a passi concitati.
Poco dopo per torn a porsi di fronte a me,
ma la sua voce aveva perso quel poco di benevolenza
che aveva prima.
Egli domand:
-  per dirmi queste cose che siete venuta
a turbare la mia tranquillit, oggi?
- Credevo ci fosse un malinteso tra noi. Ho
voluto che cessasse, perch non posso sopportare
di vedere le persone in collera con me,
quando non me lo sono meritato.
- Sicch, voi credete di non meritare il mio
contegno?
- Sono qui appunto per udire le vostre lagnanze
contro di me... se avete da farne.
- Ebbene, sappiate, signora, - disse sorridendo
ironico - sappiate che avete ragione e
che non ho nulla, proprio nulla da rimproverarvi!
Ma non cambier affatto la mia maniera
di fare con voi, poich questo contegno di cui
ora vi lagnate, voi l'avete voluto e preparato.
- Per via di quel signore?
- No, signora! Il pensiero del vostro antico
ammiratore non turba affatto la mia mente, credetelo.
La gelosia non esiste senza un po'd'amore,
e dovete capire che mi riuscirebbe difficile
avere anche soltanto una vaga tenerezza per la
donna che siete... che volete essere nella mia
vita! -
Mi alzai un po' turbata.
Quella freddezza, quelle parole dure che egli
mi gettava in viso con ira, mi giungevano cos
inaspettate che non pensavo nemmeno a rispondere,
e in quel momento desideravo soltanto di
andarmene.
Ma egli si era posto davanti a me a braccia
conserte, e continuava implacabile:
- Dunque, non lo supponevate affatto?!...
Eppure chi, se non voi, mi gett sul viso con
crudele accanimento le parole pi dure che un
uomo abbia mai udite da sua moglie: Mi siete
indifferente! La vostra vita non m'interessa.
Siete per me un estraneo! Sono soltanto una
sposa legale... e tante altre frasi pungenti?
E parlando in tal modo diceste che eravate sincera.
Le vostre parole riflettevano proprio i vostri
sentimenti, non  vero?
- Senza dubbio, - balbettai smarrita dalla
sua impetuosit.
- Ebbene, - egli riprese con maggior violenza
- perch dovrei scomodarmi per un'estranea?
Perch dovrei fare dei complimenti per
una persona che non s'interessa a me, e alla
quale sono indifferente? Voi siete soltanto una
sposa legale, la cui persona non mi deve interessare...
Ecco, signora, tutto il segreto del mio
modo di comportarmi verso di voi! Siete soddisfatta ora? -
Non risposi a quest'ultima frase ironica.
Vi era tanta violenza nel suo linguaggio, che
per istinto mi ripiegavo timorosa su me stessa.
Avevo indietreggiato fino alla poltrona, e l,
appoggiata al bracciolo, con gli occhi a terra,
rimasi annientata da quella inattesa scenata
aspettando qualche nuova ferita.
Ma il silenzio cadde tra noi, e nella mia testa
dolorante i pensieri si agitarono come i bubboli
di una sonagliera.
Dunque erano state proprio le mie parole
dell'altro giorno la cagione del suo inconcepibile
mutismo! Ma mentre credevo che le avesse prese
a cuore, egli si era contentato di prenderle...
alla lettera.
Era curiosa davvero quella faccenda!
Cercai di ridere, ma il riso non mi usc dalle
labbra.
Mi alzai, e mi parve che tutto girasse intorno
a me. Quella scena mi aveva estenuata.
Quel giorno mancavo proprio di spirito per
ribatterlo.
Dovevo essere un po' pallida poich egli mi si
avvicin di un passo.
Ma lo guardai con tanta ostilit che egli non
comp il movimento.
E, lenta, col passo rigido di un automa, uscii
dallo studio, senza pi una parola tra noi, senza
che egli facesse un gesto per trattenermi.
Chiusa la porta dietro di me, mi parve di respirare
meglio. Ma il turbamento morale agiva
sul mio fisico, e dovetti aggrapparmi alla portiera
dell'anticamera per non cadere in terra,
tanto fu grande, a un tratto, la mia debolezza.
Dopo qualche secondo le forze mi ritornarono
e potei giungere al mio appartamento al primo
piano.
Un cordiale, preso subito, fin di rianimarmi.
Allora, senza riflettere, senza avere una mta,
soltanto per il bisogno di non pensare, di non
piangere, mi misi il cappello, infilai un mantello e uscii.
Giunta fuori, voltai macchinalmente a destra,
presi una strada, poi un'altra... sempre senza,
mta... per camminare... per fuggire.
Oh, s, fuggire!
Fuggire dove, fuggire che cosa?
Non lo sapevo.
Un impulso mi faceva andare avanti, un
istinto mi spingeva ad allontanarmi... come un
bambino spaventato che si nasconde perch ha
rotto qualcosa... come il cane che scappa spaventato
quando la voce irata del padrone gli fa
temere qualche castigo.


Capitolo XX.

Era buio quando le mie gambe troppo stanche
si rifiutarono di proseguire il cammino.
Il fresco della sera calmava la mia agitazione,
e a poco a poco nel mio cervello cessava la ridda
sfrenata dei bubboli.
Quando i miei piedi inciamparono nel selciato
sconnesso della strada, mi guardai intorno
chiedendomi dove fossi.
Soltanto la luce dei lampioni rompeva l'oscurit.
Rari passanti scivolavano senza rumore verso
le loro case ben riscaldate, dove erano certamente
attesi a quell'ora gi tarda.
Mi trovavo in un largo viale fiancheggiato da
muri e da cancelli che cingevano senza dubbio
delle villette, perch qua e l i punti luminosi
delle lampade accese nelle stanze foravano l'ombra
dei giardini folti di alberi.
Senza accorgermene dovevo essere uscita da
Londra, o almeno trovarmi in un rione della
periferia.
Eppure non mi stupii di trovarmi cos lontana
da casa.
Dalla mia stanchezza capivo che dovevo aver
camminato molto, ma il mio pensiero non and
oltre questo accertamento.
Non pensai n che avrei potuto passare la
notte fuori di casa, n che a casa potevano
aspettarmi e stare in pensiero e che dovevo pure
tornarvi a quell'ora tarda!
La mia mente, nonostante tutto, era come
intorpidita.
Con gesto macchinale misi una mano in tasca,
e provai una sgradevole impressione accorgendomi
ch'essa era vuota, mentre di solito le
mie dita erano avvezze a incontrare un borsellino
pi o meno ben fornito.
Ma capisco ora che anche se avessi avuto il
portamonete, quella sera non avrei fatto un
gesto di pi di quelli che feci.
La stanchezza dominava in quel momento ogni
mia considerazione.
Essa era cos forte che provai un senso di
sollievo scorgendo a qualche passo da me una
panchina pubblica, di quelle che si trovano ogni
cento metri nei grandi viali.
Andarvi e lasciarmi cadere su di essa fu lo
sforzo di un attimo, e subito un gran benessere
invase le mie gambe che non mi reggevano pi
dalla fatica.
Accarezzai anche con lo sguardo tutta la lunghezza
della panchina solitaria.
Come mi sarebbe piaciuto di sdraiarmi su
quel giaciglio ospitale!
Ma le signore bene educate non hanno l'abitudine
di dormire distese sulle panchine di un
viale, e l'attrazione del riposo indispensabile
non fu abbastanza forte per indurmi a quel gesto
scorretto.
Con le braccia appoggiate alla spalliera della
panchina e la testa abbandonata sulla spalla,
sfinita, con gli occhi semichiusi da un invincibile
bisogno di dormire, mi lasciai invadere
pian piano dal torpore benefico di quel riposo.
Ogni tanto delle ombre rapide passavano davanti
ai miei occhi insonnoliti.
Una di esse parve girarmi intorno. La. vidi
allungarsi per alcuni minuti non lontano da
me. Poi si avvicin e si distese, immobile, sul
mio corpo.
Sentii una mano insinuarsi sotto il mio
braccio.
Spalancai gli occhi, pronta a gridare dalla
paura dinanzi all'alta figura di uomo chino sopra
di me.
Ma una voce risoluta, sebbene un po'bassa,
disse:
- Venite, Simona. Non dovete rimaner pi
qui. -
Soffocai il grido che stava per uscirmi di
bocca riconoscendo Walter Anderson.
Non fui stupita vedendolo sorgere cos, all'improvviso.
Il suo posto era l come altrove; non era logico
che si trovasse l dal momento che vi ero io?
Fu questa, credo, l'impressione che dovetti
provare, poich la sua presenza al mio fianco
mi parve naturalissima.
Egli ripet:
- Venite! -
E la sua mano mi sostenne con fermezza e
mi costrinse ad alzarmi.
Egli mi vide ..vacillante, e col braccio mi circond
la vita per sostenermi meglio.
E cos, quasi portata da lui e senza che pensassi
a oppormi, feci i primi passi.
Dopo pochi secondi per le mie gambe si
sgranchirono, e siccome potevo camminare sola,
mi sciolsi pian piano dalla sua stretta.
Egli si content di guidare il mio passo, sfiorando
soltanto con la mano le mie spalle scosse
da un brivido sotto la nebbia che cadeva.
Camminammo silenziosi per l'immenso viale.
Non dissi una parola per sapere come aveva
fatto a ritrovarmi su quella panchina solitaria,
n egli apr bocca per chiedermi che cosa facessi
in quel luogo deserto.
Appena giunti in una strada pi frequentata,
Walter Anderson mi condusse in un caff, e
mentre mi faceva servire una bevanda calda,
mand un cameriere a cercare una vettura.
L'uomo ritorn poco dopo con un'automobile
pubblica.
Mentre la macchina filava rapida, il mio compagno,
con gesti premurosi, mi avvolgeva con
cura nel mio mantello, troppo leggero per le
serate nebbiose di Londra.
Egli mi tast le mani e siccome le sent gelate,
le tenne tra le sue per riscaldarle.
Giungemmo cos a casa, senza che una sola
parola mi fosse uscita dalle labbra da quando
Walter Anderson mi aveva ritrovata, e senza
che egli avesse pronunziato altre parole salvo
quelle strettamente necessarie per dare gli ordini
al cameriere del caff o al conducente dell'automobile.
Ma appena varcata la soglia della nostra dimora,
ritornai subito in me.
Al dolce tepore della casa e ai ricordi che affluivano,
la mia mente ritorn allo stato normale.
La scena dello studio, la collera di mio marito
e le sue parole dure, la mia fuga, la disperazione
nella notte buia, tutto sfil nella mia
mente ritornata lucida.
Mi rividi qualche ora prima aggrappata alla
portiera del vestibolo, piegata in due da uno
sconforto sconosciuto fino a quel momento.
Perch quell'uomo mi aveva ricondotta in
quella casa inospitale? In quella casa dove non
avevo ricevuto che mortificazioni e disprezzo!
Non ero forse stata scacciata da quella casa
la prima volta in cui ne avevo varcato la soglia,
piena di buone disposizioni?
E ora il padrone altero e autoritario che
l'abitava pretendeva di ricondurmici per forza
e di farmici rimanere.
Ferma vicino alla porta mi volsi verso il mio
compagno che, felice di ritrovarsi in casa sua,
si levava con soddisfazione il soprabito e il cappello
e li attaccava al comodo attaccapanni
dell'anticamera.
Egli sent l'ostilit del mio sguardo e, istintivamente,
la sua fierezza d'uomo si mise in
guardia contro la ribellione che si ridestava
in me. Vidi una fiamma accendersi nei suoi occhi
azzurri, ma non volendo provocare [ter primo
un nuovo alterco tra noi, egli parl con voce
calma e corretta.
- Che cosa aspettate, Simona? E tardi!...
Spicciatevi e andiamo a tavola. -
In quell'invito a riprendere la vita familiare,
c'era un desiderio di conciliazione; lo capii benissimo;
ma potevo accettarlo?
Era possibile che continuassimo a vivere l'uno
accanto all'altra, dopo che erano corse tra noi
parole cos gravi?
Gli avevo gridato che egli era un estraneo per
me, che non sarebbe mai niente per me nella
vita, e Anderson mi aveva risposto ch'egli non
poteva avere nemmeno un'ombra di tenerezza
per una donna come me. Ebbene, non ci rimaneva
che separarci.
- Spicciatevi, Simona, - egli ripet. - Ho
una fame da lupi, stasera.
- Perch avete perso il tempo a venire a cercarmi? -
gli risposi. - Dovevate mangiare
all'ora solita.
- Il vostro posto  qui: potevo forse lasciarvi
laggi?
- Non dovevate occuparvi di me, dal momento
ch'io non sono niente... niente per voi!
- Mi pare che non abbiate pensato a questo,
quando vi ho raggiunta poco fa, - egli osserv
con una certa ironia. - Mi avete seguito con
premura e mi  parso anche... con soddisfazione!
- Oh, non cantate vittoria tanto presto! -
esclamai urtata dalla sua aria di trionfo.
- Non mi avete ricondotta qui per molto tempo.
Fin da ora tengo a dirvi che non rimarr a
lungo sotto il vostro tetto. La mia decisione
 presa questa volta: domani me ne andr.
- Domani! - egli esclam.
Un sorriso ambiguo err sulle sue labbra ed
egli concluse in tono leggero:
- Domani, vedremo... Intanto per stasera
ho fame e, se volete, potremo andare a tavola. -
Questa calma sicurezza mi esasper. E mentre
egli con esagerata premura mi toglieva il
mantello, io continuavo a ripetere:
- Domani me ne andr, siatene certo. Voi
non potrete trattenermi.
- Il domani  nelle mani di Dio, - egli
disse tra i denti col solito sorriso ironico.
- Ebbene, vedremo, vedremo! -
Con dei piccoli gesti nervosi mi aggiustai alla
svelta i capelli un po' scomposti.
Egli mi si avvicin, il suo braccio mi circond
la vita e mi attir a s.
- Via, Simona, non siate cattiva, - disse
con dolcezza. - Vedremo... pi tardi... ci che
l'avvenire ci riserba. Ma stasera, giacch siamo
ancora insieme, scacciamo ogni nube tra noi
e non sciupiamo queste ultime ore di vita in
comune. -
Sbalordita da tanto ardire, non sapendo se
mi canzonasse o se parlasse seriamente, non
risposi.
Cercai per di sciogliermi da lui, ma egli mi
strinse con pi forza alla vita e mi trascin
verso la stanza da pranzo nella quale facemmo
il nostro ingresso, abbracciati come due innamorati.


Capitolo XXI.

Il nostro pranzo, per, manc di brio.
Il mio compagno sembrava preoccupato, nonostante
lo sforzo che faceva per apparire allegro.
Egli cercava in ogni modo di animare la
conversazione, ma pi di una volta la parola
gli moriva sulle labbra e un silenzio pesante
cadeva tra noi, rivelando la preoccupazione recondita
celata sotto la nostra correttezza forzata.
A un certo momento gli occhi di mio marito
si posarono a lungo su me. Sentii il suo sguardo
grave, profondo, scrutarmi con aria cupa.
E io, vedendo sul suo viso come una fuggevole
contrazione di dolore, provai una piccola
soddisfazione per l'evidenza palese che egli era
meno indifferente e pi sensibile di quanto volesse
parere.
Verso la fine del pranzo egli dette ordine che
il caff fosse servito nel suo appartamento privato.
- Oh, stasera, no! - protestai con energia.
- Sono molto stanca.
- Non vi tratterr a lungo, - egli rispose.
- Ma stasera... ve ne prego... poich domani... -
Non fin, ma io avevo capito.
I nostri sguardi s'incrociarono. Dovetti abbassare
il mio sotto la fiamma ardente dei suoi
occhi che mi fissavano.
Mio Dio! pensai a un tratto imbarazzata.
Ha fatto servire il caff nelle sue stanze...
Che forse voglia rinnovare il tentativo della
prima sera?
Questa supposizione mi dette uno strano turbamento,
facendo nascere in me una gioia recondita
e nello stesso tempo un timore sconosciuto.
Cercai di raffigurarmi il bel sorriso di disprezzo
col quale avrei respinto le cortesie e le
proposte galanti che forse mio marito mi avrebbe
fatte quella sera.
Mi parve che mai, fino ad allora, mi fosse
capitata una cos bella occasione per mettere
in atto il mio disprezzo. Mi sentivo disposta
a saperne profittare.
Ma se alzando gli occhi sul mio compagno di
tavola incontravo il cupo ardore del suo sguardo,
perdevo subito la mia bella baldanza e un
brivido mi percorreva, annientando tutta la mia
energia.
Capii che la scena della prima sera non si
sarebbe rinnovata con le stesse parole e gli stessi
sentimenti.
Vi era qualche cosa di pi, tra noi, indipendente
dalla nostra volont.
Mio marito non potrebbe pi chiedermi ora,
col tono elegante e scherzoso usato la prima
sera, di passare la notte con me.
E se, con uno sforzo di volont, fosse giunto
a imporre alla sua voce le stesse parole e la
stessa intonazione galante, i suoi occhi non saprebbero
mentire, e io sarei incapace, sotto il
loro sguardo, di recitare con calma la mia parte
d'indifferente divertita dalla domanda!
Trasportata dal corso dei miei pensieri, avevo
mangiato come un automa. La mano di mio
marito posatasi sulla mia spalla, mentre ero
rimasta silenziosa davanti al piatto vuoto, mi
fece capire che il pranzo era finito.
- Prendete il mio braccio, Simona! -
Mi alzai di scatto, sorpresa di ripiombare cos
presto nella realt.
Il mio compagno si accorse del mio sussulto,
e sorrise.
- Ho turbato il vostro raccoglimento; eravate
lontana di qui.
- Un viaggio nella luna.
- Bel paese; ma miraggio ingannatore.
- Credete?
- Ogni sogno  menzogna.
- Eppure i sogni si avverano talvolta!
- Di rado... La vita  fatta di realt che
hanno soltanto lontani rapporti con le immagini
della nostra fantasia.
- Tanto peggio, allora!
- Per chi?
- Per... -
Mi fermai guardandolo.
- Per chi, tanto peggio? - egli insist.
- Per voi, - dissi con spavalderia.
- Ah!... -
Egli mi guard a lungo negli occhi, poi con
voce lenta pronunzi:
- Per me, forse. Ma per voi, certamente! -
Feci una smorfia di disprezzo ritornando ai
pensieri che mi avevano assalita alla fine del
pranzo.
E siccome egli aveva un'espressione grave e
seria, non potei fare a meno di chiedere:
- A che cosa credete dunque che pensassi
poco fa?
- A domani... Ai vostri propositi di partenza.
- No, non pensavo a ci.
- Davvero? - egli chiese incredulo.
- Ve lo assicuro.
- Allora?
- Pensavo alla prima sera... tra noi. Alla
strada percorsa fino ad oggi... A quest'ultima
sera!
- Quest'ultima sera... -
Chiacchierando, eravamo giunti nello studio
attiguo alla sua camera.
- Quest'ultima? - egli ripet.
Con dolcezza mi attir a s, e disse:
- Siete proprio sincera quando dite: quest'ultima
sera, Simona?
- S.
- Siete proprio decisa a partire?
- Decisissima.
- Ripetetemelo... guardandomi... voglio leggervi
in cuore, poich la vostra voce potrebbe
non ripetere fedelmente ci che la vostra anima
pensa in silenzio.
- Sono decisa a partire domani, - affermai
guardandolo diritto negli occhi.
- Anche se vi supplicassi di non farlo? -
egli insist con voce divenuta rauca.
- Anche se mi supplicaste di rimanere. -
Con voce ancora pi bassa, e accostandosi al
mio viso tanto che il suo respiro venne ad accarezzarmi
i capelli, egli mormor:
- Anche... se vi dicessi... che vi amo, Simona? -
La cosa era tanto inattesa che scoppiai in
una risata.
- Anche, e soprattutto in questo caso! -
esclamai con vivacit.
Sul suo viso pass una contrazione dolorosa.
-  proprio un grido del cuore, questo! -
disse con amarezza.
- Signor Anderson... capitemi, ve ne prego, -
cercai di spiegare.
Ma egli alz una mano tra lui e me come per
respingere la mia piet.
- Voi mi odiate! - egli disse.
- Non credo.
- Ho cercato di farmi amare da voi!
- Mi avete sempre urtata.
- Involontariamente, - egli protest.
- Pu darsi! Voi siete inglese e io sono francese;
 fatale che le nostre razze si urtino.
- Fatale no, l'amore non conosce frontiere.
- Parole! La verit  che tutto ci ha divisi
fin da quando viviamo sotto lo stesso tetto.
- Non avete mai voluto convenire che l'amore
potesse nascere tra noi.
- Neanche voi. del resto!
- Che cosa ne sapete?
- Via, siate franco... Anche poco fa mi gettaste
il vostro odio sul viso.
- E forse ero sincero allora come stasera!
- egli mormor con un gesto di stanchezza.
- Di questo sono certa: eravate pi sincero
allora! - affermai con forza. - Non mi sono
lasciata ingannare dalle vostre parole di poco
fa; per trattenermi qui, mentre io voglio andarmene,
usate tutti i mezzi. Ed  cosa lecita,
dopo la mia sfida. -
Egli alz le spalle.
- La vostra sfida non aveva senso comune!
Voi rimarrete qui se questa  la mia volont,
ma desidero che ci rimaniate volentieri, e non
per forza.
- Non mi persuaderete mai!
- Voi rifiutate perch non mi credete sincero.
Se vi provassi che lo sono, rimarreste?
- No.
- Perch?
- Perch io non vi amo! -
Avevo calcato su queste parole per dare loro
pi forza.
Un lampo di collera guizz nei suoi occhi azzurri.
La sua mano si contrasse sul bracciolo
della poltrona dove era seduto.
- Dio mio, come sono stupido a pregarvi
cos! Avete ragione, signora: io non vi amo, ed
ho cercato soltanto un mezzo pi dolce per piegarvi
ai miei desideri.
- Sarebbe pi semplice che vi rinunziaste.
- No! Voi volete la guerra tra noi, e l'avrete!
- L'avr! - approvai con leggerezza.
- Con tutta l'anima io desideravo un accordo...
voi lo respingete, peggio per voi! -
Tocc a me questa volta ad alzare le spalle.
La sua minaccia non mi faceva nessun effetto.
Non capivo come avrebbe potuto costringermi
a vivere presso di lui, in quella citt dove egli
era conosciuto, mentre io ero del tutto estranea.
In Francia, una minaccia di scandalo avrebbe
potuto farmi paura, ma a Londra il suo nome
non si sarebbe macchiato prima del mio?
E poi, in verit, non potevo credere che quell'uomo
sarebbe ricorso a tali mezzi... I nostri
caratteri non andavano d'accordo, .ma dovevo
riconoscere che Walter Anderson era un vero
gentiluomo.
Cosicch alle sue parole di collera risposi
senza scompormi:
- Delle minacce! Preferisco vedervi cos, almeno
non ceder dinanzi a una falsa sentimentalit. -
Fece una risatina forzata.
- Non spero pi di farvi cedere, signora.
Ormai so che non devo aspettarmi nessuna felice
risoluzione dalla vostra buona volont.
- Dite anzi che sono la vostra peggiore nemica! -
esclamai con una certa ironia.
Egli non rispose. Con la testa tra le mani si
premeva le tempie come per calmare i pensieri
che tumultuavano nel suo cervello.
Lo udii mormorare:
- Pazzo! Pazzo che sono! Che cosa mi trattiene
ancora? -
Si alz a un tratto, invaso da un impeto folle
di collera.
Prese un vaso di porcellana e lo gett con
violenza per terra mandandolo in mille bricioli.
Poi, come se quella distruzione avesse calmato
i suoi nervi sovreccitati, si volse verso di me,
che turbata da quella scena inattesa non osavo
fare un movimento.
- Rassicuratevi, Simona, - disse tranquillo
- la mia collera  passata... Ora sar calmo...
calmo come voi, freddo, sprezzante come voi! -
E come se quella scena fosse stata un sogno,
lo vidi spingere una sedia vicino al fuoco e aiutarmi
ad accomodarmici.
Poi, andando verso il vassoio dov'era la caffettiera
fumante, egli riemp le nostre tazze,
inzuccher la nera bevanda e vi aggiunse qualche
goccia di liquore.
Tutto ci fu fatto con una correttezza cos
perfetta e una padronanza di s cos grande, che
io mi chiesi se da qualche ora noi non stavamo
recitando una commedia.
Ma mentre mi porgeva una tazza di caff,
vidi la sua mano tremare e osservai il suo strano
pallore.
Allora mi prese una grande tristezza per quell'uomo
che vedevo soffrire... per colpa mia!
Delusione, amor proprio, collera? Che cosa
importava il vero motivo del suo dolore, dal
momento ch'ero io che lo provocavo?
Se egli allora mi avesse detto una parola
buona, tutta la mia volont sarebbe naufragata.
Anzi i miei occhi cercarono i suoi, perch egli
vi leggesse il desiderio improvviso di conciliazione
che era sorto in me. Ma il suo sguardo,
sfuggendo il mio, continu a fissare la tazza di
porcellana rosea che tenevo in mano.
Tutte quelle emozioni mi avevano scossa. La
mia gola era secca e avevo sete. Bevvi dunque
tutta, d'un fiato la calda bevanda che mi parve
un po' troppo dolce.
Mio marito, ritto di fronte a me, mi guardava
in silenzio mentre bevevo. Poi, quando
gli porsi la tazza vuota, and, sempre impeccabile.
a posarla sul vassoio.
Ma allora, come se tutto il suo coraggio lo
avesse a un tratto abbandonato, egli si appoggi
alla tavola con un gesto di stanchezza..
Aveva la fronte imperlata di sudore, che egli
asciug macchinalmente.
Lo vidi passarsi il fazzoletto bianco sulle
tempie, osservai il pallore livido del suo viso,
gli occhi sbarrati che mi fissavano, e, a un
tratto, avvenne in me uno sconvolgimento fisico.
Che cosa accadeva dunque?
Sentivo un torpore pesante invadermi come
se le mie membra diventassero di piombo, e una
stanchezza improvvisa, mi accasci oltre ogni
dire.
Mi pareva che un sonno pesantissimo mi opprimesse;
vidi i mobili girare; presa da un senso
d'angoscia tentai di reagire contro quella strana
stanchezza; tesi le braccia in avanti, cercando
d'invocare aiuto, ma le mie labbra rimasero
chiuse.
Mio marito era gi vicino a me, e mi sosteneva.
Sentii che mi attirava a s; con una mano
appoggi al suo viso la mia testa che si piegava
sulla sua spalla.
Mi parve di udirlo mormorare:
- Non temere, Simona, io sono qui con te. -
E perdei la nozione di tutto quello che mi circondava.
La mia ragione precipit in un abisso, e caddi
in un sonno profondo... pesante come la morte!


Capitolo XXII.

Quando mi svegliai era giorno fatto.
Scrsi dapprima un raggio di sole che accendeva
di mille luci gli arabeschi di un soffitto
intagliato.
I miei occhi insonnoliti cercarono di seguire
le linee avviluppate di quella strada complicata.
Nel mio dormiveglia quelle linee prendevano
aspetti fantastici e sconosciuti, tanto che prima
di capir bene dove mi trovassi, ebbi l'impressione
di essere in una stanza a me sconosciuta.
Questa impressione precisa mi fece alzare a
sedere sul letto.
Lo sforzo mi strapp un gemito. Avevo tutte
le membra indolenzite come dopo una bastonatura.
Intanto, ormai sveglia del tutto, mi guardavo
intorno con stupore.
Non ero in camera mia. L'impressione di
essere in un luogo sconosciuto era dunque una
realt.
Mi trovavo in un altro letto... in un grande
letto di mogano, adorno di pesanti bronzi e con
la coperta di raso rosso.
Ero abituata, svegliandomi, a vedere il vaporoso
candore del mio letto pieno di trine. Tutto
quel rosso del letto e delle coperte mi parve
avesse una fisonomia... e la verit mi apparve
come la folgore.
La camera di mio marito!
Non potevo ingannarmi; ero entrata una volta
in quella stanza e ne avevo osservato la mobilia
severa, ma di buon gusto.
Avevo dormito nella camera di Walter Anderson!
Provai un senso di orrore inesprimibile.
Affondai la testa sul guanciale, piena di spavento.
Com'ero capitata in quel letto? Perch mi
svegliavo in camera di mio marito?
Mille domande di questo genere passarono
nel mio cervello sconvolto.
Il mio sconforto era tale, che cominciai a
piangere sommessa, con un lamento senza tregua.
Capivo che qualche cosa d'irreparabile era
avvenuto.
Le minacce di Walter mi tornarono in mente.
Per forza o per amore, sarete mia quando
vorr.
La sera prima, egli mi aveva supplicata di
diventare sua moglie... di mia spontanea volont.
E di fronte al mio rifiuto, il suo grido selvaggio
di rivolta mi rison all'orecchio:
Peggio per voi, l'avrete voluto!
Non avevo capito... e neppur lontanamente
supposto il senso tremendo della sua minaccia.
Un cervello ragionevole... la mia mente di
donna onesta, non poteva immaginare una cosa
simile.
E lui, Walter Anderson, il ladro d'onore, mi
aveva presa per forza, poich non l'avevo voluto
di mia volont.
Oh, miserabile, infame, ignobile uomo!
E non potevo far niente contro di lui? Niente
per cancellare l'atto abominevole? Ero sua!
Ero sua moglie.
Tutto il mio essere si rivolt contro l'irreparabile.
Mi torcevo nel letto col corpo scosso
da sussulti, come se avessi potuto ancora con
la volont sfuggire all'irrimediabile.
Neanche per un istante mi venne l'idea che
Anderson avesse agito in modo diverso da quello
che supponevo. Troppi ricordi, ben chiari, mi
opprimevano!
Ricordavo non soltanto le sue parole, ma anche
il suo contegno!... Egli tremava porgendomi
quella tazza di caff... Essa doveva contenere
qualche narcotico che mi aveva cagionato quel
torpore invincibile. Come un assassino, mio marito
aveva versato il veleno che gli avrebbe permesso
di compiere il suo delitto.
E dopo aver avuto il tristo coraggio di porgermi
egli stesso la bevanda fatale, le forze
l'avevano abbandonato all'improvviso; non si
diventa a un tratto un criminale indurito! Lo
avevo visto sconvolto asciugarsi la fronte coperta
di un sudor freddo.
Oh, che infame! Quali parole potranno mai
definire la sua perfida condotta!
Poi, quando, colpita dall'effetto del veleno,
mi ero drizzata in un supremo sforzo, egli si
era slanciato verso di me come per soccorrermi.
Non temere, Simona, io sono qui con te!,
aveva detto.
Che infame bassezza! In quell'istante in cui
la mia volont agonizzava, egli aveva trovato
tenere parole per affermare che non dovevo
temer niente da lui.
Il mio cervello non trovava pi espressioni
per bollare il miserabile che, fino a quel giorno,
avevo creduto un uomo onesto... un gentiluomo!
Alla mia disperazione si aggiungeva ancora
la nausea, il disgusto.
Oib! Che uomo era dunque?
Io, la sua vittima, mi sentivo a un tratto
cos lontana da lui, cos al disopra della sua
mentalit, che ne provavo quasi un sollievo.
Ero sua? No, non bastava la sua volont
per avvilirmi fino a lui! Che cos' un legame
contratto in simili condizioni?
Walter Anderson aveva abusato di me mentre
mi trovavo senza difesa, ma egli stesso si era
abbassato e perduto per sempre.
Seduta di nuovo sul letto, pi calma ora, vedevo
con perfetta lucidit tutte le conseguenze
di quell'avventura.
Se crede di trattenermi presso di s con simili
legami, si sbaglia, quel signore! mormorai
al massimo del disgusto.
Ieri potevo avere certi scrupoli di fronte a
lui, ma adesso ero libera. Ed egli avrebbe visto
subito che non mi sentivo legata dal suo
atto brutale.
A quel punto delle mie riflessioni, i miei occhi
caddero sul letto dove ero sdraiata.
Il guanciale vicino al mio aveva ancora l'impronta
di una testa, e sotto le coperte il lenzuolo
conservava quella del corpo che vi aveva
riposato.
Questa prova schiacciante della presenza di
Anderson al mio fianco durante la notte mi fece
sussultare di raccapriccio. Fu come se mi fossi
trovata accanto a una bestia velenosa.
Con un salto balzai da quel letto d'infamia e,
avvoltami in uno scialle che si trovava su una
poltrona, presi in fretta la mia roba e scappai
come una pazza, a piedi nudi, coi capelli sciolti,
attraverso i corridoi, per raggiungere la mia
camera nella quale mi rinchiusi come un animale
inseguito.


Capitolo XXIII.

Dovetti chiedere di Walter Anderson per tre
volte, prima di poterlo vedere, quella mattina.
Appena finita di vestire, mi ero fatta annunziare
a lui, risoluta ad avere con mio marito
una spiegazione decisiva.
- Il signore  uscito, - rispose il domestico
alla mia domanda.
Non insistei; ma alle undici, non avendo ancora
potuto incontrare Anderson, interrogai il
cameriere.
- A che ora  uscito il signore?
- Subito dopo colazione... verso le nove.
- Subito appena sceso di camera, allora?
- No, milady. Il padrone si  alzato prestissimo,
stamattina. Quando son venuto, assai per
tempo, a far pulizia nel suo studio, egli era gi
l e stava scrivendo. -
Siccome apparivo sorpresa di quell'attivit
mattutina, il domestico continu:
- Il signore doveva avere delle preoccupazioni.
Milady vorr scusarmi, ma. ho visto che
il padrone aveva l'aria pensierosa... Ha fatto
colazione scrivendo, poi ha telefonato al notaro
Curnett.
- Al suo avvocato?
- Si... Mylord ha preso un appuntamento;
A tra poco! ha detto. Se milady desiderasse
avere maggiori spiegazioni, potrebbe telefonare
allo studio.
-  un'idea! - dissi sottovoce.
Ma non mi mossi.
L'apparecchio era a pochi passi da me, non
avevo che da stendere la mano per afferrarlo;
eppure un'incertezza mi trattenne ancora.
Perch quell'improvvisa curiosit? Ero dunque
cos ansiosa di avere con mio marito una
spiegazione che prevedevo quanto mai tempestosa?
Senza dire che quel mio intervento dal
notaro poteva parere strano.
Eppure, quando le undici e mezzo sonarono
all'orologio dello studio, mi decisi improvvisamente.
- Del resto posso informarmi... forse Walter
 ancora allo studio. Chieder a lui stesso
se torner per la colazione. -
Ma appena ebbi detto il mio nome all'apparecchio,
udii la voce nasale del notaro Curnett
che esclamava:
- Siete voi, lady Anderson? Felice di udire
la vostra voce.
- Ah!... Perch dunque, caro avvocato?...
Pronto, pronto!
- Pronto. Stavo per telefonarvi.
- Walter Anderson?
-  venuto via.
- Da molto tempo?
- In questo momento. Siete sola, milady?
- S, perch?
- Pronto!... Vi domando se siete sola nella
stanza mentre vi telefono.
- S... solissima.
- Ebbene... Pronto!
- Pronto, vi ascolto.
- Spero, milady, che non abbiate dimenticato
la vostra promessa, non  vero?
- La mia promessa?
- Bisogna mantenerla sino in fondo, lealmente!
- Ma...
- Pronto, pronto!
- Va bene, ma...
- Ve ne supplico, milady.
- Gli avvenimenti, caro notaro, non mi permettono
di mantenere quella promessa.
- Prego, voi dovete mantenerla. Credetemi,
milady,  per vostro bene; amate con lealt,
come avete promesso.
- Ma perch mi dite questo, oggi?
- Perch...
- Avete parlato con Anderson?
- S.
- Ed  lui che...
- No, no! Non lui.
- Oh, capisco!
- Non mi ha detto nulla, proprio nulla, che
concerne la vostra reciproca intimit, ma...
- Pronto!
- Pronto!
- Dicevate che non vi aveva detto nulla.
- No. Ma sento il dovere di ricordarvi che
ho la vostra parola. Non dimenticate mai ci
che mi avete promesso,  proprio necessario. Vi
scongiuro, milady. -
Segu un momento di silenzio. Egli doveva
aspettare una risposta, ma io non sapevo che
cosa dire per spiegargli gli avvenimenti e l'impossibilit
in cui ci troviamo, talvolta, di mantenere
una promessa.
- Insomma, riflettete... E poi venite a trovarmi,
parleremo.
- Va bene. Verr a trovarvi. Arrivederci,
avvocato.
- Arrivederci a presto, milady. Tanti ossequii. -
Riattaccai il ricevitore, pensosa.
Perch il caso mi aveva fatto telefonare al
notaro Curnett proprio quel giorno, e perch
egli mi faceva una simile raccomandazione in
tal momento?
Ero immersa nelle mie riflessioni, ritta vicina
all'apparecchio, quando la porta si apr senza
far rumore e apparve mio marito.
Egli si ferm sorpreso di trovarmi nel suo
studio.
Era cos pallido, cos serio, che un senso d'angoscia
mi pervase.
Ci guardammo in silenzio.
I nostri sguardi s'incrociarono pieni di sfida:
il mio freddo, e scrutatore il suo. Come due
duellanti che stanno per incontrarsi, ci misurammo
con lo sguardo.
-  molto tempo, signora, che mi aspettate? -
disse calmissimo.
La sua voce mi tolse da quella specie di torpore
in cui il suo ingresso mi aveva piombata.
- Sono venuta qui tre volte per parlarvi, -
dissi soltanto.
- Son tornato in questo momento. -
Sempre compito, egli m'indic una sedia.
- Vi ascolto, signora, - disse rimanendo in
piedi.
- Sono venuta a chiedervi come mai mi sia
svegliata, stamattina, in camera vostra.
- Probabilmente perch ci avete dormito. -
Credetti di scorgere una certa ironia nella
sua voce, e un impeto di rivolta riboll in me.
- Oh, ve ne prego, signor Anderson, non
scherzate! Avete abusato in modo odioso della
debolezza fisica che mi prostr ieri sera!
- Vedo che non vi fate illusioni sul mio carattere, -
egli disse con amarezza. - Avete
pensato subito che io avevo abusato.
- Sarei felicissima se vi sentissi affermare
il contrario! Ma ieri mi minacciaste di agire
per amore o per forza...
- E l'occasione era troppo bella, stanotte,
perch io non ne approfittassi!
- Oh, miserabile! Non negate nemmeno!
- Mi credereste, s'io negassi?
- No, non vi crederei, perch ora vi sento
capace delle peggiori vilt. -
Un fremito contrasse il suo viso.
- Avete delle parole molto dure, signora!
- Posso averne altre dopo quello che avete
fatto? Quando penso che stanotte avete potuto...
Oh,  abominevole! -
Un singhiozzo mi strozz la gola e mi abbatt
sulla scrivania con la testa nascosta tra le mani.
Egli rimase in piedi accanto a me senza fare
un gesto e senza dire una parola. Guardava dinanzi
a s, assorto, cupo, impenetrabile.
- Ma insomma, come avete potuto? - esclamai.
- Niente vi ha trattenuto? Avete potuto
commettere un misfatto simile, senza pensare
che vi abbassavate al livello dei pi ignobili individui?
Non avete dunque pi il senso dell'onore? -
Egli impallid ancora, ma non rispose. E quel
silenzio dinanzi alle mie accuse era quasi tragico
e sconcertante.
- Il vostro atto era premeditato... Il mio
sonno non fu naturale. Avevate messo qualcosa
nel mio caff, non  vero? Come un traditore,
versaste il veleno e aveste l'abietto coraggio di
porgermi voi stesso la tazza!
- Oh, tacete... tacete!... - egli balbett.
Il suo viso era sconvolto da un gran dolore.
- Ma perch? - implorai. - Perch avete
fatto questo?
- Mi avete esasperato, - egli disse con voce
rauca. - Il vostro disprezzo mi ha spinto agli
estremi. Ho usato i miei diritti, visto che voi
me li negavate.
- Di quali diritti parlate?
- Di quelli che un marito ha su sua moglie. -
Egli non era pi impassibile, ora, e sentivo
nella sua voce un'ondata di rancore che risorgeva.
Eravamo pi del solito due nemici pronti a
sbranarsi.
- Un marito! - osservai. - Che menzogna
atroce! Voi usurpate quel titolo che un'avventuriera
vi dette senza ch'io ne sapessi nulla.
- Sotto qual altro titolo, dunque, abitate in
casa mia?
- Se questo  il solo argomento che potete
oppormi non l'obietterete pi a lungo, poich
oggi stesso lascer questa casa per non tornarci
mai pi!
- Non  la prima volta che mi minacciate
di ci.
- Ma  l'ultima in cui avr l'occasione di
dirvelo. -
I suoi occhi divennero duri.
- Ve ne andrete se vi lascer andare, - disse
con freddezza ma con autorit.
- Che vogliate o no, la mia risoluzione  irremovibile,
- gli risposi.
- Dimenticate che ho una volont e che ve
ne ho dato prova stanotte. -
Al ricordo del suo delitto strinsi i denti.
- Pretendete forse di trattenermi con la
forza vicino a voi?
- S, se non c' altro mezzo. -
Dalla rabbia mi torcevo le mani.
- In tal caso, dovrete sequestrarmi, perch
d'ora in poi approfitter della minima mancanza
di sorveglianza per fuggire di qui. -
Ma egli, sempre calmissimo, alz le spalle.
- No, non user la violenza con voi... e
nemmeno la sorveglianza! Voi rimarrete vicino
a me perch questa sar la vostra volont, semplicemente!
- Siete pazzo!
- Aggiungo anche - egli disse con lo stesso
tono convinto - che rimarrete qui per me, per
me solo. -
Le mie labbra si piegarono in un sorriso nervoso.
- Voi esagerate!... Perch non dite addirittura
che rimarr qui per amor vostro? -
Egli divent serio e sulla sua fronte pass
una, nube.
- No, - disse con amarezza - non per amore!...
Le mie illusioni non arrivano a codesto
punto. So che non devo aspettarmi n piet n
tenerezza da voi.
- Riconosco che non vi sbagliate sui miei
sentimenti. Ma ditemi, allora, come farete per
trattenermi qui. -
Egli mi guard a lungo, in modo strano. Poi
lo vidi prendere qualcosa nel cassetto della sua
scrivania.
- Come far? - disse con voce sorda. -
Cos, semplicemente... al minimo tentativo di
fuga, adoprer questa... -
Con terrore vidi brillare tra le sue dita il
metallo di una rivoltella.
- Ah, - dissi diventando un po'pallida -
questi sono i vostri argomenti! Dopo il veleno
e la violenza, l'assassinio! Siete completo, signor
Anderson.
- Non chiederei di meglio che poter usare
altri mezzi; purtroppo la vostra risoluzione non
mi permette di scegliere.
- E credete che le vostre minacce di morte
possano trattenermi? Uccidetemi, se volete, ma
ho detto che andavo via oggi, e vado subito a
fare i preparativi. Non crediate che voglia sfuggirvi!
Al momento della partenza verr in persona
a dirvi addio. Potrete cos uccidermi col
vostro comodo, se credete che debba pagare con
la vita il diritto di esser libera e lontana da
voi. -
A fronte alta, sfidandolo con lo sguardo dei
miei occhi orgogliosi, mi avviai verso la porta.
- La vostra vita! Credete dunque che voglia
dirigere contro di voi quest'arme? -
La sua voce sprezzante mi ferm. Mi voltai
verso di lui.
- E contro chi, dunque? - chiesi sorpresa.
Lo vidi alzare lentamente l'arme fino alla sua
tempia. La mano ferma non tremava stringendo
la rivoltella.
- Contro di me, signora! -
Gettai un grido e mi slanciai verso di lui.
Il suo gesto era stato cos naturale che mi
era parso di vedere il dito premere sul grilletto.
- No, no, non voglio! -
Egli dovette sostenermi. L'impressione era
stata cos forte che sentivo le gambe piegarmisi.
- Mi dispiace di avervi fatto paura, - egli
disse con dolcezza. - Non volevo spaventarvi,
ma soltanto mostrarvi il gesto che compirei se
metteste in esecuzione i vostri propositi di partenza.
- Ma  da pazzi! Da pazzi! Vendicatevi su
me, ma non su voi... ci non serve a niente.
- S,  da pazzi, forse, - egli disse sempre
sorreggendomi. - A ventott'anni vediamo
la vita attraverso le illusioni: amore, orgoglio,
giuramenti fatti a se stessi, tutto ci tiene un
posto enorme nella vita, e siamo pronti a sacrificare
tutto per queste illusioni.
- Ditemi che non  vero, che non pensate
di legarmi a voi con una simile minaccia. -
Egli mi guard a lungo in modo strano.
- Ho giurato a me stesso che sareste stata
mia e non mi avreste lasciato pi. -
Il suo viso si avvicin al mio, tanto che sentivo
il suo alito caldo sulle palpebre.
- Ascoltatemi, Simona, e comprendete che
non  una vana minaccia questa... Non voglio
scandalo attorno al mio nome, e la vostra partenza
lo creerebbe. Non voglio il divorzio n la
separazione. Non voglio che voi, mia moglie,
viviate lontana da me... Non posso neanche
pensare che voi abitiate fuori di casa mia. Questo
mai, mai! Da parecchie settimane vivo col
terrore continuo di vedervi andar via. Ogni volta
che uscite ho paura di non vedervi ritornare...
Ieri vi seguii, spiando i vostri passi, camminando
dietro a voi, chiedendomi verso quale
destino andavate, fremendo all'idea di un appuntamento
che forse vi attendeva, e del gesto
omicida che mi sentivo pronto a compiere. Sono
stanco di questa vita! - continu a dire. -
Mi sembra di non esser pi io. Voglio poter
riprendere il mio lavoro senza questo incubo che
mi martella le tempie quando voi vi allontanate.
Voglio vivere come vivono gli altri uomini,
tranquilli, accanto alla compagna che hanno
scelta.
- Voi non mi avete scelta, - lo interruppi
con vivacit.
- Che cosa importa, se io non voglio cambiare
la vita che il destino mi ha imposta? Voi
siete mia e tale dovete restare.
- Contro la mia volont! Non s'incatenano
per forza le persone.
- Per questo non voglio pi trattenervi...
Da oggi siete libera. Se non volete vivere con
me, andatevene, senza voltar la testa, e senza
occuparvi di ci che accadr dietro a voi. E siate
certa che dall'istante in cui sar sicuro che siete
libera, vi render pi libera ancora con la mia
morte. Non ci sar n scandalo n divorzio; ci
sar semplicemente un suicidio. Voi avrete voluto
la vostra libert e io ve la dar piena; il
mio atto riparer i torti che da vivo ho potuto
farvi. Vi liberer da un marito legale che odiate;
far di voi una vedova onorata che l'amore pu
consolare della tristezza di un passato solitario
e pieno di delusioni.
- Oh,  una follia!  una follia! - balbettai
non trovando altro da dire in quell'istante
tragico in cui egli mi mostrava la sua morte
come una liberazione necessaria.
- No, non  una follia, - egli riprese
- perch voi riavrete la libert, quella libert che
pochi minuti prima rivendicavate anche a costo
della vita... Ricordatevi: avete proclamato con
ogni forza il diritto di vivere lontana da me.
Ebbene, questo diritto io lo riconosco, non solo,
ma voglio liberarvi di me per sempre. Andate,
ora... partite subito, se volete, domani, pi
tardi, se cos preferite. Non vi trattengo pi; da
ora siete padrona della vostra sorte e di tutte
le vostre azioni. Io non conto pi nella vostra
vita; non sono pi nulla... nient'altro che un
meccanismo inutile che sparir, al momento prestabilito,
senza che abbiate bisogno di occuparvene.
- Ci che dite  spaventoso, - protestai
sconvolta. - Come potete dire che sono padrona
delle mie azioni, se una di esse deve spingervi
a compiere un simile gesto? Vi prego,
Walter, vi supplico, ditemi che non  vero, che
 soltanto per farmi paura, per trattenermi,
ma che siete troppo ragionevole per far ci.
- Se desiderate illudervi sulla mia decisione,
non vedo nessun inconveniente perch facciate
tutte le supposizioni favorevoli al vostro desiderio.
Voglio soltanto avvertirvi... (qualora vi
preoccupaste del vostro avvenire materiale) che
ho parlato col notaro Curnett, stamani.
- Curnett? - dissi, ancora pi angosciata
al ricordo delle suppliche insistenti del notaro.
- S, ho sistemato tutto con lui. La vostra
condizione  assicurata: tutto il mio patrimonio
sar vostro, la mia morte non vi leder nelle
vostre abitudini di lusso e di benessere. Ho voluto
che non aveste da rimpiangere niente, dopo
la mia morte... -
Un gemito mi usc dalla gola contratta da
singhiozzi convulsi.
Perch quell'uomo mi torturava cos? Credeva
dunque che avrei accettato la sua generosit?
Chiedevo soltanto di viver sola, povera e oscura,
in qualche cittadina francese; perch
volermi attaccare a lui anche oltre la sua morte
della quale mi minacciava?
Tutte queste idee che mi venivano in mente
le esprimevo in frasi spezzate in mezzo a un
fiotto di amare lacrime che non riuscivo a trattenere.
- Perch vorreste respingere questo denaro
che vi farebbe ricca e stimata? - egli disse con
accento doloroso. - Voi non volete accettar
nulla da me che son pronto a dare la vita per
assicurarvi la libert che vi  necessaria! -
Mi alzai non volendo udire pi niente del suo
fatale proposito.
E accorgendomi a un tratto che quella scena
era ridicola e che ero vittima di un odioso ricatto,
mi asciugai gli occhi con gesto nervoso.
- Ora ascoltate me, Walter Anderson, -
dissi alquanto eccitata. - In questo momento
voi cercate di piegare la mia decisione con una
minaccia orribile. Se vi dessi retta ora, tutta la
mia vita sarebbe un continuo timore di vedervi
compiere il gesto tragico di cui pretendete esser
capace. Non vi credo, non voglio credervi!
- Fate quel che volete, ve l'ho detto; non
vi riparler mai pi di ci.
- Ma mi lasciate capire che manterrete il
vostro giuramento.
- Non ritorno mai su una decisione presa.
Che cosa v'importa, del resto?
- Avete ragione! Che cosa importa il gesto
di un pazzo! Se domani venisse in mente a una
persona qualsiasi di farmi una simile minaccia,
dovrei dunque modificare il corso della mia vita
perch uno sconosciuto mi minaccia di un atto
insensato? No! Ognuno di noi  responsabile
soltanto dei propri atti. Voi farete quel che vorrete,
e sono certa che siete troppo ragionevole
per compiere una simile follia. Io continuer
la mia vita quale credo debba essere, senza fermarmi
di fronte all'orribile ricatto che tentate
di esercitare su di me.
- Vi ripeto ancora una volta che siete ormai
libera, Simona.
-  la vostra ultima parola?
- Non ho altro da dirvi.,
- Sarebbe pi generoso liberarmi dall'incubo
sotto al quale mi avete posta.
- Non ho niente da aggiungere o da togliere
a ci che ho detto. -
Rimasi immobile per qualche istante, vicino
alla porta. Un'indecisione mi fermava in quel
momento.
Walter venne verso di me e mi pos con dolcezza
le mani sulle spalle. Attraverso la seta
del vestito sentivo il calore delle sue dita febbricitanti.
- Andate, Simona, andate al vostro destino,
e non rivolgete la testa verso di me che non
ho saputo trattenervi... Ci sono state tante ore
dolorose tra noi; non devono essercene pi!
- Ve ne supplico, Walter, siate buono! -
balbettai.
Ma egli con fermezza mi respinse come se la
mia ultima preghiera riaprisse in lui una ferita.
Ebbi un gesto istintivo verso di lui. Era forse
piet quella che provavo? Ma egli respinse la
mia mano amichevole.
- Andatevene! Andatevene! Non voglio pi
soffrire. -
E mentre egli si allontanava da me, io uscii
con la testa in fiamme, non sapendo se la morsa
che mi stringeva il cuore proveniva dalla sua
fatale minaccia o dalla disperazione che avevo
letta nei suoi occhi.


Capitolo XXIV.

Avevo fatto avvertire Walter Anderson che
non sarei scesa a colazione.
Non mi sentivo il coraggio di affrontare di
nuovo, a solo, mio marito.
Poich ero fermamente decisa di lasciare al
pi presto quella casa, era meglio evitare ogni
nuova scena tra noi.
Egli non voleva pi soffrire per me, e io non
mi sentivo pi il coraggio di rivivere altre ore
spaventose come quelle dei nostri ultimi colloqui.
Non volevo soprattutto sentirgli pi ripetere
la suprema minaccia.
Uccidersi? Per sfida, sul momento, ne
sarebbe stato capace. Ma ero certa che si trattava
soltanto di un'esagerazione che il suo buon senso
gl'impedirebbe di effettuare.
Tra il dire e il fare c' di mezzo il mare!
pensai. Altra cosa  compiere un gesto, che
parlarne, soprattutto quando questo gesto deve
togliervi per sempre dal numero dei viventi.
Del resto, anche se lo avesse compiuto, perch
avrei dovuto preoccuparmene?
Che cosa mi legava a quell'uomo che pretendeva
di asservirmi a lui?
Dopo il suo atto odioso della notte potevo
avere la minima piet? Gli avevo forse fatto
una promessa? Mi ero forse in qualche modo
impegnata con lui?
No, nulla, proprio nulla giustifica le sue pretese
o le sue minacce.
Non ci misi molto a riunire nella valigia i
pochi oggetti che desideravo portare con me.
Di tutte le cose lussuose che mi circondavano
non volevo conservarne alcuna.
Uno sguardo alla mia borsetta mi rivel la cifra
di quanto possedevo, e con piacere vidi che
non ero pi ricca alla partenza di quanto fossi
all'arrivo. Nel mio portamonete c'erano soltanto
pochi scudi di meno.
Che cosa penserete di me pi tardi, signor
Anderson, quando ricorderete il mio breve passaggio
in casa vostra? andavo dicendo tra me.
Chiss! Forse l'avvenire me lo rivelerebbe.
Una cosa per era certa (e il mio intimo orgoglio
se ne rallegrava), nessuna questione venale
aveva forzato il mio contegno. Avevo cercato
di vivere vicino a lui senza calcoli meschini
e senza nessun pensiero di lucro.
Di tutte le vostre ricchezze non mi rimaneva
nulla tra le mani, e me ne vado da casa vostra
povera come vi giunsi, conclusi con una certa
soddisfazione.
Un'occhiata in giro per la camera prima di
lasciarla.
Non dimentico niente? mi domandai. No,
giacch niente mi appartiene qui che non provenga
dall'uomo che voglio fuggire. E una istintiva
probit (una dignit morale anzi) mi proibisce
di accettare qualcosa da colui che voglio
colpire...
A quest'idea provai una stretta al cuore.
Perch Walter ha messo questa minaccia tra
noi?...
Via, siamo forti! Questa minaccia egli non
la effettuer!
Ma se la mantenesse, invece?
Oh, che brivido gelato per le spalle!
Sono pazza. Si mettono forse ad effetto simili
minacce?
Vediamo... A che punto ero? Ah, s! Il ritratto
di mia madre che  a capo del letto...
Dovr dunque separarmene?
Un singhiozzo mi strinse la gola e dovei fare
uno sforzo per riavermi.
S, anche questo devo lasciarlo. Questa miniatura
firmata da un nome illustre ha un grande
valore.
Da lui non posso accettare neanche questo,
mi dissi.
Una lacrima mi brill negli occhi.
Addio, mamma! mormorai. Tu mi proteggerai
dove ander... E proteggerai anche lui,
tu che rimani sotto il suo tetto...
Di nuovo i singhiozzi mi strozzarono la gola.
Perch commuoversi cos?  dunque tanto
difficile partire senza guardarsi indietro?
Con la punta delle dita mandai baci all'immagine
che mi sorrideva maternamente, e uscii
dalla stanza camminando all'indietro per non
perder di vista neanche per un secondo il dolce
viso che stavo per abbandonare e che pareva
guardarmi con infinita piet.
Giunsi nel salottino gi pieno per me di ricordi.
In mezzo a tutto quel bianco e quell'oro,
il vestito scuro che avevo indossato per la circostanza
faceva una macchia cupa nonostante
la luce che m'inondava a fiotti attraverso il
tulle pieghettato delle tendine.
Ed ecco un altro ricordo del primo giorno
in cui entrai in questa stanza, col mio modesto
vestito di lana bl che mi dava l'impressione
d'essere un'intrusa.
Il primo giorno e la prima sera...
Di nuovo un colpo al cuore. Perch questa
sofferenza ogni volta che il mio pensiero si rivolgeva
a Walter Anderson?
La prima sera... Se quella sera avessi voluto
rispondere alle sue offerte, partirei, oggi, cos
sola? E la notte atroce che s erge tra lui e
me, non sarebbe stata una notte migliore? Pi
dolce, forse! Una notte di volutt consentite.
Se avessi voluto...
Ma era stato davvero sincero la prima sera?
Era stato mai sincero con me?
Domanda snervante che mi fece fremere. Avevo
fretta di andarmene.
Suvvia, il mantello, i guanti, la borsetta.
Ho dimenticato nulla?.. No.
Afferrai la valigia e mi avviai gi per le scale.
Tutto era silenzioso nella grande dimora. I
domestici stavano facendo colazione.
Sul tappeto folto i miei passi leggeri scivolarono
furtivi. Potevo andarmene senza che nessun
orecchio si accorgesse della mia partenza.
Ma partire cos non  fuggire come una colpevole...
come una ladra?
Mi fermai.
Ritta in anticamera con la valigia in mano,
rimasi indecisa.
Come una colpevole!
I miei occhi si fissarono sulla porta dello studio
dove sapevo che in quel momento si trovava
Walter Anderson.
Creder che non abbia avuto il coraggio del
mio atto, se lo faccio di nascosto, pensai.
Ma sarebbe meno penoso evitare gli addii crudeli.
Eppure mi sentivo coraggiosa e il mio orgoglio
sorse in me di nuovo pi forte d'ogni altro
sentimento.
Questa partenza  legittima e sono pronta
a proclamarlo ad alta voce, e questo solo pensiero
guid i miei movimenti.
La mia mano irrigidita sulla maniglia della
porta, fece risoluta il gesto di aprirla.
Walter Anderson stava scrivendo.
I suoi occhi si alzarono verso di me e le nostre
pupille s'incontrarono, si presero, si penetrarono
come se le nostre anime si stringessero
in un duello senza piet.
Egli non fece un gesto, non disse una parola,
eppure sentii che aveva capito! L'ora temuta
era sonata.
Lo vidi impallidire, i suoi occhi parvero ingrandirsi
nelle orbite fonde; il suo viso sconvolto
rivel uno spavento doloroso. Ma egli seppe
conservare la sua impassibilit, mentre il viso
livido parve impallidire sempre pi.
Ebbi l'impressione di un condannato a morte
di cui io stessa firmassi la sentenza imminente.
E irrigidita, pietrificata nella mia contemplazione,
lo guardai con occhi di assassino, perch
in quel minuto tragico avevo la coscienza precisa
che la sua minaccia non era vana, che il
gesto abbozzato poco prima, egli lo compirebbe
appena io avessi varcato la porta contro la
quale mi appoggiavo.
S, i miei occhi stravolti si riempirono dell'orrore
del carnefice. Io che mi credevo la vittima
perseguitata di quell'uomo, stavo per cagionare
la sua morte, a sangue freddo; lo uccidevo
con la mia partenza, ne ero certa, proprio
come se la mia mano assassina armata di un
pugnale compisse il gesto omicida che sopprime.
La visione orribile fu cos chiara che chiusi
gli occhi per non vederla. Un gemito mi usc
dalle labbra.
- Oh, no, non questo, non questo! -
Un lamento soffocato mi rispose.
Fu come un singhiozzo represso che non vuol
essere udito.
Quando i miei occhi dilatati dall'orrore si
posarono di nuovo su Walter Anderson, egli
non mi guardava pi. Col viso appoggiato sulla
mano bianca dalle dita nervose, fissava il pavimento
con aria cupa. E non sentendomi guardata,
potei respirare liberamente.
Quanto tempo restammo cos in quell'angoscioso
silenzio? Mi parve che passasse un'eternit.
Alla fine mi scossi. Bisognava decidersi.
- Io vado... - riuscii a balbettare.
Le sue palpebre batterono, e di nuovo i suoi
occhi fissarono i miei col loro tragico sguardo.
- Vado... - insistei.
Ma vedendo apparire sul suo viso di martire
un orrore senza nome, tesi in avanti una mano
per respingere la tragica visione che la nostra
mente evocava..
- Vado, ma torner tra poco... -
Le parole liberatrici uscirono in fretta dalle
mie labbra contratte.
Eppure egli le comprese, e un velo di dolcezza
parve diminuire il suo pallore. Il suo viso riacquist
un po' di vita.
- S, ritorner stasera, - ripetei con voce
ferma.
E a quest'affermazione sentii il sangue circolarmi
pi libero e rapido nelle vene. Impedivo
a lui di morire, s, ma io stessa ritornavo alla
vita!
Egli non aveva emesso un lamento quando
aveva creduto imminente la mia partenza, e non
ebbe un gesto di gioia udendo le mie parole di
speranza. Eppure i suoi occhi, che un'interna
luce cominciava a trasfigurare, mi parvero umidi,
e quella lacrima che brill sui suoi cigli
biondi mi sconvolse pi di qualsiasi parola.
Feci qualche passo affrettato verso di lui, per
gustare meglio la dolcezza della gioia che gli
procuravo.
- Ritorner, credetemi... Stavo per partire
senza rivedervi. E non ho potuto... Ora poi non
posso pi andarmene. -
Mi ero seduta vicino alla scrivania e tenendomi
la testa tra le mani cercavo di nascondergli
la mia commozione.
Egli allung una mano e afferr la mia.
- Ritornerete stasera... ma domani? - interrog
a voce bassa.
- Anche domani, - risposi nello stesso tono.
- Come potrei lasciarvi, ormai, sotto la terribile
minaccia che mi avete fatta?
- Senza questa paura, sareste davvero potuta
partire? - egli insist stringendomi pi
forte la mano.
- Credo di s, - affermai, ma i miei occhi
incontrarono i suoi, e sotto la calda fiamma del
loro sguardo mi sentii sconvolta e turbata.
Nonostante la volont di partire, avrei potuto
davvero allontanarmi per sempre da lui?
Chinai la testa, affranta, pensando che vi sono
cose che la volont non basta a cancellare. E che
io volessi o no, ero sua, ora, tanto per quei mesi
di vita in comune, quanto per il legame carnale
che egli aveva stretto fra noi, contro la
mia volont.
Per la prima volta sentivo gravare sulle mie
spalle il peso del giogo legale, per la prima
volta ammettevo dentro di me il legame morale
che fino a quel giorno non avevo voluto riconoscere...


Capitolo XXV.

Molti giorni passarono, tutti uguali... eppure
meno tristi!
Pareva che tra noi si fosse stabilita una tacita
intesa.
L'istintiva diffidenza che ci aveva divisi fino
allora, si era fusa in un simpatico cameratismo;
il suo sguardo non m'interrogava pi
con l'acutezza imbarazzante di un tempo; i miei
occhi non spiavano pi i suoi gesti con l'irritazione
di prima.
Una vera tregua era stata fatta tra Anderson
e me, accomunando i nostri atti, i nostri gesti,
le nostre parole, in una vita pi calma, pi pacifica.
Ora che rimanendo presso di lui avevo accettato
tacitamente il giogo maritale che egli rivendicava,
non c'erano pi tra noi motivi di
disunione e di disaccordo. Egli non contrariava
pi alcuna delle mie idee e approvava subito
tutto quel che dicevo o facevo. E devo confessare
che di fronte a un tal desiderio di conciliazione
non sentivo pi affatto il bisogno di
contraddirlo.
N lui n io ricordavamo mai le ore dolorose
che avevano preceduto la nostra intesa; ora
osavo ridere davanti a lui e non temevo pi di
raccontargli con familiarit i piccoli avvenimenti
quotidiani ai quali prendevo parte. Egli
mi ascoltava con compiacenza, provocando le
mie confidenze, insinuandosi sempre pi nella
mia vita e nei miei pensieri.
Ho detto che un vero cameratismo si era stabilito
tra mio marito e me; la parola non basta
a rendere l'idea esatta dei nostri rapporti,
e sarebbe pi giusto dire che, fin dall'istante in
cui accettai di rimanere per sempre sotto il suo
tetto, Walter Anderson mi fece la corte in tutta
l'estensione del termine.
Ma non mi accorsi subito del carattere galante
delle sue premure; fu soltanto pi tardi,
quando la sua mano volle trattenere troppo a
lungo la mia o il suo braccio venne troppo spesso
a stringere la mia vita in un abbraccio sempre
pi prolungato, che capii verso quale china pi
dolce e pi intima stavamo scivolando quasi
senza avvedercene.
Devo confessare, inoltre, che questa osservazione
non mi fece dispiacere. Un cambiamento
radicale, inesplicabile alla mia ragione, era avvenuto
in me; l'orgogliosa Simona Montagnac
cominciava ad ammettere che il cuore ignora
le frontiere e le differenze di lingua; ella capiva
che anche l'amore ha tanti lati gradevoli,
specialmente quando colui che vuol farcelo capire
 un marito giovane e piacente.
Ma un ultimo doloroso avvenimento doveva ancora
far insorgere le nostre due volont l'una
contro l'altra. Prima di vincere per sempre i
nostri due caratteri, il caso che guidava i nostri
destini voleva ancora mettere a prova i nostri
cuori e misurare la forza del nostro sentimento.
Avevamo preso l'abitudine di uscire spesso
insieme, tanto durante il giorno per commissioni
o visite, quanto la sera per assistere a
qualche spettacolo.
Un giorno, mentre stavo chiacchierando con
Walter Anderson nel suo studio, i miei occhi
caddero sopra un biglietto per un palco di uno
dei principali teatri di Londra.
Abituata ormai ad accompagnare mio marito
nelle sue uscite serali, l per l pensai che quel
biglietto fosse stato preso da lui per noi, in
previsione di qualche serata attraente.
Macchinalmente lessi la data e il numero del
palco senza darvi alcuna importanza.
Ma subito Walter prese il biglietto e lo fece
sparire in fondo a un cassetto che chiuse a
chiave.
L'incidente sarebbe dovuto passare inosservato
ai miei occhi, tanto pi che mio marito
aveva fatto quel gesto con indifferenza, continuando
la conversazione incominciata.
Eppure quel gesto risvegli in me un tumulto
d'impressioni sconosciute. Perch dunque quella
diffidenza ingiustificata?
Egli ha chiuso il biglietto perch non lo
vedessi, pensai.
Perch il numero e la data del biglietto s'incisero
nella mia memoria, di solito cos ribelle?
Palco numero 8... diciotto giugno.
E subito, in un lampo, un sospetto mi attravers
la mente.
Un palco fissato quindici giorni prima? Quale
importante spettacolo merita una simile premura?
Piccoli misteri del destino che fa risaltare
nella nostra esistenza dei nonnulla precursori
di catastrofi. Naturalmente alla prima occasione
andai al botteghino del teatro per interrogare
l'impiegata.
- Quella sera - ella mi spieg - ci sar
uno spettacolo di gala in francese, con grandi
artisti parigini venuti apposta dalla Francia.
Vi assister l'intera Corte, - ella soggiunse
con orgoglio. - Sar una festa splendida, bench
il prezzo dei posti sia dieci volte superiore
a quello delle altre sere. -
Mi sarei dovuta contentare di quelle informazioni;
ma il diavolo maligno che gi aveva attirato
la mia attenzione su quel pezzetto di
carta, me ne fece fare un'altra delle sue.
Per dir la verit, ascoltando l'impiegata avevo
avuto subito una sola idea:
Anderson vuol farmi una sorpresa.
Eppure, mentre la mia mente era convinta di
questo, la mia voce domand:
- Posso avere il palco numero otto? -
La domanda non aveva senso comune, poich
sapevo che mio marito aveva gi fissato quel
palco.
Comunque, aspettai con ansia la risposta della
donna.
Costei senza maravigliarsi stava cercando;
trovava naturalissimo che io preferissi un palco
a un altro.
- Il palco numero otto?
- S.
- Non  libero. L'ha prenotato la signorina
Maud Aussy, la nota artista. -
Quel nome mi sferz in pieno il cuore e mi
sentii impallidire.
Eppure ero meno maravigliata di quanto avrei
dovuto essere. Vi sono oscuri presentimenti che
regolano i nostri atti, e io capii a un tratto
perch il destino mi aveva fatto osservare un
pezzetto di carta e fare una domanda che sapevo
inutile.
Infatti se avessi creduto che quella donna
avrebbe pronunziato il nome di mio marito,
l'avrei forse interrogata? Sarei andata al teatro?
Soltanto per cercare qualcosa di sconosciuto,
di nuovo, mi ero recata fin l.
La mia curiosit, doveva essere soddisfatta
ormai. Nondimeno rimasi l, ferma, davanti allo
sportello.
E, senza che la mia volont vi partecipasse,
essendo il mio pensiero tutto teso verso mio
marito che continuava ad interessarsi di Maud
Aussy pur occupandosi di me, sua moglie legittima,
continuai a obbedire alle insinuazioni del
dio Destino che non mi dava pace.
- L'otto  gi preso... - dissi. - Ebbene,
datemi uno dei palchi contigui; quello libero
pi vicino al numero otto.
- Il palco dodici, se volete;  l'unico che
ci rimane... per l'appunto lord Durby, che lo
aveva fissato, ci ha telefonato di disporne pure,
perch un lutto lo costringe a rinunziare alla
serata.
- Prendo il dodici! - affermai felicissima
di quella coincidenza; e in quel momento consideravo
il lutto di lord Durby come davvero
provvidenziale per me.
Quando mi ritrovai per la strada in possesso
del biglietto che mi assicurava a prezzo d'oro
l'affitto di quattro poltrone per due ore e mezzo
di spettacolo, rimasi per qualche istante confusa.
Ebbene? E ora, che cosa volevo fare? Dove
volevo arrivare con quell'idea balzana che mi
aveva fatto prendere dei posti per una serata
alla quale forse non sarei andata?
In verit, non potevo occupare quattro posti,
io sola!
Il mio borsellino mi permetteva una spesa
cos folle? Che cosa ne avrei fatto di quel biglietto?
Mi avevi dunque gi abbandonata, diavoletto
dagli strani consigli? Ohim, no! Il destino ti
aveva messo sulla mia strada, per guidarmi verso
la pi folle avventura.
E fosti sempre tu che, prendendomi per mano,
mi conducesti da Ellen'n, il sarto pi rinomato
di Londra.
Fosti tu che mi facesti scegliere il pi delizioso
vestito da sera che una donna possa sognare.
Fosti tu che mi soffiasti all'orecchio consigli
dispendiosi di lusso e di civetteria.
Bisogna che tu sia bella come Maud Aussy,
pi bella di lei, se puoi! mi suggerivi insinuante.
E docile ti obbedivo, Guida esigente alla quale
non potevo resistere; perch non riflettevo; la
mia povera testa non riusciva nemmeno pi a
riordinare tutte le idee dolorose o allegre che
turbinavano in una ridda sfrenata nel mio cervello
eccitato dal dolore, dalla gelosia e dall'ironia
divertente di una vendetta facile verso la
quale erano tesi tutti i miei atti.


Capitolo XXVI.

Passarono i giorni, e giunse quello del famoso
spettacolo teatrale.
A colazione mio marito mi avvert che la sera
non avrebbe pranzato con me.
Si scus, col pretesto di un pranzo con un
editore e un contratto molto difficile da stipulare
poi col suo commensale.
Naturalmente mi preg di non attenderlo fino
a tardi, perch non poteva fissare, con precisione,
l'ora del suo ritorno.
Non battei ciglio a quella dichiarazione.
Se fino a quel momento poteva essermi rimasto
un dubbio in quanto al biglietto del palco
scorto tra le sue mani, ora non mi era pi possibile
dubitare dopo le meschine scuse che avevo
ascoltate.
Una cosa sola era certa ai miei occhi: mio
marito si assentava quel giorno, nell'ora stabilita
da un biglietto di teatro che apparteneva
a una donna che da molto tempo era la sua
amante.
La logica pi semplice dunque mi faceva concludere
che egli andava a raggiungere quella
donna.
E siccome egli mi aveva parlato senza che
neanche un'inflessione della sua voce rivelasse
la menzogna, ne dedussi che doveva essere abituato
ad alterare la verit.
Eppure una ruga profonda solcava la sua
fronte e l'idea del pranzo con un editore non
pareva entusiasmarlo affatto.
Ma per me quel contegno non era che una
commedia, ed ero persuasa che in fondo egli
fosse felice di quella scappata extra-coniugale.
Il pomeriggio pass abbastanza presto. Verso
sera, il parrucchiere venne a ondularmi i capelli
che io stessa disposi in un semplice nodo. Poi
il sarto mi mand una ragazza per vestirmi.
Fu una lunga seduta di minuzioso abbigliamento,
come non ne avevo mai avute.
Il mio vestito, bench semplice, era sontuoso
e aveva davvero una bella linea.
Avevo fatto le cose senza economia, spinta dal
desiderio irresistibile di essere impeccabile e di
potere a ogni costo sostenere il confronto con
Maud Aussy.
Di morbido raso color avorio, con ricami dello
stesso colore, il mio abito fasciava talmente la
mia persona che pareva spogliarmi pi che vestirmi;
lo scollo era accentuato senza esagerazione,
e soltanto un mantello di tulle trapunto
d'argento gettato sulle spalle fino ai piedi ne
mascherava il taglio ardito.
Quell'abbigliamento mi faceva pi alta, pi
snella, mi dava forme da statua appena drappeggiata;
l'abile sarto aveva saputo far risaltare
tutte le mie doti fisiche.
Possedevo soltanto pochi gioielli di famiglia,
di poco valore, e questo mi dispiaceva. Per,
scelsi tra essi un pendente di pietre antiche che
ravviv col suo splendore il tono opaco del vestito
e della pelle.
Una stella di rosette nei capelli complet il
mio abbigliamento. Quei semplici gioielli, su
quel vestito, presero un'apparenza di grande
valore, e nessuno avrebbe potuto pensare che
fossero delle imitazioni.
La ragazza del sarto mi contempl a lungo
quando fui pronta, e un sorriso di trionfo le
illumin il viso.
- Il principale sar contento; il suo abito
 firmato! - disse. - La signora  proprio
bella! -
E infatti, quando mi guardai allo specchio,
mi sentii arrossire di felice turbamento davanti
alla graziosa apparizione che si present ai miei
occhi sorpresi.
La frase di Mignon mi sal alle labbra:
Sei proprio tu, Mignon?
Ero proprio io, infatti, quella giovane donna
drappeggiata di bianco, bella e scultorea nello
stesso tempo, come una statua di marmo dall'espressione
di altera sfida?...
Ma ecco, venivano ad avvertirmi che la macchina
da nolo che avevo fissata (avevo pensato
a tutto) era arrivata.
Il tempo d'infilare i guanti di pelle finissima
e di prendere il grande ventaglio di piume di
struzzo ordinato apposta a Parigi, e salii in
vettura, senza neanche la minima esitazione davanti
alle conseguenze che potevano derivare
dal folle colpo di testa che stavo mettendo in
esecuzione.
No, all'ultimo momento niente venne a trattenermi
sulla china nella quale scivolavo risoluta
dall'istante in cui avevo visto il biglietto
per il teatro tra le mani di mio marito. Quindici
giorni prima, in un lampo, mi ero tracciata
un programma che passo passo avevo seguito
fino a quella sera. Ora con la stessa fermezza
andavo verso l'epilogo.
Volevo che tutti vedessero sola, in un palco,
la sposa sconosciuta, e poco discosto da lei, il
marito noncurante pieno di premure per un'altra
donna.
Soltanto questa bravata di fronte a mio marito
poteva calmare i miei nervi tesi da tanti
giorni nel pensiero di Maud Aussy.
E senza neanche pensare che il pubblico londinese
potesse riconoscermi e giudicare tra la
sposa e l'amante, senza neanche riflettere che
molte persone si sarebbero certamente schierate
dalla parte dell'artista notoria, andavo ardita
e senza indecisione verso quel torneo di nuovo
genere.
Eppure capivo benissimo di fare una pazzia,
capivo che la mia dignit femminile avrebbe dovuto
impedirmi di ricorrere a quella pubblicit,
che il posto di una donna ben educata  in casa
sua, anche se il marito la trascura... Ma niente,
n timore n ragionamento, potevano impedirmi
di compiere il gesto di sfida preparato con tanta
risolutezza.


Capitolo XXVII.

Nella notte buia, un grande sfarzo di luce indicava
l'entrata del teatro. Migliaia di lampadine
elettriche illuminavano la facciata e il soffitto
dell'immenso atrio del maestoso edificio.
Quando la mia vettura si ferm, un portiere
in livrea si precipit allo sportello per aiutarmi
a scendere, e dovei passar sola sul lungo tappeto
di velluto che copriva la scalinata di marmo,
tra due file di curiosi che si pigiavano per veder
meglio chi arrivava.
- Bella bambina! - lanci un bello strillo.
- Darei la mia paga di un mese per averla
una notte! -
Una risata percorse la folla e una voce rispose:
- Fatti avanti! Il posto  libero...  sola! -
Oh, l'ironia di quelle riflessioni! La voce anonima
ravvivava la mia ferita in pieno cuore!
Ma non avevo il tempo di occuparmi delle
mie impressioni. Un inserviente si era precipitato
verso di me e mi accompagnava al palco
numero 12.
Luce a profusione nella sala; migliaia di teste
in movimento; abiti da sera chiari che spiccavano
tra i vestiti neri degli uomini: cos mi
apparve il teatro in una visione fantasmagorica,
senza che da principio potessi distinguere qualcosa
in particolare in quell'ammasso di luci,
di visi e di macchie chiare e scure.
Dietro a me l'uomo si avvicin.
- Se milady vuol dirmi il suo nome? -
Mi voltai verso di lui un po' confusa. Poi, con
tono altero, risposi:
- Il mio biglietto non  forse in regola? -
Ed egli ossequioso:
- Oh. s, milady! Ma io credevo... -
Con un gesto che indicava i posti vuoti del
palco, comp la frase.
- Va bene, andate! - dissi indicandogli con
la mano la porta.
Egli spar e un sorriso err sulle mie labbra.
La sua maraviglia era giustificata. In quella
sala gremita, dove tutti i posti di ogni ordine
erano presi, tre poltrone rimanevano vuote accanto
a me, e l'uomo aveva creduto che qualcuno
dovesse venire ad occuparle.
Che lusso esagerato! Mentre tante persone non
avevano potuto assistere allo spettacolo perch
i biglietti erano esauriti, io, sola, per un capriccio,
tenevo quattro poltrone.
Furono quei posti vuoti che attirarono su me
l'attenzione della gente? Vidi i binocoli puntati
nella mia direzione, e dalle gallerie fino alle
poltrone d'orchestra, da qualunque parte volgessi
gli occhi, incontravo sguardi inquisitori.
Quella curiosit che in altro caso mi sarebbe
stata molto sgradita, non mi fece, allora, nessun
effetto. La gente poteva perdere il suo tempo
ad osservarmi: io non me ne curavo!
Ci che aveva subito attirato il mio sguardo
era il palco di Maud Aussy che si trovava a tre
metri da me, separato soltanto da pochi spettatori.
L'attrice era vestita di tulle nero scintillante
di mille lustrini, e la sua maravigliosa carnagione
di bionda spiccava in modo splendido sul
vestito scuro.
Accanto a lei una donnina troppo grassa,
con la chioma troppo rossa, troppo imbellettata,
stava compostamente seduta. Dietro alle signore
due uomini mi voltavano le spalle. In uno avevo
riconosciuto mio marito, nell'altro il romanziere
Giorgio Blunn, un amico intimo di Walter Anderson,
che conoscevo di vista e al quale sapevo
di non essere sconosciuta.
Non mi  possibile descrivere l'effetto che mi
produsse la presenza delle due coppie.
Mio marito stava dietro all'attrice, e la sua
mano aristocratica si appoggiava con gesto confidenziale
alla spalliera della poltrona nella
quale ella sedeva. A volte si chinava verso di
lei sorridendo, oppure era la giovane donna che,
rovesciando indietro la testa, gli parlava o gli
sorrideva.
Li avevo gi visti diverse volte insieme, ma
al principio del mio soggiorno a Londra, quando
Walter Anderson mi era antipatico ed io non
volevo riconoscere in lui mio marito.
Da quei primi incontri che mi avevano lasciata
indifferente era passato tanto tempo!
Quella sera, devo confessarlo, l'effetto non era
precisamente lo stesso. La sera prima quell'uomo
era stato pieno di premure per me, le sue
mani cercavano di stringermi alla vita, i suoi
occhi pareva volessero fondersi nei miei, e sebbene
tra lui e me non fosse stata pronunziata
alcuna parola, pareva che l'amore avesse riunito
le nostre anime.
E in quel momento vedevo quello stesso uomo
accanto a Maud Aussy, ostentando in pubblico
la sua famosa relazione e la sua bella amante.
Un dolore acuto mi strinse il cuore; eppure
le mie labbra continuarono a sorridere e i miei
occhi si sforzarono di distogliersi dalla coppia
maledetta per errare indifferenti sugli altri
punti della sala.
In quel momento, lo riconosco, mi pentii del
colpo di testa che mi aveva condotta in quel
luogo.
Perch sottopormi a quella sofferenza? Perch
avevo costretto me stessa ad assistere allo spettacolo
della loro felicit?
Ma cacciai lontano da me quella debolezza.
Ero l perch tale era stata la mia decisa volont
di sfidare mio marito sotto gli occhi di
tutti, e di ricordargli che doveva fare i conti
con me.
Un sorriso vendicativo venne a cancellare
dalle mie labbra la piega dolorosa che fino allora
non avevo saputo reprimere.
L'orchestra attaccava il preludio dell'opera.
Un silenzio religioso subentr nella sala. Con
una guancia appoggiata sul pugno serrato, il
gomito sul parapetto del palco, gli occhi semichiusi,
ascoltavo la musica divina dei violini
che parevano piangere e morire in mezzo a non
so quale tempesta scatenata dagli ottoni.
Un leggero cigolio dietro a me mi fece capire
che qualcuno apriva la porta del mio palco.
Vidi un enorme fascio di rose bianche portate
da una donna che lo pos in silenzio sopra
una poltrona accanto a me, ritirandosi subito
senza rumore.
I miei occhi stupiti si fissarono sui fiori.
Chi mai in quella sala poteva interessarsi a
me e farmi quell'omaggio?
Ma un biglietto era appuntato al gambo di
una rosa.
Era un biglietto di visita.
Mi chinai e lessi:
Alla pi bella. Con rispettosi ossequii.
Duca di CUMBERLAND.
Il nome mi era sconosciuto, e pensai che si
trattasse di un errore e che quella donna si
fosse sbagliata nel consegnare il mazzo. Ma il
sipario gi si alzava.
Il primo atto fu eseguito in modo perfetto
dalla compagnia francese che era venuta a interpretare il lavoro, e il
sipario cal tra uno
scroscio di applausi.
Vi fu un gran movimento nel teatro: molte
persone si alzarono e si sparsero nelle altre sale.
Rimasi incerta, chiedendomi se dovessi andare
anch'io nel saloncino. Un istintivo pudore mi
trattenne; non avevo il coraggio di camminare sola sotto tutti quegli occhi che mi avrebbero
esaminata.
Rimasi giudiziosamente nel palco, in colloquio
col mazzo misterioso dal quale con gesto meccanico
avevo tolto un fiore, un bocciolo di rosa
delicato, di cui mordicchiai il gambo.
Anche nel palco di Maud Aussy c'era andata
gente.
Il piccolo vano parato di velluto era pieno, e
dalla porticina aperta si vedevano altri signori
che cercavano di giungere fino alla bella bionda.
Intanto mio marito e Giorgio Blunn s'erano
allontanati. Le due donne erano rimaste sole
a ricevere i visitatori.
Uno di essi dovette avvertirle della mia presenza.
O forse s'inform soltanto se qualcuno
mi conoscesse e potesse dire chi ero.
Vidi Maud Aussy voltare la testa dalla mia
parte e guardarmi.
Appena mi ebbe veduta non seppe frenare un
gesto di sorpresa; poi, come se non credesse
ai propri occhi, ella prese il binocolo e con calma
pass in esame tutta la sala per poi fermarsi
un istante su me.
Quella manovra non mi era sfuggita.
Ella mi conosce ed  sbalordita di vedermi
qui, pensai subito.
Ma la vidi alzare leggermente le spalle. Il
braccio che teneva il binocolo ricadde, ed ella,
rivolta all'uomo che mi aveva veduta, fece un
gesto come per dire:
Non la conosco: quella donna mi  del tutto
ignota.
In quel mentre la mia attenzione fu distolta
da uno sconosciuto che entrava nel mio palco.
Alto, snello, di appena trent'anni, molto elegante,
il nuovo venuto aveva l'aria di gran signore.
I suoi occhi mi avvolsero in un lungo sguardo
d'ammirazione che mi fece arrossire.
Inchinandosi profondamente dinanzi a me,
egli si scus del suo ardire.
- Permettete, milady, a uno dei vostri pi
devoti ammiratori, di presentarvi i suoi omaggi.
- Ma, signore... non ho il piacere...
- Lo so, milady; io non ho l'onore d'esser
conosciuto da voi, ma permettete che mi presenti
da me, poich non ho potuto trovare nessuno
che fosse in grado di farmi questo favore
presso di voi. -
Un po' confusa, non comprendendo bene a
quale scopo tendesse lo sconosciuto, ma soggiogata
dalla sua impeccabile correttezza, chinai
leggermente la testa senza rispondere, ed egli
credette a un segno di assenso da parte mia.
- Duca di Cumberland, - disse con un nuovo
inchino.
- Ho letto il vostro nome poco fa per la
prima volta, milord, - risposi subito, additando
i fiori.
Nei suoi occhi pass un'espressione di stupore.
- Non ho fortuna, - egli disse con amarezza
- poich la sola donna in tutta la sala alla
quale non posso esser presentato,  anche la
sola che non conosca il mio nome.
- Pu darsi, milord, ch'io sia un'eccezione
fra tutte, e che questa mia ignoranza sia un'offesa
ingiuriosa per voi, ma lo capirete quando
saprete che sono straniera.
- Mi dispiace molto, signora, di non potervi
contare nel numero dei miei connazionali, ma
amo molto la Francia... poich voi siete francese,
non  vero, signora?
- S, signore.
- Soltanto il vostro paese pu produrre una
carnagione cos bianca e degli occhi cos neri. -
Sentii che arrossivo e ci m'indusse a rispondere
in tono un po' altero:
- Signore, sono confusa...
- Di udire la verit dalla mia bocca, forse!
Ma se credete che io esageri i vostri meriti, signora,
guardatevi intorno, guardate le centinaia
di occhi che vi fissano e che vi fanno lo stesso
complimento, le donne con gelosia, gli uomini
con ammirazione... -
Avrebbe potuto continuare per un pezzo su
quel tono: io non lo ascoltavo pi.
I miei occhi erano andati di nuovo verso il
palco vicino che si era vuotato dei suoi numerosi
visitatori.
Maud Aussy, voltata verso il fondo della sala,
poteva vedermi con un semplice movimento della
testa, e mi accorsi subito che, pur fingendo di
guardare gli spettatori del palco di proscenio,
non perdeva di vista neanche uno dei miei gesti.
Non c' dubbio, ella mi conosce.
La presenza del duca di Cumberland nel mio
palco pareva metterla in grande impaccio; ella
spiava i gesti di lui come se avesse voluto sapere
in quale intimit egli fosse con me.
Questo pensiero mi fece diventare pi gentile
verso il mio strano ospite.
In quel momento, mentre io riflettevo a tutto
ci, egli insisteva per sapere il mio nome.
- Ma a che scopo, milord? Nessuno mi conosce
a Londra. Sono venuta stasera per la
prima volta in un teatro inglese.
- Per la prima volta! E ci siete venuta...
sola?
- S, sola!  dunque una cosa tanto strana
che una francese desideri di assistere, all'estero,
a una rappresentazione francese?
- Niente potrebbe essere strano nei vostri
atti, signora! La vostra bellezza non pu andare
disgiunta dalla bont e dalla ragionevolezza;
ma permettetemi una domanda... o meglio
un'indiscrezione...
- Non mi piacciono gl'indiscreti, signore!
- Avr dunque la disgrazia di spiacervi, stasera,
poich non posso trattenere la domanda
che m'incuriosisce. -
Corrugai le ciglia un po' seccata.
- Non mi condannate senza ascoltarmi, signora.
- Ebbene, signore, vi ascolto.
- Ecco, devo dunque concludere che... sola
qui, stasera, siete... siete sola anche in Inghilterra? -
Un lampo di malizia m'illumin il viso.
- Quasi, ma non del tutto, - risposi sorridendo.
- Siete sola, ma... non libera?
- Proprio cos.
- Non sposata, per?
- Perch no?
- Davvero? Siete maritata?
- S, maritata.
- A un francese che  rimasto in Francia?
- No! A un inglese che risiede a Londra. -
Egli trasal per lo stupore.
- Ma come? Un inglese... il quale... che...
- Che mi lascia venir sola, qui, stasera?
-  scandaloso!
- Molto meno scandaloso, signore, che vedere
qui al mio fianco voi che io non conosco.
- Ma io, milady, non chiedo di meglio che
fare con voi pi ampia conoscenza. -
Stavo per rispondere con vivacit alle ardite
parole di quell'uomo, quando vidi Walter Anderson
rientrare col suo amico nel palco vicino.
Maud Aussy, appena egli fu entrato, si chin
verso di lui. La vidi mormorargli alcune parole
a bassa voce e nello stesso tempo respingerlo
col braccio nell'ombra del palco.
Ci che ella gli disse produsse su mio marito
l'effetto di una scarica elettrica. Con un movimento
impulsivo, mostrandosi apertamente, egli
si volt verso il mio palco e mi guard con occhi
dilatati dallo stupore.
Avevo seguito la scenetta con la coda dell'occhio.
Lo vidi impallidire come quel giorno in cui
gli avevo gettato sul viso il nome della sua
amante e, come allora, nei suoi occhi fissi su
me vidi passare un'espressione di spavento e di
dolore senza nome.
Il suo smarrimento mi compensava dei minuti
dolorosi che avevo passati al principio della serata,
e considerando la nostra posizione pensai:
Via! Sappi far la tua parte, amico mio! Da
un lato tua moglie che nessuno conosce, dall'altro
la tua amante che tutti conoscono. Tu non
puoi andare da una senza sacrificare l'altra.
E qualunque sia quella che abbandonerai, ella
non sapr perdonarti questa brutta azione...
Istintivamente egli si era ritirato indietro
nell'ombra, ma sentivo lo sguardo magnetico
dei suoi occhi fissi su me. Trascorsero due minuti
che mi parvero due ore.
Mi ero accorta della sua indecisione. Anch'egli
si era posto il terribile dilemma: la moglie sconosciuta
o l'amante nota?
Ed ero persuasa che il suo amor proprio di
uomo, per tema del ridicolo agli occhi di tutti
i suoi amici, lo avrebbe costretto a rimanere al
fianco di Maud Aussy.
Intanto il duca di Cumberland, prevedendo la
fine dell'intermezzo, insisteva per ottenere un
nome, un indirizzo.
E siccome mi sentivo osservata da Walter
Anderson, sorrisi al duca con indulgenza.
- Non sorridete cos, milady. Mi farete commettere
la peggiore delle scorrettezze.
- Mio Dio, signore! Di che cosa mi minacciate?
- Di rimanere qui durante il secondo atto,
signora.
- Sarebbe una follia, milord, e non credo
che mio marito la tollererebbe.
- Egli sa dunque che siete qui? -
Senza volerlo i miei occhi andarono verso il
palco di Mand Aussy, e un sorriso impercettibile
mi err sulle labbra.
- Ma certo, egli lo sa.
- Per egli non potrebbe indovinare che io
abbia avuto l'onore di parlarvi!
- Ahim! Egli non ignora neanche questo! -
In quell'istante la porta del palco si apr, e
Walter Anderson comparve.
Con la mano feci al duca un gesto che, additando
mio marito, confermava le parole dette.
Un lampo di sorpresa pass sul viso dello
straniero. Indovinai, pi che udire, la domanda
che usc come un soffio dalle sue labbra:
- Lui? Vostro marito?
- S, proprio lui. -
I suoi occhi pieni di stupore osservavano
Walter Anderson.
Senza dubbio il duca doveva conoscere l'illustre
scrittore, e la mia affermazione di essere
sua moglie sconvolgeva tutto ci che egli sapeva
o credeva di sapere di lui.
La sua impeccabile correttezza non gli permise
per di dimostrare pi a lungo la sua maraviglia.
Senza muoversi dalla poltrona nella
quale era seduto con le gambe accavallate, egli
attese calmissimo, copiando il suo contegno dal
mio, che ero in quel caso la padrona di casa.
La pi elementare educazione mi costringeva
a far cessare l'imbarazzo di tutti, presentando
l'uno all'altro i due uomini.
Dovetti armarmi di tutto il mio sangue freddo
per pronunziare le parole indispensabili:
- Il duca di Cumberland... Walter Anderson,
mio marito. -
Il primo s'inchin con la disinvoltura dell'uomo
di mondo che nessuna situazione riesce
a mettere in imbarazzo; il secondo fece soltanto
un leggero cenno della testa, quasi insolente
nella sua brevit.
Questi era pallidissimo e i suoi occhi freddi
andavano dal duca a me interrogatori e duri.
In quel momento, debbo confessarlo, mi sentii
davvero turbata. Il contegno provocante e ostile
di mio marito mi faceva temere una scenata;
sentivo che la presenza di quell'estraneo nel mio
palco gli pareva equivoca.
Egli volle tuttavia mostrare di non occuparsi
di costui. Rivolto a me disse, come se desse un
ordine:
- La vostra vettura  pronta, mia cara. Volete
darmi il braccio per uscire? -
I suoi occhi imperiosi mi comandavano di ubbidire.
Ma non c' peggior sordo di chi non
vuol sentire, ed io scossi la testa con aria sbarazzina,
decisa quella sera a far soltanto ci
che mi piaceva.
- La vettura aspetter, - dissi in tono vivace.
- Desidero assistere a tutta la rappresentazione. -
Walter mi lanci un'occhiata furibonda, e insist
con un fremito nella voce:
- Eppure avevate detto di voler venir via
dopo il primo atto.
- Davvero, avevo detto questo? - esclamai
ridendo. - Ebbene, io sono come i bambini, che
per avere un dolce promettono da principio di
mangiarne soltanto un pezzettino e che poi lo
divorano tutto. Ora che ho visto il primo atto
voglio assistere a tutta l'opera, sino alla fine. -
I miei occhi fermi sfidavano i suoi e, nonostante
il tono scherzoso, egli cap che era inutile
insistere e che io sarei rimasta sino alla fine.
Intanto io mi risedevo al mio posto decisissima
a non muovermi!
Il suo sguardo si ferm sulle due poltrone
vuote. Esitava forse a sedersi? Calcolava il numero
delle persone che potevano ancora giungere?...
Probabilmente s, perch si chin verso
di me, e a voce bassa:
- Il posto che occupate  vostro? - mi domand.
- Sicuro.
- Chi ve l'ha offerto?
- Nessuno... l'ho pagato. Ecco il mio biglietto. -
Egli lo prese, lo esamin, e il suo viso parve
rischiararsi. Tuttavia addit il duca e, cambiando
tono, domand con una certa alterigia:
- Il signore  vostro ospite? -
Il forestiero afferr tutta l'importanza della
domanda.
- Oh, no! - egli rispose alzandosi subito.
- Ho voluto presentare i miei omaggi a lady
Anderson che  certamente la regina della serata,
ma non vorrei importunarla pi a lungo
con la mia presenza. Vedo appunto che il second'atto
sta per cominciare... -
Egli si accomiat, ed io rimasi sola con mio
marito che si tenne ritto dietro a me come se
fosse indeciso sulla condotta da seguire.
Siccome dopo qualche momento egli non si
moveva, mi voltai verso di lui:
- Non voglio trattenervi, Walter. Se siete
atteso altrove non crediate di esser costretto a
star qui.
- Il mio posto  al vostro fianco. E siccome
voi volete ascoltare tutta l'opera...
- Mio Dio! Credo d'avere anch'io il diritto,
come voi, di assistere a questa rappresentazione!
Non vi chiedo di farmi compagnia...
- Ma siccome non posso fare altrimenti...
- Perch lo volete voi. Nessuno mi conosce
qui.
- Escluso il duca di Cumberland, per.
- E la signorina Maud Aussy di cui non parlate. -
E vedendolo mordersi le labbra a quel nome,
soggiunsi subito:
- Oh, non vi rimprovero niente!... Siete libero
delle vostre azioni, ma non dimenticate
che anch'io lo sono, non meno di voi.
- Non al punto per di esibirvi in pubblico
senza nessuno che vi accompagni.
- A Londra ci mi  indifferente.
- Conosco la vostra teoria a questo proposito;
inutile insistere, - egli disse secco.
- Siete maraviglioso come esemplare d'illogicit
maschile! - esclamai. - Mi domando
come possiate protestare in questo momento! -
Ma egli m'interruppe con asprezza:
- Tacete! Il luogo non  adatto per discutere,
- disse.
Il suo tono irato mi fece alzare le spalle con
gesto sprezzante.
Aveva delle belle ragioni davvero di arrabbiarsi
perch ero l sola, mentre lui si trovava
nello stesso luogo con un'amante!
Gli uomini, talvolta, hanno pretese davvero
divertenti. Le sue erano proprio sbalorditive in
quel momento, ed egli lo capiva tanto bene, che
m'imponeva il silenzio dopo averle espresse.
Il sipario si alzava per la seconda volta.
Feci uno sforzo per interessarmi soltanto allo
spettacolo che si svolgeva con sempre maggior
successo per gli artisti francesi.
Per l'attenzione che rivolgevo a costoro non
m'imped di vedere Walter Anderson chinarsi
sul mazzo di fiori e prendere in mano il biglietto
di visita.
Appena posti gli occhi sulle poche parole
scritte, egli spiegazz il cartoncino e, fattone
una pallina, la gett in fondo al palco. Poi, afferrato
il mazzo con mossa nervosa, lo mand
a raggiungere il biglietto.
Soltanto dopo questa, esecuzione sommaria egli
si decise a sedersi accanto a me. E tutti e due,
cos vicini l'uno all'altra, non ci movemmo pi
finch non cadde il sipario. Allora mi alzai.
- Ah, alla fine vi decidete ad andarvene?
- esclam mio marito alzandosi subito dietro
a me.
- Prego, - risposi con calma - non vado
via... ho voglia di vedere il saloncino.
- Non abusate della mia pazienza, Simona! -
egli rispose con voce soffocata. - Rimanete
qui.  inutile fare di queste scene in pubblico. -
Ma i miei occhi duri lo guardarono con disprezzo.
- Voi mi tenete prigioniera, dunque! Vi vergognate
di me, senza dubbio!... Rimanete qui,
se vi fa piacere; io ho bisogno di sgranchirmi
le gambe. -
E con calma, ma con mano fremente d'impazienza.
lo feci allontanare dalla porta, e uscii
senza preoccuparmi se egli mi seguisse o no.
Egli mi venne dietro con aria cupa, sforzandosi
di mantenere il contegno disinvolto di un
giovane marito che si sente osservato dalla folla.
In fin dei conti, gli sguardi che convergevano
verso di noi dovevano compiacerlo.
Il mio delizioso abbigliamento otteneva maggior
successo di quanto avessi sperato. Esso mi
rendeva pi bella, mettendo in risalto tutte le
mie doti naturali, e gli occhi degli uomini s'indugiavano
con piacere sulla mia personcina.
Vedevo i loro sguardi accendersi, cercare il
mio, e la mia civetteria ne era lusingata.
Mentre passavamo da un salotto a un altro,
un grande specchio ci rimand la nostra doppia
immagine, quella di Walter e la mia.
Mi parve che il fuoco delle nostre pupille
accentuasse ancora il nostro pallore, mentre una
recondita sofferenza dava profonde contrazioni
ai nostri visi.
Provammo forse, in quell'istante, la paura
di veder crollare la nostra impassibilit? Distogliemmo
subito gli occhi dalla superficie dello
specchio che rifletteva la nostra immagine.
Ma bench io mi costringessi a guardare la
folla che ci circondava, sentii pesare su me lo
sguardo di mio marito che mi scrutava di nascosto,
come se la nudit delle mie braccia, delle
mie spalle e del mio seno, gli apparisse quella
sera per la prima volta.
Quando lo spettacolo fin, dopo un trionfo
confermato da applausi deliranti Walter Anderson,
in silenzio, mi aiut a infilarmi il mantello da sera.
- Vi offro di nuovo la libert, - dissi con
calma. - I vostri amici vi aspettano, senza
dubbio... -
Egli non rispose, ma mi lanci un'occhiata
furente, poich capiva tutta l'ironia della mia
insistenza.
In fondo all'ampia scalinata che tre ore prima
avevo salita sola, la folla si accalcava.
- La vettura di lady Anderson, - egli ordin
ad alta voce.
Alcune teste si volsero verso di noi; udii dei
bisbigli.
Il nome dello scrittore era conosciuto e fermava
l'attenzione di molti. Forse anche la curiosit
di alcuni era soddisfatta nel conoscere
il mio nome. Mio marito era tanto popolare
quanto io ero sconosciuta, e pi di una persona
doveva essersi domandata chi fosse la donna
che incatenava il romanziere, quella sera.
Assorta, erravo con lo sguardo sulla folla curiosa
che salutava con frasi scherzose gli spettatori
che uscivano dal teatro.
La mano di Anderson dovette guidarmi verso
la vettura ferma e aiutarmi a salire. Gi egli
stava per dare all'autista l'ordine di partire,
quando dal gesto che fece per richiudere lo sportello,
capii la sua intenzione di lasciarmi ritornare
sola a casa.
- Scusate, Walter, - dissi allora - se verrete
con me, ander dove mi condurrete, ma se
torner sola andr dove voglio io.
- Che cosa c' ancora? - egli fece spazientito.
- Dove volete andare a quest'ora?
- Ho fame, - risposi calma. - Dite all'autista
di condurmi in un ristorante di notte. -
Egli sussult.
- Che cos' questo nuovo capriccio? Mangerete
a casa, sar molto pi corretto. -
Ma io sorrisi con disprezzo a quell'invito.
- Divertente quella cenetta sola in casa! -
Gli tesi la mano.
- Buona sera, Walter! Andate per conto vostro,
e lasciate che io faccia altrettanto;  il
modo migliore per intenderci. -
Non avevo ancora finito che gi egli si era
seduto tutto stizzito accanto a me.
La vettura fil verso casa.
Sentivo che il mio compagno era furente e
pronto a scattare. Ma io mi guardai bene da
stuzzicarlo, e rimasi immobile e silenziosa nel
mio cantuccio, ci che lo costrinse a digerire
da solo il suo cattivo umore.
Ma appena giunti nel mio appartamento dove
egli mi aveva seguita, la sua collera scoppi.
Me l'aspettavo, perch devo confessare che da
qualche ora avevo fatto di tutto per provocarla.
I suoi rimproveri su ci che egli chiamava
la mia inqualificabile condotta mi lasciarono
calmissima. Egli era seccato di aver perso la
serata per colpa mia, e avevo un bel ripetergli
che aveva fatto male a osservare la mia presenza
in teatro, poich io non mi ero preoccupata della
sua: non riuscivo a calmarlo.
Anzi, ogni volta che ricordavo la mia indifferente
mansuetudine in tale circostanza, pareva
che gettassi olio sul fuoco e facessi divampare
con pi ardore la sua ira.
Disgraziatamente, parlando della presenza del
duca di Cumberland nel mio palco, egli pronunzi
qualche parola inopportuna.
Pare che quel signore avesse una fama poco
simpatica, di seduttore senza scrupoli, e che
una donna corteggiata da lui fosse una donna
compromessa.
Walter Anderson, dunque, mi rimproverava
con asprezza di aver trovato Cumberland nel
mio palco, e ci metteva tanto livore, che mi sentii
spinta a prendere le difese del duca.
Una parola tira l'altra, spesso senza la nostra
volont. Non so come giunsi a ribattere a mio
marito che il duca di Cumberland come uomo
valeva Maud Aussy come donna, e che tra me
e mio marito eravamo pari, perch io avevo trovato
lui con un'amante ed egli aveva trovato
me con uno sconosciuto.
A quelle parole Anderson trasal.
- La vostra incoscienza passa i limiti: una
donna maritata che si rispetti non parla cos.
- Ma io non sono una donna maritata! -
risposi con calma. - Ne ho soltanto le apparenze.
- E anche il titolo, signora: siete mia moglie. -
Ma io lo interruppi:
- Oh, non ricominciamo! Sapete bene che
io non vi considero affatto mio marito. Anzi, per
ricondurre l'incidente di stasera alle sue giuste
proporzioni, voglio dirvi che, come voi avete
un'amante, io non avr alcuno scrupolo di prendermi
un amante... -
Non avevo finito di pronunziare quell'ultima
parola che sentii le mie braccia strette da due
mani brutali che mi scossero con violenza e mi
mandarono a ruzzolare in fondo alla stanza.
L'aggressione era stata cos rude e inattesa
che non gettai neanche un grido. Come un fagotto
di stracci buttato in un angolo, rimasi
l, in terra, ai piedi di un mobile contro il quale
per poco non avevo battuto la testa.
Ebbi la sensazione fisica di essere spezzata.
Avrei voluto alzarmi e fuggire, ma non riuscivo
a fare un movimento. E, sbarrando gli occhi
dallo spavento vidi con nuovo terrore i pugni
minacciosi di Walter Anderson volteggiare sulla
mia testa pronti a ricadere sopra di essa.
L'istinto mi fece mandare un grido di orrore
e, folle di paura di fronte a quella collera che
avevo scatenata, non seppi far altro che ripararmi
il viso con le braccia piegate.
Per, i colpi attesi non vennero: i pugni non
si abbassarono. Con un supremo sforzo di uomo
ben educato, mio marito era riuscito a domare
la pazza ira dalla quale si sentiva trascinato.
Piccola cosa inerte, rannicchiata in terra, singhiozzavo
disperata, sentendo per la seconda
volta che, volere o no, ero proprio la moglie di
quell'uomo, con dei doveri da compiere e dei
diritti che non potevo misconoscere. Sentivo
tutto l'orrore di quella scena atroce che avevo
provocata e di quelle parole odiose che avevo
pronunziate, parole che avevano ferito il suo
amor proprio di marito.
Un amante!
Come avevo potuto dir ci? Non sapevo, forse,
dentro di me, che non sarei stata capace di un
tradimento nemmeno verso quel marito legale
che mi ostinavo a non voler riconoscere?
Lo sentivo ansante, col respiro mozzo, che
balbettava parole senza nesso, nelle quali per
distinguevo il disgusto del suo gesto omicida e
l'incubo delle parole che avevo pronunziate.
Svanita a un tratto la sua collera, comprendendo
ora tutte le conseguenze della scena atroce
nella quale ci eravamo lasciati trasportare, egli
aveva indietreggiato fino a una poltrona e vi
si era lasciato cadere. E l, coi gomiti puntati
sulle ginocchia e il viso nascosto tra le mani,
rimase immobile.
Passarono alcuni minuti durante i quali ognuno
di noi seguiva il filo dei propri pensieri penosi
che dovevano essere molto simili.
Con un lamento, poich mi sentivo tutta indolenzita,
mi alzai un poco. Vidi Walter Anderson
con un fazzoletto agli occhi, e le sue
spalle scosse da un leggero sussulto.
Fu per me un'impressione tremenda.
Egli piangeva.
Mi alzai ancora un poco, e trascinandomi sulle
ginocchia, andai verso di lui.
Qualcosa si era spezzato dentro il mio petto.
Non ragionavo pi, la mia facolt di analisi
era abolita.
Capivo soltanto una cosa: egli piangeva!
Gli tolsi le mani dal viso, m'insinuai vicino
a lui, e appoggiando la mia guancia alla sua,
con le braccia gli circondai il collo e rimasi cos
rannicchiata contro mio marito, senza poter
parlare, unendo le mie lacrime alle sue, in un
bisogno ardente di annientarmi in lui, di consolarlo,
di fargli dimenticare tutto.
- Walter! Vi giuro che era la prima volta
che vedevo il duca di Cumberland. Vi giuro che
n lui n un altro... non ho mai amato nessuno! -
In quell'istante l'idea di Maud Aussy mi pareva
cancellata.
Ella era la sua amante... La sua amante?
Ma io ero sua moglie, colei che egli rispettava,
che egli voleva rispettata... Avevo il posto migliore.
Egli piangeva per me!... Qualcosa, nel cuore,
mi diceva che egli non avrebbe pianto per l'altra
donna.
E le mie labbra si posarono sulla sua guancia
cercando di asciugarne le lacrime, di toglierne
ogni traccia.
- Walter, sono stata gelosa... ma non colpevole;
non vi dir mai pi simili cose. -
Le sue braccia mi strinsero al petto con pi
forza.
- La gelosia rende pazzi, - mormor. -
Poco fa ti avrei uccisa.
- Oh, Walter, l'idea di quella donna mi aveva
fatto diventar cattiva! E stato per far soffrire
anche voi che sono venuta al teatro, stasera.
- Chi ti aveva detto che ci sarei andato?
- Lo immaginai vedendo il biglietto del palco
che voi nascondeste. Al teatro mi dissero che
il palco era stato fissato dalla vostra amante;
allora combinai tutto per assistere anch'io alla
rappresentazione.
- Quella donna non  pi la mia amante! -
egli afferm a bassa voce.
- Oh! -
Senza volerlo, tutto il mio essere protestava
a quell'asserzione. E credendo che mentisse,
cercavo di sciogliermi dal suo abbraccio. Ma
egli mi strinse ancora a s, e con gli occhi fissi
nei miei ripet con pi forza:
- Ti giuro che quella donna non  pi niente
per me. Da molti mesi ella  soltanto una mia
interprete.
- Con la quale vi mostrate in pubblico.
- Questa sera soltanto. Da molto tempo non
vado pi in casa sua, n fuori con lei... da...
prima ancora che tu passassi una notte in camera
mia. Credimi, Simona, te lo giuro.
- Come posso credere, se anche stasera...
- Ebbene... Domanderai a coloro che erano
con noi. Sono stati loro a ideare questa serata.
Tanto tempo fa, quando ancora non ti conoscevo,
avevamo fissato, tra amici, che ogni rottura
dovesse esser seguita da una piccola festa...
una maniera allegra di protestare contro la
tristezza dei veri divorzi. Da diversi mesi tutto 
finito tra Maud Aussy e me... Te lo assicuro
e devi credermi... Gli amici mi hanno ricordato
la stravagante promessa di una volta. Dapprima
avevo rifiutato, poi, siccome essi non mi davano
pace, ho ceduto! Speravo che non l'avresti saputo.
E siccome volevo davvero troncare col passato,
ero quasi contento di questa circostanza
che avrebbe chiuso, diciamo cos, ufficialmente,
quell'avventura.
-  proprio vero che stasera... era la rottura? -
I miei occhi scrutavano i suoi per leggervi
la conferma di ci che egli diceva.
- La rottura risale a qualche mese fa, lo
giuro. Stasera era, se vuoi, la sepoltura del passato...
Vieni nel mio studio: ho le lettere degli
amici che hanno messo su questa serata. Poich
vuoi delle prove, le leggerai e sarai convinta. -
Egli voleva farmi alzare per condurmi di l,
ma io mi strinsi con pi forza a lui.
- No, rimaniamo cos. Voglio credervi senza
prove, poich mi fa piacere aver fiducia in voi...
perch io non posso fornirvi delle prove e voi
dovete credermi ugualmente, e aver fiducia
in me.
- S, anch'io voglio aver fiducia. Ma tu hai
detto una parola che non posso togliermi dalla
mente e che mi fa impazzire. Simona, ripetimi
che mai...
- Ve lo assicuro, mai!
- Mai! Questa parola  immensa! -
Scossi la testa e a un tratto arrossii violentemente.
Pensavo a ci che doveva essere accaduto
quella notte famosa nella quale egli mi
aveva tenuta vicino a s...
Egli cap il mio pensiero e mi guard in modo
strano.
- Simona, tu mi accusi dentro di te di un
delitto?
- S.
- Tu lo credi, ma non  vero.
- Come? - esclamai sbalordita.
- Ti dissi di aver usato dei miei diritti di
marito.
- E non lo faceste?
- No!
- No?
- Ero deciso a farlo. La tua resistenza sferzava
il mio amor proprio. Lo dissi... ma dalle
parole ai fatti ci corre!... Vi sono azioni che un
gentiluomo esita a commettere. E poi, vedi, mi
ripugnava di averti cos; l'amore non si contenta
del possesso: volevo averti col tuo consenso.
- Perch, allora, farmi credere di aver posto
tra noi l'irreparabile?
- Subito mi accusasti, mi condannasti. Non
mi difesi, ecco tutto. Ricorda con quanta amarezza
ti feci osservare che anche se avessi negato
non mi avresti creduto.
-  vero. Ero esasperata. L'idea di ci che
doveva essere accaduto mi metteva fuori di me.
E ora mi dite che non ci fu niente... Niente!
Sono sempre fanciulla, cio libera di me, del
mio corpo, della mia vita! Oh, gioia! Libera!
Sono sempre libera! -
Mi ero alzata trasfigurita dalla felicit.
- S, libera, - egli disse con un sorriso un
po' triste davanti alla mia allegrezza sincera.
- Sei libera anche di lasciarmi, giacch ora
non voglio pi trattenerti; o piuttosto voglio
averti di tua spontanea volont.
- Libera! Libera! - ripetevo con esaltazione
senza curarmi del povero viso disfatto che mi
osservava. - Posso andarmene, rifare la mia
vita, essere felice, insomma!
- Puoi farlo! - egli mormor con le labbra
tremanti.
- E non cercherete pi di trattenermi con
nessuna minaccia?
- No, - egli disse con sforzo. - Ma pensi
ancora di andartene? Poco fa mi dicevi che eri
stata gelosa... La gelosia  quasi una prova
d'amore.
- Ah, non so pi che cosa vi ho detto poco
fa, n ci che ho detto durante questi mesi! Mi
pare di vivere soltanto da pochi istanti... Dicendomi
che non sono mai stata vostra, mi avete
reso la felicit, la speranza. Sono sempre padrona
del mio cuore e del mio corpo, libera di
disporne soltanto per l'uomo che amer e che
sceglier. Questo sola ha importanza per me! -
Egli emise un gemito.
- Oh, Simona, per piet! Ditemi che quest'uomo
sar io!
- Non lo so, non so pi! - dissi con vivacit
sciogliendomi dalle sue braccia che cercavano
di stringermi.
Poi, vedendolo tanto infelice, soggiunsi con
pi dolcezza:
- Ve ne prego, Walter, concedetemi un po' di
tempo. Ho paura della risposta che potrei darvi
ora. Da mesi mi rifiuto di vedere in voi un marito...
Dapprima foste per me un estraneo, poi
un nemico, poi il marito legale!... Poco fa le
vostre lacrime mi hanno commossa, ma chiss
che non fosse soltanto piet?
- Sei stata gelosa, Simona...
-  vero! Ma non vi  la gelosia istintiva
che sonnecchia in fondo al cuore di ogni donna
per un'altra pi bella e pi adulata?
- Tu sei pi bella di lei, ed io ti amo!
- Vi ringrazio di dirmelo, ma capitemi: stasera
ho paura d'ingannarmi. Qual credito accordare
alla risposta che potrei darvi in questo
momento in cui sento in me soltanto una grande
gioia, un senso infinito di liberazione sapendo
che non vi appartengo e non vi sono mai appartenuta?
Mi pare che stasera non potrei darvi
che una cattiva risposta, della quale forse mi
pentirei domani.
- Aspetter dunque; per, prima di lasciarvi,
Simona, voglio dirvi che vi amo, e che il
mio amore non potrebbe pi contentarsi di vedervi
soltanto. Ho bisogno delle parole d'amore
che esaltano, dei baci che inebriano, delle strette
che bruciano...
Da mesi subisco questo tormento di vivere
accanto a voi facendo mostra di essere indifferente; -
continu a dire con ardente passione
- non ne posso pi, Simona! Comprendetemi;
vi amo e voglio il vostro amore.
- Mi amate? Eppure ancora poco tempo addietro
mi gettaste sul viso il vostro odio!
- Oh, tacete!... Non potete aver creduto a
quelle parole irate che io lanciavo di fronte alla
vostra indifferenza. Il vostro istinto di donna
deve aver capito benissimo l'impressione che mi
producevate... Mio Dio! Vi amai quasi subito,
fin dal principio...
- Oh, no, - protestai - non dal principio!
Allora mi trattavate come un'intrusa.
- Ma non per molto tempo. Vi considerai
mia moglie fin dalla sera in cui, sfogliando un
album di fotografie, riconosceste il ritratto di
un piccolo amico d'infanzia. -
Alzai verso di lui gli occhi sorpresi.
- Eppure voi conoscevate appena quel ragazzo! -
Egli mi guard in modo strano.
- Non siete curiosa, Simona, altrimenti avreste
interrogato il vecchio Giovanni su quel ragazzo
di cui io possedevo il ritratto.
- Credete che egli sappia qualcosa? -
Walter fece un gesto evasivo.
- Giovanni ha conosciuto molta gente...
- E vi ha detto qualcosa in proposito?
- Non l'ho interrogato... ma credevo che
lo avreste fatto voi...
- Non ci pensai, e ora me ne dispiace, poich
mi dite che  stato il ritratto di quel bambino
sconosciuto ad agire sui vostri sentimenti.
- Il ritratto in s, no! Ma forse fui commosso
dalla vostra fedelt a quel ricordo...
- Perch non avevo dimenticato quel piccolo
amico?
- Perch il medaglione che la vostra mamma
vi appese al collo e che contiene l'immagine di
quel ragazzo, non vi lasciava mai... Era per
me un ricordo costante dell'attaccamento di cui
siete capace... -
Non potei fare a meno di sorridere.
- Non vi credevo cos sentimentale!
- Non credevo neanch'io di esserlo. -
Ci fu un silenzio tra noi.
Walter si era alzato e, in piedi di fronte a
me, mi esaminava pensieroso.
- Domani, dunque, - egli disse alla fine -
mi darete una, risposta... Una risposta! Dovete
riflettere per sapere se vi  possibile amarmi!
Povero me! Ho paura di ci che mi direte!
Voglia il cielo che non mi gettiate nella disperazione. -
Il suo viso era sconvolto.
- Walter, ve ne prego, siate ragionevole, -
dissi prendendogli con gesto affettuoso le mani.
- Tronchiamo tale discussione. A quest'ora,
l'alba  vicina, siamo stanchi, eccitati, e non
potremmo dire che delle sciocchezze. Tra poco
ci rivedremo. Avremo esaminato con la mente
riposata gli avvenimenti di stanotte e i nostri
dubbi. Allora parleremo con sangue freddo.
- Con sangue freddo! - egli esclam. - Che
parole crudeli sapete trovare nella vostra indifferenza.
L'amore e il sangue freddo come possono
andare di pari passo? Vi amo, Simona,
e ve lo grider domani come oggi, senza calcolare
e senza riflettere.
- Ebbene, - risposi con fermezza - se un
giorno io vi dir di amarvi, sar per tutta la
vita, e senza che la riflessione mi faccia mai
pentire di quest'amore.
- Ah, possiate dirla presto, questa parola
che attendo!...
- Domani ne riparleremo, - insistei.
- S, a domani; me ne vado. -
Egli si allontan, dopo avermi coperto le mani
di baci folli.
Confesso che, pi di una volta, durante quel
colloquio, avevo avuto la tentazione di appoggiare
la testa sulla sua spalla e di dargli la
risposta affermativa che egli voleva con tanta
insistenza.
Ma un oscuro istinto m'imped di farlo. Fu
il ricordo di Maud Aussy, o quello dell'intransigenza
orgogliosa di Walter Anderson, della
sua collera e della sua violenza, che mi trattenne?
O non era piuttosto una mancanza di sicurezza
sui miei veri sentimenti, che passavano dal rancore
alla piet, dall'odio all'amore?
Tutte queste domande assillavano la mia mente
eccitata. Mi spogliai ed entrai a letto.
Come in un caleidoscopio passavano nella mia
testa stanca tutti gli avvenimenti della notte.
E quando i miei occhi cominciavano a chiudersi,
un incubo doloroso mi faceva vedere Maud Aussy
tra le braccia di mio marito, e mi faceva rizzare
sul letto con il viso sudato e le mani scottanti.
All'alba un rumore di passi al piano di sopra,
mi svegli del tutto. Era il vecchio Giovanni che
si alzava.
Pensai al medaglione che portavo al collo. Con
un balzo scesi dal letto e infilai una veste da
camera.
Il vecchio scendeva, si avvicinava. Mi precipitai
verso la porta, lo chiamai, e subito si avvicin,
sorpreso.
- Vi sentite male, milady?
- No, ho bisogno di una informazione. -
E mostrandogli il medaglione, lo interrogai:
- Avete conosciuto questo ragazzo? -
Prese il gioiello e, maravigliato, mi guard.
- Milady crede forse che il vecchio Giovanni
abbia perso la memoria...
- Il nome di questo ragazzo? - dissi con
impazienza.
- Diamine! - rispose imbarazzato. - Tutti
qui lo sanno.  il signor Walter.
- Il signor Walter?
- Ma s!...  il ritratto del padrone quando
aveva sette o otto anni.
- Walter Anderson? Mio marito, insomma?
- Proprio lui... Milady non lo sapeva?
- Io... io... no, non lo sapevo! -
Il vecchio scosse la testa.
- Milady si aspettava di sentirmi pronunziare
un altro nome?
- S, certo! Credevo mi diceste che quel ragazzo
era sparito, morto! Ma siete certo che
sia il ritratto del vostro padrone?
- Oh, milady, non posso ingannarmi. Del
resto, non  il solo ritratto di quel tempo, che
esista in casa Anderson.
- Non ne ho mai visti altri.
- Ne ho uno anche io, nell'armadio. Posso
andare a prenderlo, cos milady giudicher.
-  inutile... Avete ragione, non potete sbagliare.
Vi ringrazio, caro Giovanni. Potete
andare. -
Nonostante quelle ultime parole, il vecchio
rimase fermo vicino alla porta.
- Cosa c'? Avete ancora qualcosa da dirmi?
- S, milady... Il signor Walter era un ragazzetto fiero,
e il vecchio Giovanni ha sempre
sperato, prima di morire... -
Si interruppe e abbass il capo.
- Cosa avete sperato, Giovanni?
- Milady voglia scusarmi, ma mi pare che
non potrei andarmene contento se, prima di
morire, non avessi stretto tra le braccia un altro
piccolo Walter... -
Diventai di fuoco a quella allusione a una
possibile maternit.
- Il Cielo, talvolta, ascolta le preghiere dei
domestici fedeli, - risposi, con un po' di sforzo.
Alla fine il vecchio se ne and, e io rimasi
sola, tutta turbata da ci che avevo saputo.
Quel ragazzo che credevo tanto lontano e che
pensavo di non rivedere mai pi, viveva vicino
a me da diversi mesi! Perch Walter aveva taciuta
una cosa che mi avrebbe fatto tanto
piacere? Peggio ancora, perch confermare i
miei sospetti affermando che il piccolo compagno
d'infanzia era morto?
Macchinalmente premei le labbra sull'immagine
del piccolo medaglione.
- Walter, mio piccolo amico di una volta!
Walter, mio marito di oggi! - mormorai commossa.
Mio marito... colui che poco prima mi mormorava
parole di amore, e che avevo mandato
via, senza volerlo ascoltare!
Mi slanciai verso la porta e, senza riflettere,
andai verso l'appartamento di mio marito.
Una porta aperta e poi richiusa, qualche passo
attraverso un salotto silenzioso, ed eccomi sulla
soglia della sua camera...
Come avevo immaginato, non dormiva.
Lo vidi prima che egli si accorgesse di me,
e le mie braccia si tesero verso di lui, in uno
slancio di tenerezza e di amore.
- Walter! -
Con un salto fu in piedi e si slanci verso di
me, con il viso sconvolto dalla commozione.
- Simona! Tu... tu... qui... -
I suoi occhi cercavano i miei, per capire il
significato di quella visita.
Vide la mia emozione, sent il mio turbamento,
l'appello di tutto il mio essere, e le sue
braccia mi strinsero al suo petto.
- Piccina mia, sei venuta! -
Mi attir sul divano e l, tenendomi stretta,
mi interrog.
- Ho domandato al vecchio Giovanni. Mi ha
detto tutto... Walter, eri tu! - dissi.
- Ero io.
- E hai detto:  un ragazzo sconosciuto...
ed eri tu! Perch non dirmelo subito?
Sarei stata cos contenta e... non... non ti
avrei mai fatto del male.
- Amor mio... Tutto  finito, non parliamone pi. Ora saremo sempre felici...
- Non ti lascer mai pi, Walter... Ma perch
non mi dicesti che eri il mio amico d'infanzia?
- Perch ero felice di pensare che portavi al
collo il mio ritratto, e avevo paura che tu, per
punirmi, te lo togliessi.
- Ah, Walter, non c'era pericolo... perch...
Voglio farti una grande confessione...
- Ebbene?
- Ebbene, hai avuto un solo rivale nel mio
cuore.
- Un rivale? E quale?
- Il ragazzo del medaglione. -


Capitolo XXVIII.

Non ho pi nulla da aggiungere a queste
righe che riassumono la storia del mio matrimonio.
Rividi spesso il notaro Curnett.
Un giorno gli chiesi perch avesse insistito
tanto affinch io amassi mio marito e mi facessi
amare da lui. La mia domanda lo turb.
- Vi ricordate, - spieg - che avevo parlato
da solo con lord Anderson, prima di avere
da voi la spiegazione necessaria?
- Infatti parlaste prima con mio marito.
- Ebbene, mi ci volle dei bello e del buono
per persuaderlo: rifiutava di considerarvi sua
moglie e provare a vivere in buona armonia con
voi. Per ottenere il suo consenso dovetti usare
degli argomenti... strani!
- Quali?
- Ecco, voi volevate fare annullare il matrimonio,
e Walter Anderson si opponeva. Gli
feci dunque osservare che se vi foste rivolta alla
Giustizia avreste vinto la causa, e quella storiella,
propalata dai giornali, lo avrebbe reso
ridicolo. Gli feci anche capire che, per rendere
impossibile ogni opposizione da parte vostra, bisognava
ottenere con le buone che accettaste di
vivere sotto il suo tetto. Infatti, dopo ci, non
avreste pi potuto vantare legittime lagnanze
contro quel matrimonio.
- Ma  orribile tutto questo! Io, accettando,
ero sincera! E non credevo che lord Anderson
avesse l'idea di compromettermi per favorire i
suoi interessi. Caro signor Curnett, la vostra
era una vera macchinazione!
- Lo confesso, milady. E per tranquillizzare
la mia coscienza, insistei con voi perch vi faceste
amare da vostro marito.
- Capisco ora la collera di Walter quando
mi costrinse a ripetergli le vostre parole. Lord
Anderson e io eravamo convinti che non vi
potesse essere nessuna affinit tra noi. Perci
ognuno di noi non voleva confessare i propri
sentimenti per l'altro, ma nello stesso tempo
si rivoltava all'idea che l'altro non volesse mai
riconoscersi innamorato! -
Insomma, tutto  finito: la Chiesa ha benedetto
la nostra unione; sono davvero la moglie
di Walter Anderson, e sono felice di esserlo.
Per chiudere questo lungo racconto, aggiunger
che da qualche mese vi  sulla terra un
piccolo Walter in pi, e questo signorino  gi
il pi delizioso e tirannico marmocchio che abbia
mai conosciuto.
...
.
...
FINE.